Abbandono scolastico: sud ancora indietro ma migliora, aumento al centro e nord. Floridia: “A ciascuno lo studio idoneo”

Nel 2020 il 13,1% ha lasciato anzitempo la scuola: l'Italia è lontana dalla media continentale (9,9%) ma in linea con i parametri assegnati dall'Ue (16%). Quattro regioni fuori parametri, cinque già "in Europa". La sottosegretaria: "Potenzieremo tecnici e professionali. Più investimenti col Pnrr". Il rischio dei giovani senza studio né lavoro

Abbandono scolastico, una piaga sociale (e non solo) del Paese. Non sono più gli anni Cinquanta e Sessanta, quando si lasciavano i banchi dopo la scuola dell’obbligo (o anche prima) perché le famiglie non potevano permettersi un figlio che studia, perché i fratelli maggiori non erano andati a scuola e guai fare parzialità a favore dei più piccoli. O semplicemente perché si era bambine, o ragazze. Nè sono gli anni Settanta e Ottanta, quando in zone fortunate, il mondo del lavoro ti attraeva già a 14 anni o appena diplomati con le sue, magari dure, certezze, contrapposte alle lusinghe lontane dello studio. E in cui, al contrario e per altri ranghi sociali, la scuola diventava un comodo prestesto per rinviare decisioni serie con la vita e le famiglie scoprivano in casa eterni Peter Pan col corpo di adulti: in quei casi, la scuola era un contenitore al quale restare il più possibile aggrappati (fenomeno protrattosi fino agli anni Novanta, in verità), altro che abbandonarlo.
Nel terzo millennio non è più il lavoro, a far concorrenza alla scuola e a sottrarle virgulti. Non ha più senso partire prima, da adolescenti, per arrivare prima (alla pensione) ancor giovani e sani. La pensione forse non toccherà a tutti e il precariato – salvo eccellenti eccezioni provocate non solo da favori ma dal merito – sarà il destino che accomuna i senza diploma e i laureati con dottorato. Tutti a contendersi – semmai esista – un posto da cassier* o di commess* al supermercato. O da barista o camerier*. O a smanettare sui social per qualche azienda che ti prende a partita Iva.

L’alternativa è aggrapparsi al reddito di cittadinanza e ingrossare la schiera dei neet (not educational, employed trading), i giovani che non studiano e non lavorano e ai quali qualuno penserà, come succede ai gigli del campo di biblica memoria: non tessono, non filano, eppure crescono belli rigogliosi.

I dati di Openpolis

Openpolis ha diffuso i dati dell’Osservatorio della povertà educativa #conibambini su scuola e abbandono scolastico.
Ecco i numeri

13,1%

 la percentuale dei  giovani che hanno abbandonato prematuramente gli studi in Italia (2020). Da un lato – fa notare Openpolis – si mostra un miglioramento significativo nella lotta all’abbandono scolastico nel decennio. Nel 2011, infatti, quasi il 18% dei giovani tra 18 e 24 anni aveva lasciato la scuola prima del tempo nel nostro paese.

La mappa dell’abbandono scolastico in Europa

Tuttavia questa quota resta tra le più alte in Ue, alle spalle di Malta (16,7%), Spagna (16%) e Romania (15,6%).

Per misurare gli abbandoni scolastici, la scelta metodologica adottata a livello europeo è utilizzare come indicatore indiretto la percentuale di giovani tra 18 e 24 anni che hanno solo la licenza media.

Tra questi viene incluso anche chi ha conseguito una qualifica professionale regionale di primo livello con durata inferiore ai due anni.

10%

l’obiettivo sugli abbandoni scolastici previsto dall’agenda Europa 2020. L’Unione europea si è attestata al 9,9% nel 2020. Il target nazionale assegnato all’Italia era 16%, obiettivo raggiunto, ma non bisogna fermarsi. In vista del 2030 nel febbraio 2021 l’Ue ha abbassato la soglia dell’abbandono di un punto, attestansolo al 9% continentale.

4

le regioni italiane che superano la media nazionale di abbandoni scolastici: Sicilia (19,4%), Campania (17,3%), Calabria (16,6%) e Puglia (15,6%).

Al contrario, Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Emilia Romagna e Marche sono già “in Europa“ trovandosi al di sotto della soglia Ue del 10%.

-1,9

 

la variazione percentuale del tasso di abbandono scolastico nel mezzogiorno tra il 2019 e il 2020. Al sud e nelle isole si sono registrati i maggiori progressi: dal 2019 l 2020 il tasso di abbandono è sceso dal 18,2% al 16,3%. Al contrario al centro e al nord è salito rispettivamente di 0,5% e 0,6% punti rispetto al 2019.

28,1%

i giovani che hanno abbandonato precocemente nel comune di Napoli (2011). “Un dato – si legge nel report di Openpolis – che siamo in grado di ricavare, con questa granularità, solo attraverso le informazioni raccolte nell’ultimo censimento generale“.
Ecco la mappa, Comune per comune 

L’intervista

Insegnante a tutto tondo. Chi è la pentastellata sottosegretaria all’Istruzione Barbara Floridia

Barbara Floridia (messinese, classe 1977) è una storica attivista del M5s, che, dal I marzo del 2021, ha la ventura di essere stata nominata sottosegretario di Stato all’Istruzione nel governo Draghi. Sposata, docente di Lettere dal 2000 (in ruolo dal 2007, poi in aspettativa), è alla sua prima legislatura. Eletta nel 2018 al Senato, con il Movimento 5 Stelle, è già stato segretario d’Aula, sempre al Senato, e poi vicecapogruppo. Si è occupata a lungo di ambiente, di lotta alla mafia e, ovviamente, di istruzione e scuola.

