Afghanistan, niente scuola e vietato l’accesso ai posti di lavoro. Le donne costrette a casa “a fare figli”

Riaprono le scuole ma solo per gli studenti maschi. Intanto il governo talebano sostituisce il ministero per la promozione femminile con quello contro il vizio, e il sindaco di Kabul chiude le porte del comune alle donne. Per le quali il Paese diventa sempre più una gabbia

Niente scuola, niente lavoro. Per le ragazze e le donne afghane la vita nel loro Paese si fa sempre più difficile. Se le promesse dei talebani, all’inizio, erano state quelle di mantenere le libertà conquistate dalle donne, pur nel rispetto della sharia, di permettere ad esempio alle ragazze di studiare, di poter andare all’università, di poter continuare a lavorare purché indossando il velo, le cose si sono dimostrate ben presto diverse.

Le scuole, in Afghanistan, hanno riaperto le porte dopo un mese di pausa, durante la quale tutto il mondo ha assistito inerme al ritiro americano e alla conquista del Paese da parte dei talebani. Da questa settimana hanno infatti ripreso le lezioni di elementari, medie e licei. Ma solo per i maschi. Porte sbarrate per le bambine e le ragazze, che saranno costrette a restare a casa, così come le professoresse, che non hanno potuto riprendere l’insegnamento nei loro istituti.

A darne l’annuncio è stato, pochi giorni fa, attraverso una nota ufficiale, il Ministero dell’Istruzione del governo appena insediatosi nella capitale Kabul: tutti le scuole e gli istituti scolastici afghani, sia pubblici sia privati, saranno aperti, ma solo per gli studenti di sesso maschile. Lo stesso vale per gli insegnanti, anche loro solo uomini, come ha spiegato spiega l’emittente di stato Tolo News.

Mentre a tutte le donne, ormai da un mese, è stato imposto l’obbligo di indossare l’hijab, anche gli studenti potranno vestire solo abiti islamici. E non va meglio negli atenei universitari, dove le ragazze hanno sì accesso, ma in aule ben separate per genere e solo se accompagnate dai mariti. Un’ulteriore dimostrazione – come se servisse – della falsità delle promesse fatte dagli studenti coranici.  Nel Paese si respira un’atmosfera di incertezza e apprensione rispetto alle nuove regole imposte, di cui – come previsto e annunciato – fanno le spese soprattutto le donne. Che sono scese a decine in piazza, nelle strade, davanti ai luoghi del potere per manifestare contro coloro che le stanno costringendo ad un passo indietro sui loro diritti lungo vent’anni. Vent’anni di lotte, di piccole conquiste, di tasselli del puzzle delle libertà che pian piano andavano a costruire la strada verso il futuro, e che ora sono stati spazzati via in un colpo solo.

Camminando per il centro di Kabul, intanto, è impossibile non notare un nuovo cartello affisso sul portone d’ingresso di quello che negli scorsi anni fu il ministero per la Promozione delle Donne. La scorsa settimana i talebani hanno annunciato di volerlo sostituire con uno più tradizionalista e puritano. La spiegazione, arrivata dal portavoce Hashimi, è spaventosa: le donne devono stare a casa a fare figli perché “non è assolutamente necessario che una donna faccia parte del governo. Non rappresentano la metà della società. Di quale metà stiamo parlando? Il concetto stesso di metà è sbagliato. Le donne non possono svolgere il lavoro di ministro afghano. È come se le mettessimo un peso al collo che non potrebbero sopportare”. Per questo, semplicemente, è stato vietato loro l’ingresso.

Ora infatti sulla porta compaiono due nuove scritte, nere su bianco, circondate da versetti coranici: “Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”. Un luogo nato per tutelare i diritti delle donne che d’ora in poi invece controllerà che la popolazione afghana stia lontana dai “vizi” e rispetti “le virtù” promosse dal nuovo regime. Un cambiamento radicale, nello stesso giorno in cui gli studenti coranici hanno annunciano la riapertura delle scuole solo per i maschi. La decisione è stata accompagnata però da una piccola protesta da parte di alcune decine donne afghane, durata purtroppo molto poco: dopo uno scontro verbale con un funzionario governativo, queste sono state costrette a tornare a casa, per evitare repressioni violente.

Repressioni che, comunque, ci sono state nelle scorse settimane, in un clima di crescente tensione e ripristino di un regime fatto di violenza e tradizioni religiose patriarcali e maschiliste. L’ultimo affronto, in questo senso, che si aggiunge a quelli appena citati e alle tante manifestazioni contro le donne afghane di cui non si sente o non si vuol sentire parlare, è quello accaduto nella capitale domenica 19 settembre. Qui il sindaco talebano Hamdullah Namony, ha annunciato che le impiegate del comune di Kabul dovranno restare a casa, con la sola eccezione di quelle che non possono essere sostituite da uomini. Quello che appare sempre più chiaro, agli occhi del mondo, è che il Paese sta velocemente tornando a misure molto simili a quelle che avevano caratterizzato il primo regime talebano in Afghanistan, tra il 1996 e il 2001. A scapito delle donne.