Abde, Dejen e gli altri sopravvissuti: racconti di morte e vita nuova dei profughi eritrei

I protagonisti fanno parte di un gruppo di un centinaio di eritrei arrivati a Milano attraverso il corridoio umanitario attivato da Sant’Egidio: "Hanno tra i 39 anni e i 50 anni ma sembrano molto più anziani a causa delle cicatrici sul corpo dovute alle torture"
Storie di profughi eritrei a Milano

Dal deserto alle guerre, dalle carceri alla traversata in mare, per venire a vivere e cercare fortuna a Milano. Il viaggio dei 5 uomini tra i 39 e i 50 anni che sono arrivati in Italia grazie alla comunità di Sant’Egidio ha dell’incredibile, eppure è la storia di migliaia di uomini e donne che continuano ad attraversare i deserti e le guerre nella speranza di una vita migliore.

La storia dei cinque uomini fuggiti dall’Eritrea è quella di migliaia di persone che ogni anni scappano dai loro Paesi d’origine per cercare un futuro altrove

Il primo a parlare è Abde, 39 anni: “In Libia a Ben Walid e nella prigione Sikka ho visto morire 26 persone, le ho contate una a una. Anche un mio nipote: non so dove è stato sepolto. Le celle erano sottoterra, c’era tanta umidità, molti si sono ammalati di tubercolosi”. L’uomo è scappato dall’Eritrea (piccolo Paese dell’Africa orientale) nel 2016, dopo aver lavorato 17 anni come giardiniere per l’esercito, come servizio militare. Racconta la sua storia da un piccolo appartamento a Lambrate, periferia est di Milano, dove vive insieme ad altri quattro connazionali. “Fanno parte di un gruppo di un centinaio di eritrei arrivati attraverso il corridoio umanitario attivato da Sant’Egidio alla fine di novembre e sono stati scelti in base alla delicatezza delle loro storie. Ora sono entrati in un protocollo di accoglienza a totale carico di Sant’Egidio” spiega Stefano Pasta, uno dei responsabili del servizio profughi della Comunità a Milano. L’Agi ha raccolto dei frammenti delle loro dichiarazioni rese alla Commissione per il riconoscimento della protezione internazionale, dai quali emergono i dettagli sulla traversata e la prigionia in Libia in tutta la loro crudezza.

“Oggi i miei sei figli e mia moglie mendicano sull’uscio di una chiesa in Eritrea e negli anni del mio inferno in Libia le loro condizioni sono precipitate”, prosegue Abde, rammaricato di non aver potuto portare con sé i suoi cari in Italia. La tratta più comune per i migranti dal corno d’Africa segue un percorso preciso: Eritrea, Etiopia, Sudan, Libia, dopodiché la traversata nel Mediterraneo per sbarcare in Europa. Nel mezzo c’è il deserto più grande del pianeta e il passaggio in mezzo alla guerra civile prima di vedere le coste. Un percorso lungo e pericoloso, ma anche costoso per chi decide di partire. Quando Abde è stato fatto prigioniero nelle carceri libiche, la famiglia è stata costretta a vendere alcuni beni per pagare quella che, più che una cauzione, sembra un riscatto: “Quando sono scappato l’amico con cui sono partito è stato ammazzato al confine. Dopo il Sudan ho percorso il deserto. Abbiamo provato a scappare ma non era possibile. Sono stato liberato dall’inferno quando mi hanno detto che potevo venire in Italia”.

Migranti soccorsi nello stretto di Sicilia dalla nave della Marina militar italiana

I migranti non sono persone prive di mezzi o competenze, come si potrebbe pensare. Dejen, 46 anni, è un ingegnere edile e tra i suoi coinquilini è quello che parla meglio inglese. La lingua più parlata nel suo Paese è il tigrino (originario della regione del Tigray, oggi in stato di guerra, ndr), seguita subito dall’arabo, ma alcuni parlano ancora italiano, “eredità” del colonialismo. Dejen ha lasciato una moglie e 3 figli minorenni in Eritrea e un altro figlio minorenne è rimasto nel campo profughi di Mai Aini: “È un ragazzino, scappato minorenne per non finire a fare lo schiavo nell’esercito”. Di lui non sa più nulla a causa della guerra nel Tigray. Da padre conosce bene la condizione del servizio militare, de facto una schiavitù che costringe i giovani a lavori forzati per anni, durante il quale, per contrasti con i superiori, è stato deportato sull’isola di Harat.