Barbara Floridia col ministro Patrizio Bianchi

Sottosegretaria con il ministro Patrizio Bianchi (un ‘tecnico’, come si suol dire), ha le deleghe, tra le altre, a educazione ambientale, conoscenza e tutela del patrimonio e territorio, implementazione obiettivi nell’Agenda 2030, educazione civica, salute nelle scuole
Donna colta e raffinata, autrice di poesie, racconti e saggi (“Cesare e io” l’ultima fatica letteraria), rivendica di essere un’insegnante, fiera di esserlo. Racconta sul sito Internet www.barbarafloridia.com che “la scelta di insegnare non è stato un ripiego, ma una scelta. Sono docente di italiano e latino e non ho mai accettato compromessi (come insegnare senza retribuzione nelle scuole private, né, per restare vicino casa, ho accettato di insegnare sostegno non sentendomi all’altezza di un compito tanto delicato e importante). Per entrare di ruolo il prima possibile sono emigrata al Nord, dove, benché se ne dica, da meridionale mi sono trovata benissimo”. Ama molto la sua terra, in particolare Venatico, le isole e la costa tirrenica.
Luce! l’ha intervistata sul tema – sempre più drammatico – dell’abbandono della scuola.

Come valuta i dati sulla dispersione scolastica?

“Il dato sulla dispersione è ancora molto alto, ma negli ultimi dieci anni si è ridotto in maniera significativa. Chiaramente la pandemia non ha aiutato in questo senso, ma gli investimenti che abbiamo già messo in campo a partire dal governo Conte 2, e quelli programmati con il Pnrr, saranno decisivi. Solo per l’orientamento e le competenze di base abbiamo previsto uno stanziamento importante pari a un miliardo e mezzo. Vogliamo investire particolarmente nelle aree che soffrono maggiormente la dispersione scolastica, quindi sud e isole, puntando sulla formazione professionale e tecnica. In questo modo riagganciamo la scuola al proprio territorio di riferimento, incentivando l’occupazione e andando incidere fortemente sulla dispersione.

Chi lascia la scuola? prevalentemente italiani o stranieri? 

“I dati ci dicono che la dispersione scolastica è maggiore tra gli alunni non nati in Italia. Ci conforta però il fatto che si tratti di un dato in costante decrescita, perché la scuola è probabilmente lo strumento di inclusione più importante che abbiamo a disposizione”.

La dispersione è all’obbligo scolastico protratto fino a 16 anni? Dopo le “medie” si iscrive per due anni, in genere agli istituti professionali, e se non si hanno serie intenzioni, poi si smette dopo la seconda superiore. Paradossalmente, l’abbandono avviene proprio nelle scuole considerate più ‘facili’, i professionali ed è figlio di un obbligo di frequentare fino all’età di 16 anni che, posto così, non ha più senso. Non crede?

“La dispersione scolastica è un fenomeno profondamente complesso che merita di essere studiato nei suoi molteplici fattori. Non parlerei di scuole più facili ma di studenti più fragili. Sono loro, gli studenti più fragili, che dobbiamo supportare maggiormente offrendo loro la cassetta degli attrezzi per affrontare adeguatamente la complessità della società”.

“Ricordiamoci che l’obbligo scolastico vigente, fissato a dieci anni, è già superiore a quanto previsto nella nostra Costituzione che ne indica almeno otto. Si può sicuramente aprire un confronto sulla opportunità, eventualmente, di alzarlo, ma credo che sia necessaria la più ampia condivisione su questo punto”.

È in corso la riforma degli istituti professionali. Come cambieranno? E le novità serviranno a frenare la dispersione scolastica?

“La riforma è all’interno del Piano del Pnrr e mira ad innovare e ammodernare i curricola degli istituti tecnici e professionali, rendendoli da una parte più attrattivi e motivanti e dall’altra maggiormente rispondenti alle esigenze del tessuto produttivo del territorio. Le modifiche, indubbiamente, renderanno i percorsi scolastici più flessibili e in grado di rispondere efficacemente alle esigenze formative di un’utenza che necessita di maggiori attenzioni”.

Quando avviene in prevalenza, l’abbandono? Se prima ancora della seconda superiore è segno di totale sfiducia nella scuola. Nei casi in cui la dispersione si concentri più avanti è il risultato di errori nella scelta del corso, avvenuta magari per imposizione familiare o seguendo mode correnti. Come si possono avviare i ragazzi subito alla scuola giusta?

L’orientamento è una delle chiavi su cui la riorganizzazione scolastica basa la propria strategia per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica. Per questo nel Pnrr abbiamo investito un miliardo per migliorare le azioni dedicate all’orientamento. Aiutare gli studenti a capire profondamente le loro aspirazioni e affiancarli nel percorso scelto o da scegliere è fondamentale”.