“Africa Staged”: una mostra d’arte collettiva, tra metamorfosi e paradosso, sul continente dimenticato

La mostra è aperta tutti i giorno fino al 22 agosto dalle 18 alle 24 ed è accompagnata da un testo critico del curatore. Il curatore: "Sull'onda del paradosso mettiamo in scena una materia in continuo divenire, libera da qualsiasi schema"

Ph. Jacopo Giannini

Dell’Africa in occidente si parla poco e male. Continente dimenticato, terra di emigrazione, povertà, sottosviluppo. Dall’Africa, è opinione diffusa, vengono quelli che ci vogliono ‘invadere’, da cui ci dobbiamo difendere. Il pericolo. Fame, guerre, malattie, carestie: tutto l’armamentario dei peggiori incubi concentrato in un unico continente. Che tuttavia è a tre passi da noi.

Ovviamente l’Africa (ma non solo) è soprattutto molto altro. Solo che facciamo fatica a vederlo, anche perché l’industria della comunicazione questa parte la ignora, non la comprende, la banalizza. E così anche il mondo della cultura. A tentare di colmare il ‘vuoto’ sono allora gli artisti africani i protagonisti della mostra collettiva “Africa Staged” a cura di Alessandro Romanini, inaugurata sabato 17 luglio nello spazio The Project Space (via Nazario Sauro 52), complesso ex Marmi a Pietrasanta (Lu).
L’esposizione – organizzata in collaborazione con la Lis10 Gallery – rappresenta il secondo capitolo (a integrazione dell’evento progettato in Joint venture con la galleria Giovanni Bonelli), e il completamento di un lungo lavoro di monitoraggio e di ricerca operato nell’ambito dell’arte africana contemporanea.

“Il gruppo di artisti riuniti per l’occasione testimonia, nel lavoro, un postmedialismo che non è assimilazione di uno status occidentale del dibattito artistico, ma una condizione genetica, legata alla dimensione magica dell’agire artistico, inscindibile dal loro processo creativo” dicono gli organizzatori. Da qui l’utilizzo libero e incondizionato dei media e dei supporti, di materiali e tecniche, generi e registri, spesso incrociate sinergicamente nella stessa opera, “dove cadono le categorie e le distinzioni fra arti dello spazio e arti del tempo e dove gli artifici logico-geometrici dalla prospettiva agli schemi gestaltici, saltano a beneficio di un all-over espressivo che investe le superfici interamente”.

“Questa esposizione – spiega Romanini – intende operare sull’onda proficua del paradosso, tentando di mettere in scena, fissare in un’istantanea, una materia viva e in costante divenire, che rifiuta geneticamente di essere racchiusa in categorie o palcoscenici pur non rinunciando a una teatralità che è rito e non mero elemento estetico-esibitorio. L’arte africana contemporanea che agisce sulle linee di confine dove la libertà è massima e gli schemi minimi e soprattutto in quelle zone dove la polvere non fa in tempo a depositarsi, perché il movimento e la metamorfosi sono le uniche compagne”.

Si va dal registro documentario e lo spirito antropologico, che guarda alla storia più che alla cronaca, delle fotografie del maliano Malick Sidibè, alle opere pionieristiche di “padri e madri” dell’arte africana contemporanea, come l’ivoriano Frédéric Bruly Bouabré e le sue ‘postcards’ pitto-grafiche legate al popolo Beté, il congolese Chéri Samba con i suoi dipinti legati tematicamente alla sua terra, la senegalese Seni Awa Camara con le sue sculture realizzate ancora seguendo riti sciamanici nella foresta. Trovano posto sul palcoscenico della mostra le maschere e i troni, sublimazioni plastiche dei conflitti civili mozambichiani, di Gonçalo Mabunda, a fianco della dimensione più espressivamente eversiva e stilisticamente alla moda di figure cosmopolite come l’ivoriano Aboudia, affermatosi prepotentemente nel panorama artistico internazionale, e quelle del connazionale Armand Boua e del camerunense Bernard Ajarb. Gli altri artisti che hanno esposto le loro opere sono Nu Barreto, Soly Cissé, Lovemore Kambudzi e Esther Mahalangu.