Anche Dejen ricorda vividamente la prigionia in Libia, nel carcere di Zawiya, a 50 km da Tripoli: “Ho sofferto la fame, la sete mi aveva asciugato la gola. Il cibo e l’acqua mancavano ma le torture c’erano ogni giorno”. Racconta anche i primi tentativi di traversata: “Quando sono riuscito a uscire nel marzo 2018, i trafficanti ci hanno imbarcato: dopo 15 ore la Guardia costiera insieme alla Marina italiana ci ha raggiunto e riportato in Libia. A quel punto sono passato per le prigioni di Ain Zara e Abu Selim. Siamo stati liberati in occasione degli scontri. Nel 2019 ho riprovato a partire ma mi hanno riportato in Libia di nuovo”.

I cinque ospiti di Sant’Egidio non superano i 50 anni, ma le sofferenze e il sole li hanno fatti invecchiare prima del tempo, osserva Pasta: “Sembrano molto più anziani a causa delle cicatrici sul corpo, eredità delle torture subite, anche quelle psicologiche. Sappiamo che nelle carceri eritree i detenuti vengono picchiati in modo che chiamino i familiari perché gli diano il denaro per il viaggio”. Tre dei migranti sono originari di una regione rurale del Paese e lavoravano in fattorie agricole. Come tutti, hanno svolto per molti anni il servizio militare obbligatorio e i loro problemi di natura “politica” sono dovuti a questo. Due di loro hanno provato qualche mese fa a venire in Italia ma sono stati respinti, con la guardia costiera italiana che li ha riconsegnati a quella libica.

Il fallimento delle leggi italiane che hanno di fatto criminalizzato l’immigrazione e negano la possibilità di venire qui legalmente per cercare lavoro è alla base dei respingimenti che riportano quotidianamente i migranti verso l’inferno della Libia, un Paese senza un governo stabile riconosciuto e da anni dominata da bande armate e trafficanti di esseri umani.

Profughi partiti dalla Libia e soccorsi in mare dalle autorità italiane

Nonostante una certa retorica allarmista, che vedrebbe in atto un’invasione o addirittura una sostituzione etnica nel nostro Paese, il rapporto 2021 stilato da Caritas, insieme all’associazione Migrantes, dice una cosa diversa. L’immigrazione in Italia è in calo: il numero di persone straniere è sceso del 5%, pari a circa 300mila persone in meno. Le ragioni del fenomeno sono molteplici, da un lato oltre 130mila individui hanno ricevuto ufficialmente la cittadinanza italiana, che è un fatto positivo considerando la difficoltà che questa procedura comporta. Dall’altro, la pandemia. Gli stranieri sono stati infatti tra le categorie colpite più pesantemente dal Covid, soprattutto per le ripercussioni economiche e lavorative. Molte persone hanno così deciso di fare ritorno alla propria nazione di origine o di spostarsi altrove. Al contempo, il fenomeno degli sbarchi nel Mediterraneo è nettamente diminuito, segnando un -35% delle attività di contrasto al fenomeno, perché semplicemente non c’erano imbarcazioni da bloccare.

Per Abda, Dajen e i loro compagni la priorità adesso è trovare un lavoro per poter mandare parte dei soldi a casa dalle loro famiglie. “Il protocollo di Sant’Egidio – spiega Pasta – si propone come modello organizzativo per un’immigrazione disorganizzata. Stiamo cercando di velocizzare il più possibile le pratiche di burocrazia e i cinque stanno già frequentando la scuola d’italiano”. La casa dove il gruppo alloggia è dono di un anziano benefattore del quartiere legato a Sant’Egidio, e dimostra che ancora “Milan l’è un gran Milan”: “Una volontaria gli ha fatto visitare il Castello Sforzesco e hanno partecipato con noi alle celebrazioni natalizie. Inizia soprattutto da qui, dall’essere ‘milanesi’, la loro nuova vita”.