Architettura ostile in Italia, quando il decoro urbano vale più della dignità delle persone

La progettazione urbanistica in molti casi danneggia la libertà personale dei soggetti più deboli. Davvero le sbarre sulle panchine e gli spuntoni sui marciapiedi servono a ridurre criminalità e delinquenza?

La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge” (art. 13, Diritti e Doveri dei cittadini della Costituzione Italiana). L’art. 13 della nostra Carta Costituzionale apre la sezione dedicata ai Rapporti Civili parlando di libertà personale e definendola inviolabile: nessun soggetto, sia esso un privato o un’autorità pubblica, può quindi esercitare alcun tipo di limitazione dell’altrui dignità, né costringere all’assoggettamento di qualsiasi tipologia di potere. Non si tratta di una libertà solo fisica, ma anche e soprattutto di una libertà morale, che esclude ogni forma di violenza ai danni dei più deboli. Questa libertà può essere limitata solo ed esclusivamente nel momento in cui il diritto sconfini nell’abuso di essa.

Far riferimento a questo principio è utile, se non necessario, davanti alla cosiddetta architettura ostile o architettura difensiva. Questi termini identificano tutte quelle strategie di progettazione urbanistica mirate a impedire comportamenti ritenuti vandalici o che possano ledere l’ordine pubblico. I primi esempi risalgono agli anni Settanta, con le prime teorie della prevenzione del crimine attraverso la progettazione ambientale del criminologo C. Ray Jeffery, il quale mirava a migliorare la vivibilità degli spazi urbani attraverso vari metodi, come la sorveglianza naturale, il controllo degli accessi e l’applicazione territoriale.

Architettura ostile, il caso del Camden bench di Londra

Il Camden Bench di Londra

Ma quanto questo tipo di procedura è davvero utile alla riduzione della criminalità e della delinquenza, e quanto invece favorisce una campagna di divisione sociale e una conseguente limitazione della libertà del soggetto debole? Gli esempi più conosciuti di Architettura ostile sono le panchine con il braccio metallico centrale, presenti anche in molte città italiane, tra le quali però il “Camden bench” di Londra è sicuramente il più famoso, nonché il più discusso. Il Camden bench è un pezzo di cemento dai bordi arrotondati, sopra il quale è visibilmente impossibile dormire: è anti-scippo, avendo uno spazio nascosto per riporre la borsa, è anti- skateboarder, poiché la sua forma impedisce lo scivolamento ed è perfino anti- graffiti per via del suo rivestimento speciale che respinge la vernice. Il fatto che gli skater non riescano a passarci sopra e gli artisti di strada non possano dipingerci non è certo un grosso problema, se non fosse che questi provvedimenti impediscono ai senzatetto di trovare una sistemazione per riposare.

Da Bologna a Milano, sbarre e spuntoni anti-clochard

Gli spuntoni in acciaio tappezzano in tutta Italia le vetrine dei negozi

L’architettura ostile prevede le soluzioni più creative: sbarre in mezzo alle panchine, spuntoni cementati sui marciapiedi, sfere in acciaio davanti ai negozi. Soluzioni creative, quanto disumane. Una vera e propria guerra ai poveri travestita da estrosa progettazione urbana. Anche in Italia l’architettura ostile è una pratica di lunga data; a Bologna panchine rosse munite di braccioli e sbarre tappezzano la città, a Parma sono state posizionate delle panchine ingabbiate, a Milano sono sempre più numerosi i negozi che collocano le sfere in acciaio anti-clochard davanti alle proprie vetrine.

Architettura ostile, una ossessione rafforzata dalla pandemia

L’ossessione delle amministrazioni locali per l’eliminazione del degrado dalle città sta sfiorando livelli mai visti e, ad oggi, risulta rafforzato dalla pandemia. Per capirlo, basta fare un piccolo salto indietro di qualche mese quando, in occasione delle Atp Finals di tennis a Torino, la città è stata tirata a lucido per l’evento, rimuovendo i senzatetto da sotto i portici e costringendoli al gelo e alle intemperie dell’inverno. Dopo queste premesse, risulta quasi grottesco il fatto che il termine decoro sia sinonimo di dignità. Come a Monopoli, è necessario tornare “al via”, a tutti quei diritti vitali e inviolabili del soggetto tutelati dall’art.13 della nostra Costituzione. Questo almeno finché il decoro di una città passerà avanti alla dignità di una persona.