Addio a Franco Battiato. Dal rock alla musica lirica, ci lascia il Maestro gentile e ‘diverso’: “Lascio agli eredi l’imparzialità, la volontà di crescere e capire”

Nato in provincia di Catania 76 anni fa, il cantautore è morto oggi, dopo lunga malattia, nella sua casa di Milo, in Sicilia. Oltre 50 anni di carriera, dal primo contratto discografico ottenuto grazie all'amico Giorgio Gaber, nei quali ha costruito un percorso davvero unico nel panorama musicale italiano

“Cerco un centro di gravità permanente”. Alzi la mano chi non ha canticchiato almeno una volta questo motivo. O chi non si è mai chiesto cosa in realtà fosse il cinghiale bianco la cui era stava finalmente arrivando. Franco Battiato è stato l’outsider per eccellenza della musica italiana; al pari di quello che fu, più o meno negli stessi anni, Frank Zappa nel panorama internazionale. O più recentemente Jhon Zorn. Come loro e più di loro Battiato ha sviluppato negli anni, e via via affinato, una straordinaria capacità di coniugare musica colta e musica popolare, filosofia e movida, stratagemmi retorici ed introspezione, dimensioni mistiche ed ammiccamenti erotici. Con quello sguardo spesso coperto da occhiali da sole per ‘avere più carisma e sintomatico mistero‘.

Giovanissimo sperimentatore di liriche e suoni, Battiato è stato sempre un po’ più avanti. Anche quando le sue performance, agli albori della carriera, non riuscivano, tecnicamente, a restituire dal palco il mostruoso talento e l’intelligenza sopraffina che lo ha fatto vivere sempre al di là ed al di fuori degli schemi. Con lui, ed accanto a lui, sono nati personaggi improbabili e miti talvolta durati il breve volgere di una stagione ma mai banali (Alice, Giusto Pio, Giuny Russo e tanti altri). Nato in un epoca in cui le carriere musicali si misuravano ancora in decenni (il 23 marzo 1945 a Riposto, allora Ionia, in provincia di Catania), non si è mai piegato alle mode ma le ha imposte con la forza del carisma e del talento. Spaziando dal rock progressivo, all’avanguardia alla musica leggera, alla canzone d’autore, alla musica etnica e all’elettronica, fino all’opera lirica.

Un’enciclopedia del suono e del pensiero che, come Pessoa, rappresenta una scoperta continua. Nell’oceano di Battiato, da quella ‘spiaggia solitaria’ di cui cantava, ci si può immergere a più riprese riportando a galla, ogni volta, una diversa parola, un significato nuovo, una nota non ben compresa, un concetto che scava nell’animo prima di ritrovare una ragione nel pensiero che, spesso, segue affannoso il ritmo della musica e del canto, perché vinto da quella densità concettuale che si fluidifica nelle armonie sublimi.

L’ombra della luce che proietta l’ascoltatore in una dimensione spesso sconosciuta eppure comprensibile, per chi ha la sensibilità e la pazienza di ascoltare, mettendosi al servizio del proprio inconscio rituale come della propria coscienza indomita e libera. Battiato, il Maestro Battiato è stato tutto questo. E ancor di più. Non era semplice cantare di Dio ma lui lo ha fatto. Non era facile portare in radio le meditazioni mistiche, ma lui ci è riuscito. La reincarnazione come parabola esistenzial-musicale dell’oggi e del domani escatologico. Un precursore assoluto che della sua diversità si è fatto scudo, trasformandola in un luminoso marchio di fabbrica. Nell’epoca in cui “dovevi essere di qua o di là politicamente”, quella dominata dai cantautori, lui si impose come un diamante grezzo e folle. Incompreso ma inattaccabile.

Poi la maturazione e l’avvicinamento progressivo a linguaggi più consoni al grande pubblico, che lo avrebbero reso indimenticabile autore di versi insuperabili, in grado di regalare ad ogni approccio una vibrazione, un sussulto, un brivido, che ti scuote nel profondo e ti chiede ragione. Sempre alla ricerca, sempre sperimentatore, sempre spiazzante, sempre anti-divo. Sempre in grado di sorprendere e di ‘includere’ nella sua parabola musicale, intere librerie di suoni e di stili.
Cosa ci lascia? Lo ha scritto in una meravigliosa canzone:

Lascio agli eredi l’imparzialità, la volontà di crescere e capire,
uno sguardo feroce e indulgente, per non offendere inutilmente.

Lascio i miei esercizi sulla respirazione,
Cristo nei Vangeli parla di reincarnazione.

Lascio agli amici gli anni felici, delle più audaci riflessioni,
la libertà reciproca di non avere legami

E mi piaceva tutto della mia vita mortale,
anche l’odore che davano gli asparagi all’urina.

We never die,
we were never born!

Il tempo perduto chissà perché, non si fa mai riprendere
i linguaggi urbani si intrecciano e si confondono nel quotidiano.

“Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza”…
l’idea del visibile alletta, la mia speranza aspetta.

Appese a rami spogli, gocce di pioggia si staccano con lentezza, mentre una gazza, in cima ad un cipresso, guarda.

Peccato che io non sappia volare, ma le oscure cadute nel buio
mi hanno insegnato a risalire.

E mi piaceva tutto della mia vita mortale,
noi non siamo mai morti, e non siamo mai nati.

We never die,
we were never born!”