Andrea Martinelli: “Il volto maestoso di un vecchio è specchio della nostra storia, passata e futura”

Il pittore toscano, nella sua mansarda bohémien affacciata sul duomo di Prato, realizza col suo pennello veri e propri omaggi poetici all'universo senescente. Attraverso la sua arte concretizza così il ricordo dell'amato nonno Dino e, allo stesso tempo, lancia un messaggio importante: "Gli anziani non sono un ostacolo, ma ricchezza e opportunità"

I vecchi. Con le loro storie antiche, gli sguardi rivolti a un passato che non potrà mai tornare, la fragilità nelle ossa, la forza dell’esperienza. Volti che sembrano pergamene in cui è possibile leggere i drammi di una vita intera, la fuggevolezza delle gioie e la consapevolezza dell’incalzare del tempo, della sabbia di una clessidra che scorre veloce senza poterci far niente. I vecchi, troppo spesso abbandonati a se stessi, lasciati in un angolo come rottami inservibili oppure parcheggiati in ‘posti bellissimi’ da figli che hanno ben altro a cui pensare. Loro con gli occhi sgomenti, quasi in allarme, sbigottiti nel sapere quanto siano considerati inservibili, mentre il loro orizzonte temporale diventa sempre più basso, come un sole al tramonto.

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Il pittore Andrea Martinelli

Andrea Martinelli, pittore pratese famoso nel mondo, ha fissato da sempre sulla sua tela queste sensazioni tradotte in immagini che parlano, come nel caso della recente mostra Gli occhi del tempo, dedicata a Vincent Van Gogh, perfetta nel ricreare il mondo del genio olandese grazie anche ai costumi d’epoca realizzati dalla figlia Maria Serena Martinelli. Tutti i dipinti dell’artista sono una elegia, un omaggio poetico a quell’universo senescente così poco interessante per chi vive nelle logiche dell’accelerazione insensata di questo mondo in declino. Martinelli coglie con straordinaria efficacia la bellezza che si nasconde in quei visi scavati, rugosi, dalle chiaroveggenti pupille ancora avide di vita e ne fa capolavori minuziosi di meraviglie capaci di svelare il segreto di una intera esistenza colta in pochi istanti dal tratto sapiente del pennello.

Il suo amore per questo genere di pittura nasce da uno ancora più grande: quello nei confronti di nonno Dino. Suo modello ideale, sempre nel cuore dell’artista come mentore e guida insostituibile. E che la poesia della memoria rende feconda l’arte è provato anche dall’ambiente in cui Andrea lavora, una mansarda bohémien che sembra la copia perfetta di quelle della Parigi di fine Ottocento. Una atmosfera di incredibile fascino, in cui i colori sparsi ovunque contendono il primato alle tele e ai pennelli di ogni specie. Il tutto immerso in una luce che sembra creata apposta da un regista per girarci un film. Un luogo sospeso nel tempo eppure centralissimo e affacciato sul Duomo di Prato con cui condivide silenzio e identica dimensione ieratica. Lì Andrea Martinelli vive e lavora. In quello spazio immenso hanno preso forma, a partire dagli anni ’90, i suoi dipinti con una serie di opere intitolate proprio Senescenze, esposte prima a Firenze presso l’Accademia delle Arti del Disegno, di cui è membro, poi presso la  Compagnia del Disegno di Milano. La sua arte è stata apprezzata in numerose mostre personali e collettive, tanto in Italia che all’estero. E come se non bastasse, un suo autoritratto è esposto nel Corridoio Vasariano della Galleria degli Uffizi.

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Lo studio di Andrea Martinelli, una mansarda in perfetto stile bohémien che affaccia sul Duomo di Prato

Martinelli, cosa significa per lei dipingere volti di persone anziane?
“Dipingere il volto di un anziano significa narrare la sua storia e nel contempo quella di ognuno di noi. Le tracce e i solchi che la vita lascia sulla nostra pelle raccontano i nostri dolori come le nostre gioie e speranze. Trovo che i volti dei giovani o delle belle ragazze siano ancora vuoti di responsabilità perché manca il racconto di una vita. Il volto di una giovane donna evoca il mistero, la sensualità, qualcosa che ha a che fare con la “notte” e i suoi fantasmi. Se dovessi dipingere un giovane carpirei il suo mistero attraverso gli occhi, che quasi sempre guardano lontano. Ma nei vecchi è racchiuso tutto. Ecco perché li preferisco: in loro è concentrata una storia infinita, perciò dipingere quelle rughe e quelle imperfezioni mi aiuta a  scoprire un mondo sconfinato”.

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Un quadro di un’anziana donna realizzato da Andrea Martinelli

Quale impulso lo ha spinto in questa direzione?
“Tutto ha avuto inizio con  la scomparsa del mio adorato nonno Dino. Ho amato moltissimo quest’uomo e non ho mai smesso di farlo. Sono trascorsi più di trent’anni dalla sua scomparsa e lui è ancora qui con me. Avevo una sola arma per riportarlo in vita: la mia arte. Così ogni volta che ritraggo un anziano è come se rivedessi lui con la inspiegabile ma precisa sensazione di salvarlo, di renderlo eterno. Forse non è affatto strano che certe persone, dopo la loro scomparsa, diventano ai nostri occhi, quasi per magia,  più maestose e regali di prima. Ecco, io voglio dipingere questa maestosità. Come diceva Emily Dickinson: “L’intangibilità di quanti/hanno raggiunto la morte/possiede per me una regalità/superiore a ogni maestà terrena”.

