Andrea e Franco Antonello, quel “folle amore” fra padre e figlio che affronta l’autismo e diventa un film

Il ragazzo, che ha 27anni, vive da solo, bada a se stesso e lavora, seppur seguito da educatori e telecamere. Il babbo: "Ci è servito viaggiare insieme in moto e guardare all'autismo per ciò che di buono dà e non per il molto che toglie". E con l'impresa sociale I bambini delle fate si batte perche il loro non resti un caso isolato

Vi mostrate sorridenti e rock. “Abbiamo pianto molto. In famiglia ci siamo disperati tanto, forse troppo. A un certo punto è scattata una molla. Ci siamo detti: o continuiamo a piangere o ci diamo da fare. E abbiamo scelto di darci da fare”. La vita di Franco Antonello, 60 anni, è stata scaravoltata “da un uragano, due uragani, sette tifoni”. Poche parole di un medico dopo la visita a un bambino di tre anni: “Suo figlio probabilmente è autistico”. La diagnosi era azzeccata. È iniziata un’altra vita.
Quel piccino, Andrea, oggi di anni ne ha 27 e vive da solo (con le telecamere). Suo padre lo ha ‘accerchiato’  e non lo ha mollato più. Ha trasferito la sua cultura del lavoro, il pragmatismo di un imprenditore veneto, nella nuova sfida. Ha accettato di esplorare l’ignoto. Nel 2010 ha mollato tutto, è partito in moto con il suo ragazzo per tre mesi. Insieme hanno attraversato l’America e tanti pregiudizi. Da Miami all’Amazzonia, la pazzia dell’autismo on the road. Quel salto nel buio è diventato un best seller mondiale – ‘Se ti abbraccio non aver paura’ -, e ha ispirato il film di Salvatores, ’Tutto il mio folle amore’. Babbo e figlio sono in viaggio anche ora. Per la loro nuova missione insieme,  ‘I bambini delle fate’, impresa sociale creata nel 2005.

Andrea Antonello

“Andre, vuoi parlare tu?”. “Fare intervista papà”, non ha dubbi lui.

Franco, dove state andando?

“Nelle Marche per un nuovo progetto. In questa regione c’è uno dei nostri lavori migliori di tutta Italia, c’è il sostegno di tante aziende”.

Partiamo dalla fine. Che cosa si sbaglia sull’autismo?

“L’errore principale è quello di creare centri, gruppi, associazioni che si chiudono in se stessi. Come quando una volta chi aveva un disagio mentale veniva messo in manicomio. Adesso lo si fa in un altro modo. Più nascosto, più velato”.

Cosa serve?

“Queste cose non saranno mai risolte da nessuna istituzione, da nessun capo di Stato. Impossibile. Il segreto: trenta persone che dedicano un giorno al mese a testa a un ragazzo autistico. Invece, chiusi nei nostri telefonini, siamo tutti sensibili, mettiamo tanti like, tutti vorremmo fare qualcosa per l’inclusione ma nessuno muove un dito”.

Approccio pragmatico. Andrea è la prova vivente. Si prende cura di sé, cucina, lavora con lei nella fondazione.

“Ma lui potrebbe essere un’eccezione, un caso. Voglio parlare degli altri. Con i ’Bambini delle fate’ abbiamo portato la banca del tempo sociale in 12 città d’Italia”.

Come funziona?

“Ogni progetto sta in piedi grazie a dieci imprenditori. Ragazzi normodotati e ragazzi autistici insieme, sotto l’occhio di un tutor. Stanno nascendo amicizie incredibili. I genitori ogni volta che mi vedono piangono. E’ una cosa pratica, vera, funziona”.

Franco e Andrea Antonello in moto

Andrea è andato a vivere da solo. Miracolo d’amore?

“Non solo. Non bastano tempo e  dedizione. Ci vogliono risorse finanziarie. Io ho avuto modo di lavorare nella vita, di avere fortuna. Ma come fanno un operaio o una casalinga? Andrea vive per conto suo ma ci vuole un appartamento, ci vogliono persone che vanno a sorvegliare. Per questo vorrei dire: guardate che riusciamo ad aiutare tutti questi ragazzi se raccogliamo le risorse finanziarie con ordine e trasparenza. E le destiniamo alle associazioni. Concluderei dicendo: ci vogliono amore, tempo e soldi”.

