Amanda Gorman, la poetessa del sogno americano

L'attivista afroamericana, 22 anni, è la più giovane poetessa ad aver recitato un suo componimento all’insediamento del presidente degli Stati Uniti. Ha conquistato il mondo con la sua The Hill We Climb: ascoltando quei versi in molti hanno sentito l’America illuminata da una nuova speranza nel futuro

Nel suo cappotto giallo, così simile a  un raggio di sole, una giovane donna il 21 gennaio 2021 stava su un podio sui gradini di Capitol Hill a Washington DC, circondata dai leader del paese. Ha commosso il mondo intero, pronunciando con convinzione e determinazione la poesia che aveva scritto per accompagnare l’inaugurazione di Joe Biden come 46° presidente degli Stati Uniti: The Hill We Climb. Ascoltando le sue parole in molti hanno sentito la speranza per il futuro illuminare l’America.

Quella donna si chiama Amanda Gorman. È la prima ad aver ottenuto il titolo di National Youth Poet Laureate in America (nel 2017) e, a 22 anni, è anche la più giovane a cui è stato concesso l’onore di pronunciare la poesia di inaugurazione presidenziale. Ma nonostante la sua età, la sicurezza e il portamento dell’artista afroamericana, i suoi capelli intrecciati, fasciati d’oro e tirati indietro in un cerchietto rosso firmato Prada, hanno suggerito la nascita di una nuova musa poetica, che ispira i versi della democrazia.

Cresciuta dalla madre single, attivista, laureata con lode a Harvard, da piccola ad Amanda sono stati diagnosticati un disturbo dell’elaborazione uditiva (sindrome di King-Kopetzky) e problemi di articolazione del discorso. Ma proprio  queste difficoltà le hanno permesso di diventare una vera e propria icona internazionale: nel 2017, in un recital tenutosi al Congresso, la futura first lady Jill Biden l’ha sentita leggere una poesia intitolata In This Place (An American Lyric).

Così si è interessata a lei, perché le ha ricordato il marito, con il passato di bambino balbuziente e l’ambizione di essere artefice del proprio destino. Tre anni dopo Amanda è stata invitata a comporre e recitare la poesia per l’inaugurazione presidenziale, con il sogno, un giorno di poter essere il pubblico, non l’autrice, di tale opera. Vuole correre per la presidenza: “Sto lavorando sugli hashtag”, ha detto alla Harvard Gazette: “Salvate la data del 2036 sul vostro calendario dell’iPhone”. 

Amanda Gorman era a metà strada nello scrivere The Hill We Climb quando una folla di sostenitori di Trump, il 6 gennaio, ha invaso il Campidoglio nel tentativo di ribaltare violentemente il risultato delle elezioni. Ha finito il poema, imperterrita, con quel tumulto stridente come sfondo.

Nei suoi versi non ha voluto soffermarsi sul rancore, il razzismo e la divisione dei quattro anni di amministrazione Trump: voleva invece usare le sue parole per immaginare “un modo in cui il nostro paese può ancora unirsi e può ancora guarire”. In lei c’è chi ha visto il lascito di Martin Luther King. “Essere americani è più di un orgoglio che ereditiamo – ha dichiarato la poetessa – è il passato in cui entriamo e come lo ripariamo”.

Gli ultimi versi del poema, che contengono un’eco al musical Hamilton, costituiscono un poetico grido di battaglia di cui lei stessa si fa prima promotrice:

Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo.

In ogni nicchia nota della nostra nazione, in ogni angolo chiamato Paese,

La nostra gente, diversa e bella, si farà avanti, malconcia eppure stupenda.

Quando il giorno arriverà, faremo un passo fuori dall’ombra, in fiamme e senza paura.

Una nuova alba sboccerà, mentre noi la renderemo libera.

Perché ci sarà sempre luce,

Finché saremo coraggiosi abbastanza da vederla.

Finché saremo coraggiosi abbastanza da essere noi stessi luce.

Da quel giorno Amanda è diventata il volto di un nuovo corso negli Stati Uniti ed è stata ospite di talk show, eventi e copertine. A febbraio era sulla cover di Time con un total look giallo (che dicono sia il suo colore preferito), intervistata da Michelle Obama. Poi il Super Bowl e un panel online per la Giornata internazionale della donna con Hillary Clinton e Nancy Pelosi. A maggio invece apparirà su Vogue America, prima poetessa afroamericana fotografata per la copertina del magazine.

Ma la fama non è tutto e la giovane attivista rimane concentrata sui propri obiettivi e valori: ha rivelato in questi giorni di aver rifiutato contratti per circa 17 milioni di dollari in offerte di sponsorizzazione, dicendo che avrebbe accettato solo “commissioni che mi trasmettono qualcosa”.

Dopo l’inaugurazione di gennaio Gorman ha firmato con l’agenzia IMG Models, ma è cauta nel definirsi un esempio per altre giovani donne: “Non voglio essere qualcosa che diventa una gabbia, dove per essere una ragazza nera di successo devi essere ‘Amanda Gorman’ e andare ad Harvard – ha detto -. Voglio che qualcuno alla fine stravolga il modello che io ho stabilito”.