Osservare il viso di un vecchio equivale, per lei, a leggere una storia personale assieme a quella del mondo?
“Il volto “maestoso” di un vecchio è uno specchio importante per tutti noi. Ci aiuta a capire il mondo, noi stessi, la nostra vita passata e futura. Quel volto è una vera e propria cartina geografica con tutte le strade e i sentieri che a  ognuno di noi toccherà percorrere. Senza le risposte che ci offrono queste vie,  saremmo totalmente smarriti. Ecco perché i vecchi sono così importanti per ognuno di noi: sono come un camino acceso che ci riscalda, che ci rincuora, che ci fa capire cos’è la vita”. 

Che emozione ha provato alla sua prima pennellata quando ha scoperto l’universo senile evocato dal suo talento?
“Ciò che ho provato è un po’ difficile da spiegare. La cosa che ricordo, però, è che ero particolarmente eccitato. Mi chiedevo: ‘Chi mai acquisterà queste mie opere? Questa personale visione del mondo sarà accettata dagli altri? A chi può interessare la rappresentazione di un vecchio, o ancor di più il volto del mio amato nonno?’. Queste domande mi assillavano giorno dopo giorno, e non riuscivo a trovare una risposta. Eppure nonostante tutto ero certo che quella sarebbe stata l’unica strada da seguire. Sapevo che quando dipingevo alla mia maniera il cuore cominciava a battermi forte, e questo mi ha fatto vincere paure e incertezze”.

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Il pittore martinelli sullo sfondo con la protagonista del suo quadro in primo piano

Le piacerebbe dipingere altro?
“No, non ho nessun desiderio di abbandonare il mio mondo. In arte non esiste l’ispirazione, bensì l’ossessione. L’essere umano è da sempre al centro dei miei pensieri e non ho nessuna intenzione di abbandonarlo. Anzi, semmai vorrei più tempo a disposizione per poter realizzare tutti i progetti che ho in mente che hanno come unico protagonista L’uomo”.

Di cosa, a suo giudizio, hanno più bisogno le persone anziane?
“Rischio di essere scontato, ma lo sostengo ugualmente con forza: hanno bisogno di amore e di maggiore attenzione. Non c’è più tra i giovani d’oggi questo genere di interesse. Troppo spesso gli anziani sono visti come un ostacolo, quando dovrebbero essere invece considerati una vera e propria ricchezza e un’opportunità.  Personalmente rimpiango spesso  i momenti trascorsi con i  nonni e questo  mi scalda il cuore perché mi  fanno pensare ad un mondo migliore, un  mondo che non c’è più  e cerco di proteggere preservandolo con l’espressione della mia arte. Quel che conta oggi è   vivere solo nel  presente  ma in realtà  proiettati nel futuro:quindi  il passato sembra non avere più importanza per nessuno. Invece in quella lontana dimensione temporale  è racchiusa  tutta la nostra ricchezza, una fonte inesauribile  di bellezza  fatta di ricordi e  memorie, da cui ho sempre attinto. “

Quale aspetto della loro fisionomia l’attrae di più?
“La loro caducità, le imperfezioni, i solchi, i nei, gli occhi lucidi e spenti come se fossero sempre in perenne attesa. Ma la lista potrebbe essere ancora più lunga. Insomma, sono bellissimi! Capisco che queste mie affermazioni potrebbero apparire strane se non assurde: eppure mi sento molto fortunato per il fatto di saper riconoscere la bellezza lì dove pochi la vedono. Forse devo tutto a nonno Dino che prima di andarsene per sempre mi aveva voluto regalare con il suo sorriso e il suo amore il senso totale della “bellezza”, una bellezza infinita che voglio raccontare fino alla fine dei mie giorni”.

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Il volto di un anziano ritratto da Martinelli

Quali sono i colori ideali per ritrarne aspetto esteriore e intima essenza?
“Le tinte ideali appartengono al dominio del grigio, del nero e del bianco: sono i colori della memoria. Ogni mia opera è simile a  foto in bianco e nero sfocate e ingiallite dal tempo. Chi si avvicina ai miei dipinti deve sentire il desiderio di avvicinarsi e toccarli fino ad avvertire tutto il profumo di chi vi è ritratto e del suo passato sospeso nel tempo”.

Sono solo modelli per lei o si viene a stabilire un rapporto?
“No, pensare a loro come modelli non avrebbe per me alcun senso. Ci deve sempre essere un rapporto interpersonale, per quanto minimo. Tra i tanti che ritraggo ci sono amici o parenti, ma soprattutto  si tratta di  gente che incontro per caso, volti  nei quali sento di infondere  qualcosa che ha a che fare con il mio vissuto e per questo chiamo “volti della lontananza”. Un modo di  dipingere e disegnare  che potrei definire per amor lontano“.

Come si pensa da vecchio? Sarà il momento di un nuovo autoritratto o preferirà lasciare di sé una immagine incorrotta dal tempo?

“Ho ormai dipinto molti autoritratti, in trent’anni di attività, e nel 2013 ho donato uno di questi alla Galleria degli Uffizi. Credo che continuerò perché lo reputo un modo efficace per dialogare con quel me stesso denso di spiriti e fantasmi, al quale non concederò mai nessuna indulgenza. Certo, riconosco di essere un gran narciso e sono anche molto vanitoso, in fondo come ogni artista: ma so di essere altrettanto spietato nell’autocritica. Forse, per fortunata genetica, mi saranno risparmiati molti insulti del tempo anche se continuerò a perdere i capelli. Ma di una cosa sono certo: armato del mio pennello affilato come un bisturi, preciso quanto un raggio laser, andrò sempre dritto alla ricerca di me stesso. Fino in fondo all’anima”.