Con Andrea vi scambiate tanti messaggi via computer. Quando gli ha chiesto, vuoi dire qualcosa sull’autonomia, le ha risposto così: “Credere che migliorare è possibile. Mostrarci continuamente azioni  da imparare. Parlare piano. Sorrisi sinceri. Aiuta il pensiero autistico a controllare ansia”.

Come immagina il prossimo obiettivo?

“Siamo ancora molto lontani dall’autonomia. Vero, lui fa tutto da solo, è bravissimo. Anche stamattina si è alzato, lavato, vestito, è venuto in ufficio in associazione e ha fatto il suo lavoro. Ma ha ancora le telecamere a casa, sennò non si sa cosa succede. L’autonomia è il traguardo più importante. Ma c’è ancora molta strada da fare. Speriamo di arrivarci il più vicino possibile”.

Guardando le foto, sorridete sempre. Sembra un modo di essere più che un modo di fare.

Sospiro. “L’impresa sociale l’ho creata dodici anni dopo la diagnosi. Quei dodici anni io e Bianca, la mamma di Andrea, li abbiamo dimenticati. Perché è meglio così. Purtroppo è la situazione di tante famiglie. Ci arrivano una ventina di mail a settimana. Le mettiamo via in una cartellina che si chiama disperazione, non sapevamo che altro nome darle. C’è da piangere tantissimo. Ma noi a un certo punto abbiamo scelto di scuoterci”.

Chi si rivolge a voi?

“Le associazioni, chi ha un buon progetto e cerca fondi. Ma soprattutto dovrebbero rivolgersi a noi tutti quegli imprenditori che desiderano fare qualcosa nel sociale. Bello, trasparente, concreto. E tutte quelle persone che hanno un’esperienza commerciale e vogliono trasformare questo lavoro, come ho fatto io”.

Andrea Antonello

Di cosa si occupava nella vita di prima?

“Avevo un’agenzia di comunicazione. Facevo riviste pubblicitarie, vendevo pubblicità alle aziende. Ora l’80% di quello che viene raccolto va al sociale”.

Quest’anno avete distribuito più di 3 milioni di euro in tutta Italia.

“Grazie a 800 imprenditori, mille attività commerciali e tremila privati. Ci versano una cifra mensile, costante e continuativa, come nelle adozioni a distanza. Con questo sostegno abbiamo raccolto un importo che ci ha permesso di sostenere 81 associazioni. Nel 2005 siamo partiti con un progetto…”.

Restando al viaggio: la strada ancora da percorrere?

“Siamo solo all’inizio. Perché il nostro impegno nel sociale è contrario a quello che è stato fatto finora. Non accettiamo donazioni, non accettiamo il 5 per mille, non vogliamo fondi pubblici, non protestiamo con le istituzioni”.

Intanto voi due insieme, belli e solari, avete ispirato libri e film.

Franco provoca Andrea: “Sì perché siamo…”. Lui completa la gag: “Numeri uni”.

S’intuisce quasi la regia di un pubblicitario. Che nell’immagine toglie la patina negativa alla sindrome. È così?

“Quando parliamo di una cosa da mangiare, mostriamo quanto è buona, non quanti conservanti ha. Nell’autismo invece si racconta sempre quanto è triste, quanto è difficile. Questo è molto negativo. Proprio perché mi occupo di comunicazione, è stata una scelta. Non voglio far vedere l’autistico in tuta da ginnastica, che mangia la minestrina e alle nove di sera è a letto. Che poi è la realtà. Ma per farlo diventare protagonista c’è bisogno di mostrare due capelloni in Harley Davidson che attraversano l’America e conoscono un sacco di donne”.

Sintesi molto rock.

“Io questi ragazzi non li voglio più chiusi nei centri, non li voglio più da soli. Li voglio in mezzo alla gente, voglio vedere che ridiamo assieme. Quindi proviamo a dare quell’immagine. Cominciamo da lì e poi vediamo il resto”.

Andrea e Franco Antonello con il simbolo dell’associazione “I bambini delle fate” che si batte per l’autonomia delle persone affette da autismo