In Molise da gennaio sarà quasi impossibile abortire. Lo scenario italiano dei diritti delle donne

Una sola ginecologa non obiettrice e una sola struttura dove le donne potranno sottoporsi a interruzione volontaria di gravidanza: il caso del Molise è lo specchio di un Paese che torna indietro sui diritti sanitari delle donne

L’allarme era stato lanciato mesi fa, un appello che faceva eco, anche nel nostro Paese, ad una situazione preoccupante sia in altri stati europei che occidentali in generale. Ma la soluzione, almeno per quanto ci riguarda, non è mai arrivata. Il tema è quello dell’aborto e l’Italia sta facendo grandi passi indietro (lunghi quasi 40 anni) per quanto riguarda il diritto alla salute delle donne che decidono di non portare avanti una gravidanza.

A dimostrarlo non sono solo i dati, ma anche fatti. Un esempio è quello dell’Azienda sanitaria regionale del Molise e dei due concorsi pubblici per l’assunzione di un medico non obiettore di coscienza. Ecco entrambi sono andati deserti: dai verbali della commissione esaminatrice di quello del 26 novembre, ad esempio, si legge che “nessuno dei candidati ammessi al concorso si è presentato a sostenere la prova scritta”. Il precedente era stato bandito ad aprile, sempre in merito all’assunzione a tempo indeterminato di un medico non obiettore della disciplina di Ginecologia e Ostetricia per l’applicazione della legge 194/1978 relativa all’interruzione volontaria della gravidanza (Ivg). Ma anche in quel caso non si era presentato nessuno.

Il motivo dell’urgenza è che dal 1 gennaio 2022 andrà in pensione uno degli unici due specialisti abortisti di tutto il Molise, il ginecologo Michele Mariano. Il medico aveva già rinviato più volte il pensionamento, previsto per maggio 2021, in attesa che venisse trovato un sostituito, per non lasciare sola la dottoressa Giovanna Gerardi, unica non obiettrice tra i colleghi, entrata in servizio a luglio. Ma per Mariano non è più possibile rimandare la pensione, così dal primo gennaio del 2022 la specialista rimarrà l’unica persona a effettuare Ivg in Molise, tra l’altro nell’unica struttura dove è possibile abortire, l’ospedale Cardarelli di Campobasso. Questo nonostante la legge 194 preveda che tutti gli ospedali italiani siano tenuti ad assicurare gli interventi di interruzione di gravidanza. Appare chiaro come, in questa condizione, sarà molto difficile per il sistema sanitario regionale del Molise rispettare la legge.

In un’intervista di qualche tempo fa rilasciata a Repubblica Michele Mariano aveva spiegato che “chi fa aborti non fa carriera. […] In Italia c’è la Chiesa, e finché ci sarà il Vaticano che detta legge questo problema ci sarà sempre”. Secondo l’ultimo rapporto del ministero della Salute sull’applicazione della 194, Il Molise è la regione con il più alto tasso di medici obiettori: il 92,3% tra i ginecologi, il 75% tra gli anestesisti e il 90,9% tra il personale non medico. Numeri inquietanti se si guarda anche alla corrispondenza con i bisogni delle pazienti: nel documento del ministero si stima infatti che oltre il 20% delle donne residenti si sono si sono dovute spostare in altre regioni fare ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza.

Ma per quanto la situazione del Molise sia tra le più estreme e problematiche, non è affatto isolata. Citando ancora i risultati della relazione ministeriale si legge: “Per quanto attiene all’obiezione di coscienza, nel 2019 il fenomeno ha riguardato il 67% dei ginecologi, il 43,5% degli anestesisti e il 37,6% del personale non medico”. Oltre 2 terzi dei ginecologi italiani, insomma, si rifiuta di applicare una legge che tutelerebbe la salute e la vita stessa delle pazienti. Stando poi a una mappatura (Mai Dati!) realizzata dalle giornaliste Chiara Lalli e Sonia Montegiove per l’Associazione Luca Coscioni, in Italia ci sono almeno 15 ospedali che hanno il 100% di ginecologi obiettori, sebbene la 194 vieti espressamente la cosiddetta “obiezione di struttura”. Finché esisteranno casi come appunto questi, o come quello dell’Asrem, non si potranno dire rispettati i diritti tra i più essenziali per le donne. Ed è necessario che queste carenze e questi numeri emergano, per denunciare un quadro tutt’altro che positivo in un Paese che si definisce ‘civile’.