Appuntamento con la storia, San Marino vota il referendum per legalizzare l’aborto

l codice penale nella Repubblica punisce con la reclusione sia le donne che scelgono l'interruzione di gravidanza sia chiunque le aiuti e procuri l'aborto. Che considerato reato in ogni caso, senza alcuna eccezione. Un ritardo cronico dello Stato sui diritti civili che, da domani, potrebbe ulteriormente accorciarsi

Domani 26 settembre nella Repubblica di San Marino i cittadini saranno chiamati a decidere se rendere legale o meno l’aborto all’interno del proprio Stato. A indire il referendum, l’Unione delle Donne Sammarinesi (Uds), che da 18 anni reclama un diritto, che in Italia è conquista del secolo scorso (1978). Sembra anacronistico a dirsi, ma nella Repubblica che si chiama come il nome di un santo abortire è considerato un crimine.

Il codice penale di San Marino, che ha subito pochissime modifiche dal 1865, prevede infatti agli articoli 153 e 154 “la reclusione da tre a sei anni per ogni donna che abortisce e per ogni persona che la aiuta e che procura l’aborto“. Motivo per cui fino ad oggi – e forse da domani non più – le donne sammarinesi che decidono di interrompere una gravidanza, hanno un’unica scelta: farlo all’estero. Principalmente nelle strutture ospedaliere dell’Emilia Romagna, dove –come racconta al fattoquotidiano.it la presidente Uds Karen Pruccoli – “le donne spendono 1.500 euro per sottoporsi all’Ivg, più le spese dell’albergo“.

Come in Andorra e a Malta, a San Marino abortire è considerato reato in tutti i casi: se la gravidanza è conseguenza di stupro, se la donna rischia la vita e se il feto mostra delle gravi malformazioni. Un diritto totalmente negato che appare meno assurdo se guardiamo al passato recente di quello Stato, che in tema di diritti ha sempre dimostrato un ritardo cronico: nella Repubblica del Titano la legge sul divorzio viene approvata infatti nel 1986, 16 anni in ritardo rispetto all’Italia (1970); mentre il voto passivo alle donne viene riconosciuto nel 1974, 28 anni dopo rispetto al nostro Paese.

“Il vero problema è che nell’ultimo ventennio, con una piccola eccezione durata tre anni, la stragrande maggioranza dei governi era conservatrice e antiabortista“, raccontava a luglio la presidente Pruccoli. “A San Marino abbiamo ancora la Democrazia cristiana: il nostro è un Paese cattolico, fortemente tradizionalista e patriarcale. Un terreno politico che, ovviamente, ha avuto come conseguenza anche una sottorappresentanza politica delle donne, che sono, dopo tante battaglie dell’Uds, il 33% in Parlamento. Mentre soltanto una donna su 10 è Segretario di Stato, figura equiparabile al ministro italiano”.

L’Unione delle Donne Sammarinesi ha tentato tante strade, prima di arrivare all’appuntamento di domani: innumerevoli Istanze d’Arengo (richieste di pubblico interesse), due disegni di legge di iniziativa popolare, nel 2014 e nel 2019, e infine nel 2020 la raccolta di 3mila firme per indire il referendum. “I tempi non sono maturi, sono maturissimi“, diceva due mesi fa la presidente dell’Uds, che domani si prepara – speriamo – a riscrivere la storia della sua Repubblica.