Addio a Lina Wertmuller, la regista col look da ‘maschiaccio’ che riscrisse i canoni del politicamente corretto

Prima regista donna ad essere nominata tra le finaliste agli Academy Awards per il suo "Pasqualino Settebellezze"

Occhiali bianchi come i candidi capelli, uno sguardo furbo, quasi canzonatorio, ma sempre attento. La signora che ha riscritto i canoni del politicamente corretto nell’arte cinematografica ci ha lasciati. Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spañol von Braueich, meglio conosciuta come Lina Wertmuller, si è spenta nella notte tra 8 e 9 dicembre a Roma. La grande regista, 93 anni, era nata nella Capitale il 14 agosto 1928 e con la sua carriera ha segnato la storia della commedia italiana. La camera ardente sarà allestita in Campidoglio. La notizia arriva dal sindaco Roberto Gualtieri, che in un tweet la ricorda come “una grande regista che ha realizzato film densi di ironia e intelligenza”.

È stata la prima regista donna candidata all’Oscar, una carriera fittissima di successi. “Sono andata dritta per la mia strada, scegliendo sempre di fare quello che mi piaceva”. Uno spirito libero col dono della sintesi più perfetta, con idee ben chiare in testa fin dalla tenera età, come raccontava di sé: “Ho sempre avuto un carattere forte fin da piccola” tanto che “Sono stata addirittura cacciata da undici scuole“, diceva divertita. Ma non ha mai smesso di inseguire i suoi principi cardine, con l’adesione al Partito Socialista o con la rivendicazione dei diritti della donna nel mondo del cinema.

Quando, con Luce!, l’avevamo intervistata ad aprile (leggi qui l’articolo completo) avevamo affrontato con le il discorso sulla questione femminile odierna: le donne di oggi, secondo Wertmuller “più indipendenti”, è importante che vengano chiamate con le parole giuste, ma ancora più importante è riconoscerne “l’intelligenza vera”. Amava profondamente lo spettacolo, le sue commedie (“sono come figli per me, tutti importanti”) che facevano riflettere anche se, come raccontava, “Io non mi sono mai posta la domanda, mi sono sempre abbandonata con piacere alle risposte”. Lina Wertmuller aveva una straordinaria capacità di raccontare la realtà, il momento storico, fondendo al mondo del cinema una versione accurata del passaggio dalla vita materiale al concetto di arte ed eternità.

“Sul set ho sempre comandato io” e la sua impronta rimane indelebile in capolavori come Pasqualino settebellezze (1976) che raccolse ben quattro candidature Oscar, o il primissimo I basilischi del 1963, o ancora il primato di successo “al femminile” in tv, ai tempi degli “sceneggiati”, con la trionfale accoglienza del Giornalino di Giamburrasca (1964-65). Lina Wertmuller ebbe anche il privilegio di dividere con la collega Iaia Fiastri uno spazio nella premiata ditta Garinei&Giovannini.

Una carriera scritta nelle stelle

A 17 anni Lina si iscrive all’accademia teatrale di Pietro Sharoff, debuttando come regista di burattini con la guida di Maria Signorelli. La sua arma vincente, quell’estro surreale e comico che l’ha sempre contraddistinta, la mette in mostra scrivendo opere per la radio e la televisione. Il cinema, invece, lo impara dal più grande, quando va a ‘scuola’ da Fellini sui set de La dolce vita e 8 ½. In Rai collabora alla prima Canzonissima e il debutto nel nel lungometraggio con I basilischi la consacra già nell’Olimpo dei grandi con la vittoria del premio Vela d’oro del Festival di Locarno. Nel 1964, dal sodalizio con Rita Pavone, nasca uno degli sceneggiati cult della televisione italiana di tutti i tempi, Il giornalino di Giamburrasca, che fa della Wertmuller una regista ricercata dai produttori. Nello stesso periodo incontra lo scenografo teatrale Enrico Job con cui si sposerà e con cui, oltre a  dividere tutta la carriera artistica,  adotterà la figlia Maria Zulima. Il suo primo, grande successo nel 1972, Mimì metallurgico ferito nell’onore, in cui per la prima volta fa coppia artistica con il suo protagonista per eccellenza, Giancarlo Giannini, e grazie al quale si guadagna l’invito al festival di Cannes.

I suoi marchi di fabbrica, oltre alle sue sferzanti battute, alla irrefrenabile simpatia, e agli immancabili occhiali bianchi (che ci ha raccontato “mi fanno pensare all’estate”) diventano i titoli dei film, di “lunghezza fluviale”. Così Film d’amore e d’anarchia, Tutto a posto e niente in ordine, Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, Pasqualino settebellezze, segnano in modo indelebile e personalissimo il cinema italiano degli anni ’70 e ogni volta mettono d’accordo critica e pubblico. Nel decennio successivo arriva invece un’accentuazione dei temi storici e politici di quegli stessi anni (da La fine del mondo e Fatto di sangue tra due uomini fino a Notte d’estate).

Dall’inizio degli anni ’90 conosce un nuovo successo, scommettendo su attori che plasma e trasforma secondo il suo gusto personale. I sodalizi con Sophia Loren e con Paolo Villaggio portano ai successi con Sabato, domenica e lunedì e Io speriamo che me la cavo.

E ancora, rivisita i suoi personaggi tipici aggiornandoli con volti nuovi come Veronica Pivetti o Claudia Gerini, è talmente attratta dalla cultura partenopea da meritarsi la cittadinanza onoraria di Napoli e da debuttare al Teatro San Carlo con una felice regia della Carmen di Bizet. La vena divertente la ritrova in veste di doppiatrice per Mulan o come esponente dei “poteri forti” in Benvenuto Presidente di Riccardo Milani. Una vita artistica densa, fatta di tantissime soddisfazioni che lei stessa è stata capace di regalarsi e di regalare al nostro Paese. Una stella del cinema, con l’Oscar alla Carriera nel 2020, una stella di Hollywood, da quel 29 ottobre del 2019, con la sua personale pietra sulla Walk of Fame al 7065 a 300 metri dal Chinese Theatre. Una stella del cinema di tutti i tempi.