Adolescenti senza pace tra la pandemia e la guerra, cosa possono fare i genitori? Intervista alla psicologa Montorsi

"La generazione dai 14 e ai 22 anni è in grande scacco evolutivo a causa della pandemia. I genitori devono tenere fermi i paletti morali e dei valori"

“Ieri sera una ragazza sportiva molto grintosa, una che nella vita è abituata a combattere, mi ha chiesto: Perché ci fanno studiare storia, se gli adulti non la imparano mai?”. Elena Giulia Montorsi, psicologa dello sport e psicoterapeuta, riporta la frase di una sua paziente per provare a spiegare agli adulti che cosa stanno provando adolescenti e ragazzi adesso che l’Ucraina è in guerra. “La prima guerra che hanno vicini a casa, nella loro Europa. E la prima che da soli possono seguire sui social”, sottolinea Montorsi, specializzata in adolescenti e giovani adulti e autrice del libro Soltanto mia insieme a Lorenzo Puglisi sulla violenza di genere.

Giovani minacciati “da depressione e ansia in aumento” in un continuum di violenza e morte che dalla pandemia all’invasione dell’Ucraina si ripresenta ai loro occhi. “Disturbi depressivi e ansiogeni sempre più diffusi” che la dottoressa Montorsi registra nei suoi due studi a Milano e Roma. “Anche se il lavoro è molto più online rispetto a prima. Ora solo un paziente su dieci fa sedute in presenza”.

La psicologa dello sport e psicoterapeuta Elena Giulia Montorsi

Dottoressa, come stanno i ragazzi?

“Non sentono pace in quello che sta continuando ad accadere. La pandemia e la guerra messe insieme hanno aumentato in loro la paura, l’angoscia e la voglia di stare in casa. Dal punto di vista sociale, la generazione dai 14 e ai 22 anni è in grande scacco evolutivo a causa della pandemia”.

Gli adolescenti si stanno chiudendo sempre più in se stessi?

“C’è questo rischio. Al primissimo lockdown i ragazzi hanno provato grande stupore: non erano abituati a stare in famiglia, a seguire le lezioni a distanza, a stare lontani dagli ambienti sociali. Ma dopo, la fatica è stata quella di uscire di nuovo di casa. Perché online avevano costruito una rete sociale dove si sentivano più sicuri. Anche negli universitari il problema è diffuso: all’università di Genova, dove tengo alcune lezioni, soltanto 1/4 degli studenti iscritti è tornato a seguire in presenza”.

Perché si sentono più sicuri?

“Perché nel bene e nel male dietro uno schermo, magari spento, o in chat non vedono la reazione dell’altro alle loro parole. Tutto questo non può che comportare la perdita di profondità delle relazioni”.

Lei cosa consiglia in questi casi?

“Tornare a lezione: con calma, con i propri tempi, ma tornarci. Le amicizie che si creano tra i banchi dell’Università rimangono per una vita e possono diventare delle relazioni anche professionali importanti per il futuro”.

Quali pensa possano essere gli effetti della guerra in Europa sugli adolescenti?

“Non è facile rispondere. Ciò che distingue questa guerra dalle altre guerre è che è la prima sui social. I ragazzi la vedono e la seguono (volendo) costantemente, h 24. In modo molto diverso rispetto a quando io seguivo la guerra in Ex Jugoslavia tramite i telegiornali. Online non ci sono confini e questo espone totalmente i ragazzi alla cattiveria di una guerra aggressiva. In più, hanno il timore che possa succedere anche qui. E dopo la pandemia è un altro shock, essendo il primo conflitto che si ritrovano vicino casa da quando sono nati”.

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I genitori come stanno reagendo?

“Sono attoniti quanto i figli di fronte all’invasione di uno stato sovrano. Sono scioccati, come me, come la maggior parte di noi. Da genitori non sanno quanto spingere i figli a uscire di casa, quanto forzarli, quanto parlargli, quanto chiedere o cosa dire loro riguardo a quello che sta succedendo”.

E per quanto riguarda il rapporto dei ragazzi con l’online?

“Non sanno cosa fare, sono spiazzati perché non possono rifarsi a quella che era la loro adolescenza: ‘I social? E chi ce li aveva!’, mi dicono quando li sento. Esporsi online, nelle stories, nei Tik Tok, davanti a una telecamera, dover essere al meglio, che non è la realtà ma chi vorrei essere. I genitori sui social da adolescenti non ci sono stati e non conoscono dall’esperienza i problemi dei loro figli“.

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Quali sono gli effetti negativi dell’online?

“Legate al contatto con i social, sono tornare le patologie del corpo, i disturbi del comportamento alimentare. Un problema non solo delle ragazze, ho visto anche tanti ragazzi in difficoltà con l’esporre il loro fisico, perché considerato non in linea con gli standard maschili”.

I loro modelli di riferimento?

“Gli influencer. La mia era la generazione dei calciatori e delle veline: adesso ci siamo evoluti negli influencer (ride)”

Qual è la differenza fra questi modelli generazionali?

“Prima di tutto ai tempi non c’erano filtri, anche se i ritocchi alle foto esistevano già. In più c’è da dire che una volta Claudia Schiffer e Naomi Campbell le vedevamo sui giornali, in tv, oggi il tempo trascorso sui social è decuplicato rispetto ad altri media nel passato. E le icone sono vicinissime. I corpi filtrati che dai social arrivano agli adolescenti diventano per alcuni di loro un treno irraggiungibile. Una corsa a perdere che crea frustrazione e senso di inadeguatezza. La difficoltà del piacersi e vedersi c’è sempre stata, non è certo una novità. Come ci sono sempre stati i giornali e i belli. Ma oggi! Oggi sembra che tutti siano bellissimi!”.

Che tipo di bellezza è quella da cui siamo bombardati?

“Apparente, non legata né comportamento della persona, né alla sua intelligenza o al carattere o a quello che sì è. Non è una bellezza a tutto tondo, è solo apparenza”.

Ashley Graham, modella di fama internazionale che ha sdoganato le curve

Della tendenza alla bodypositive online cosa ne pensa? Funziona?

“Sì perché normalizza. Antesignana della body positive di oggi è sicuramente la modella curvy, Ashley Graham, che ha sdoganato le forme. È una combattente, ha sfilato anche per Dolce e Gabbana, ma a chi le ha detto ‘se vuoi fare la modella devi dimagrire’, lei ha risposto ‘no, dimagrisci tu’”.

Adolescenti pericolanti e a volte anche pericolosi: le sembrano particolarmente arrabbiati?

“Sì, la loro rabbia la percepisco, ma è come se non potessero permettersela perché hanno tutto. Hanno tante possibilità, non possono stare male. Come se  possedere materialmente delle cose potesse renderci felici. In più ricordiamoci che la rabbia resta un sentimento primario, come si vede in Inside out, vero capolavoro della Pixar”.

Vuole dire qualcosa agli adolescenti?

“Il mondo è un posto da scoprire, da conoscere e non è solo uno schermo. Guardate a chi siete con la voglia di migliorarvi giorno dopo giorno. Fare uno sbaglio non significa essere sbagliati. Prendere quattro, non vuol dire valere quattro”.

E ai genitori?

“Ai genitori dico di rimanere saldi nei valori morali da dare ai ragazzi perché saper scegliere fra bene e male, fra giusto e sbagliato, a prescindere dalla società in cui si vive, fa e farà sempre la differenza. Voglio dire loro anche che un no a volte è molto più educativo di mille sì e che possono anche loro sbagliare, che succede”.