Addio a Sabrina Querci, “professione vanesia”: modella e musa di artisti, regina delle notti senza buio da Firenze a Milano

Sbocciò nella Firenze trendy degli anni Ottanta, illuminò la scena di Porta Venezia a Milano: dalla sua casa liberty passava un mondo di artisti, designer, stilisti, fotografi che lei metteva in rete attraverso Qconnection. Ha affrontato la malattia con hastag ironici come #radiogaga e #fuckcancer. Unica e originale anche in questo

Sabrina Querci

A metà degli anni Ottanta falcava leggiadra una ragazzina mora, molto alta, gambe di fenicottero, naso di Maria Callas,  pelle bianca come la luce. Erano gli anni dei jeans con le toppe, delle timberland, delle abbronzature a lampade Uva, dei golfini di cachemire a righe e dei capelli lunghi con le meches bionde. Lei vestiva abiti mai visti, con accostamenti unici, scarpe da uomo ed orecchìni strabilianti, foulard della nonna e chignon altissimi. Quella ragazza era Sabrina Querci, fotomodella, artista e musa di artisti. soprattutto fotografi, che venerdì 23 luglio ha lasciato il suo corpo a cinquantuno anni, per diventare immagine e mitologia.  Difficile, definirla.  Anche in questo nessuno la superò quando, con sublime autoironia,  aggiunse al suo nome “professione vanesia

La Firenze felice e maledetta

Cresciuta a Prato, Sabrina ha frequentato per un po’ il liceo classico, ma la Firenze trendy e creativa degli anni Ottanta la reclamava. Insieme a un piccolo gruppo di adolescenti, tra cui il fratello Marco, dà vita al collettivo “Che fine ha fatto Baby Jane?”. Un nome camp per un’alleanza di creativi, dj, designer, raccontati nel libro “Felici e maledetti” di Bruno Casini. E arrivano le feste “Boper” con zampe di pollo attaccate al soffitto, le serate al Tenax, al Manila e negli innumerevoli spazi privati dedicati alle performances che riempivano quella Firenze che sembrava votata ad un nuovo rinascimento, poi dissolto come una saponetta nella vasca da bagno.
Sabrina, già modella a sei anni per il fratello, che l’abbigliava a suo gusto per uscire la domenica, diventa modella di professione, sulle passerelle di Pitti Trend prima di approdare alle pagine delle riviste.  A Londra, ancora bimba, presenzia da diva alle serate Kinky Gerlinky e viene fotografata per BlitzUk con professionisti della scena underground, che si evolverà nella cool Britannia degli anni 2000.

 

La Milano del lebbrosario

Androgina, imperfetta, unica e bellissima é stata un abile architetto nell’ invenzione e costruzione di sé, impavida anticonformista come una borghese Marchesa Casati.
Irrequieta e vanesia per vocazione si trasferisce nei primi 2000 a Milano, nel quartiere di Porta Venezia, in via Panfilo Castaldi e la sua casa liberty diventa una piccola factory, dove prende forma la sua ultima impresa, la Qconnections, un’agenzia per mettere in comunicazione talenti diversi. Nell’ultima intervista descrive così la sua Milano: “Porta Venezia è nata da lebbrosario e da lì si sviluppa. Le persone che magari non son volute o non sono ben viste da altre parti, qui a Porta Venezia vengono accolte ed abbracciate. Me compresa”.
Alberto Dandolo ha scritto dopo la morte che Sabrina Querci ha raccontato in anni non sospetti le “maliziose e borghesi trappole della fluidità”, ma Sabrina apparteneva ad un mondo in cui la definizione derivava dall’azione, dalla passione, non dalle etichette o dagli hastag.

Sabrina Querci

L’ ironia contro il male

Come diceva Cesare Garboli, la buona educazione é sintomo di intelligenza e Sabrina lo sapeva: gentile, accogliente e timida, smorzava il suo volto severo con un sorriso di fanciulla, per cui é stato facile amarla.

Sui social ha condiviso con garrulo cinismo la sua lunga malattia, la radioterapia che diventava #radiogaga, le risate #grullaniterapy e la foto di Bette Davis con i guantoni #fuckcancer.
“La vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita é spesso un inferno. La vita per me é stata bella, perché l’ho pagata cara”, diceva Sabrina, citando Alda Merini.

Ci rimangono il suo volto e il suo corpo avvolto nel bustier corazza di Jean Paul Gaultier in un’iconica immagine in bianco e nero.  Il suo ricordo  sia di benedizione per tutte le persone che ha aiutato, incoraggiato, guidato e connesso nel suo mondo “dal cuore gonfio di futuro“.