Adelina Sejdini muore suicida: fece arrestare i suoi sfruttatori ma non riuscì a diventare cittadina italiana

Vittima della tratta, aveva denunciato i suoi aggressori dando un duro colpo alla racket della prostituzione albanese che si consumava in Italia negli anni Novanta: con 40 arresti e 80 denunciati. "Il riconoscimento della cittadinanza doveva essere un diritto e non un favore di qualche funzionario" dichiara il collettivo Non Una di Meno, che nella giornata del 25 novembre contro la violenza sulle donne sfilerà anche nel nome di Adelina

Poco più che ventenne con la forza della sua denuncia, dopo essere stata violentata e picchiata, Adelina Sejdin aveva inferto alla mafia albanese un duro colpo. Con le sue rivelazioni aveva fatto arrestare 40 mafiosi, che in Italia negli anni Novanta controllavano il racket dello sfruttamento della prostituzione e 80 persone erano state denunciate. Da 23 anni chiedeva la cittadinanza italiana, appellandosi all’articolo 18 della nostra Costituzione che garantisce protezione internazionale alle vittime della tratta di esseri umani, a cui “si applica il programma unico di emersione, assistenza e integrazione sociale” (articolo 18, comma 3-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286). Ma esasperata, dopo una lunga battaglia che da “apolide” l’aveva portata essere riconosciuta come “cittadina albanese”, ha deciso di togliersi la vita gettandosi a Roma da un cavalcavia. “La questura di Pavia mi ha identificata nella carta d’identità come cittadina albanese, ma io lo rifiuto. Mi hanno anche proposto l’asilo politico, ma io sono una vittima della tratta e se torno in Albania sono una donna morta”, aveva dichiarato il 6 novembre alla trasmissione L’aria che tira, “le persone che ho fatto arrestare mi faranno ammazzare”.

Adelina Sejdini mostra la sua carta d’identità che la identifica come “apolide”

Adelina nel corso degli anni aveva fatto parlare di sé più volte. Esaltata come un’eroina per la sua maxi-denuncia, era stata invitata anche al Senato e negli anni per il riconoscimento della cittadinanza italiana si era appellata prima al ministro dell’Interno, che all’epoca era il leader della Lega Matteo Salvini e poi al presidente della Repubblica Sergio Matterella (qui la lettera che gli scrisse nel 2019). Ma la sua richiesta è rimasta inascoltata. “Adelina aveva lottato, mettendo in gioco la sua stessa vita e venendo rinnegata dalla famiglia, contro la violenza maschile che l’aveva schiavizzata”, dichiara Rossella Cabras a nome del gruppo Non Una di Meno, “a Pavia lottava contro il cancro scontrandosi con un sistema sanitario e assistenziale che nega alle donne malate cure e sostegno economico. Ma lottava anche per il riconoscimento di una cittadinanza che, dopo 23 anni in Italia e una storia di sfruttamento e lotta, doveva essere un diritto e non un favore di qualche funzionario“. La nemica della donna era la burocrazia che, come sottolinea il collettivo riferendosi al gesto di Adelina del 29 ottobre “l’ha costretta a darsi fuoco sotto i palazzi del potere, per poi venire allontanata da Roma con un foglio di via emesso da quelle forze dell’ordine, che invece lei continuava ad apprezzare”. Con quel foglio di via, che le ordinava di andarsene da Roma e di tornare a Pavia, Adelina si è buttata dal un cavalcavia. Ma “sono tante le mani che l’hanno spinta giù – aggiunge Non una di meno -, le mani di un patriarcato che ha le sembianze di uno schiavista sfruttatore, di una funzionaria della questura, di un burocrate statale, di una violenza che è maschile, istituzionale, sistemica. Per Adelina e per tutte le vittime del sistema, saremo in piazza a Pavia il 25 novembre e a Roma il 27″ durante la giornata contro la violenza sulle donne.