“In Italia di salute mentale non si parla e si finge che il razzismo non esista: da quando ho perso mio fratello lotto per far cadere questi tabù”

Iman Scriba (nota sui social come Ariman), 25 anni, nata a Milano da genitori marocchini, aveva un fratello, Ilyas, che si è tolto la vita a 19 anni, dopo un lungo periodo di disturbi mentali. Da allora la giovane attivista racconta la sua esperienza "per riempire i vuoti, per dare uno spazio di consapevolezza e confronto a chi si sente escluso". Dalla società, dalla discriminazione, dai tabù sulla salute mentale

Quante volte, nella vita, ci capita di sentirci tristə, demotivatə, di non trovare una luce in fondo a quel tunnel buio che sembra avvolgerci? Oppure super attivə, euforicə, esattamente un minuto dopo? Quante volte ci chiediamo se siamo pazzə? Domande che accomunano tutte le persone, uomini, donne, ragazzi e ragazze: tuttə noi abbiamo a che fare con la nostra mente ma mantenerne integra la salute è un compito tutt’altro che semplice. Anche perché, al di là dei momenti ironici – chi non ha mai chiesto “Ma sei pazz*?” a qualcuno che conosce, per scherzo –, di salute mentale non si sente spesso parlare, e quando succede c’è una sorta di stigma associato che è difficile da superare. Reticenza, paura di un fantomatico ‘contagio’, tabù sociali. Sono tanti i motivi per cui non se ne può o vuole parlare, come se andare dall* psicolog* fosse un reato, una cosa aberrante da disprezzare, invece che incoraggiare. Negli ultimi mesi, è vero, di salute mentale si è trattato un po’ di più nel dibattito pubblico, ma è servito il Covid e l’emergenza sanitaria mondiale perché accadesse. Ma c’è chi invece, ogni giorno, porta avanti la sua battaglia e quella di tante persone come lei, perché diventi un argomento preponderante per la società, per la politica, perché si inizi a parlarne ma anche ad agire perché venga garantito il diritto alla salute nel senso più ampio del termine: non solo fisica ma anche della mente.

Iman Scriba, 25 anni, nasconde una personalità dolce ma determinata, forgiata dalla vita che, con lei, non è stata affatto buona. Giovane attivista, è nata a Milano da genitori marocchini, e “sui social, ma anche in altri spazi dopo la pandemia, come piazze e circoli ad esempio, porto il tema della salute mentale nel senso più ampio del termine, focalizzandomi su quelle che sono le influenze che ha l’ambiente esterno su questa”. Lo definisce un approccio “fisiologico, quasi chimico” a tutto ciò che accade nel nostro organismo, che le arriva dagli studi in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche all’Università Statale. “Quando si parlava di psiche e disturbi mentali, mi è sempre stato detto che oltre ai fattori genetici ed epigenetici i fattori ambientali hanno un ruolo sostanziale nel nostro benessere mentale – racconta Iman (sui social nota come Ariman) –. Perciò quello a cui tengo io è proprio focalizzarmi su questa sfera “sociale”, perché è quella in cui ognuno di noi può fare la sua parte, può mettersi a disposizione per un cambiamento“. Un cambiamento che, nel suo caso, purtroppo non è avvenuto in tempo, ma che spera di portare avanti con la sua esperienza personale.

 

Quando è nato il tuo interesse verso la salute mentale e da quando fai attivismo?

“Ho cominciato a parlare di salute mentale da un paio di anni, quando ho perso Ilyas, mio fratello (giovanissimo e talentuoso rapper, @ilyasstigma /canale YouTube). Lui si è tolto la vita a 19 anni, dopo lunghi periodi di ricoveri nei reparti psichiatrici di tutta la Lombardia praticamente. Nell’arco della sua adolescenza ha avuto diagnosi diverse: prima di schizofrenia, poi disturbo borderline e infine disturbo bipolare, che era effettivamente quello che più descriveva il suo malessere.

Un post su Instagram sul profilo di Iman con suo fratello Ilyas

Essere sorella di Ilyas era la mia vita. La sua perdita è stata difficilissima da gestire e da allora, ho incominciato a condividere il mio malessere, perché era troppo grande. Dopo la sua perdita ho iniziato a parlarne, all’inizio con una posizione personale: mi ero fissata con l’idea di trovare una storia simile alla mia, volevo sapere con tutte le mie forze cosa ci sarebbe stato dopo un lutto di questo genere. Ho passato giorni a cercare su internet, sui libri di psicologia. Ma non ho trovato proprio niente. Stavo estremamente male ma nel mio malessere forse sapevo che prima o poi sarei stata meglio, quindi mi sono detta ‘nel mio piccolo provo a raccontare quello che sto vivendo, magari per caso, per sbaglio, una persona si trova nella mia stessa situazione, e io sono quella storia che cerca. Magari le può essere d’aiuto’. All’inizio è stato questo il processo che mi ha spinto a portare una dimensione tanto personale in uno spazio così grande com’è quello di Internet”.

Sei stata, insomma, quello che tu avevi cercato ma non avevi trovato?

“Ho provato a farlo, sì. E fin da subito mi sono resa conto quanto servisse, perché mi sono arrivate testimonianze simili alla mia, tantissime. Quel riscontro mi ha permesso di capire quanto fosse necessario parlare di un tema così stigmatizzato e nascosto. Ogni volta mi chiedo se ha senso quello che faccio, ovviamente ti poni il dubbio, ti metti in discussione; la verità è che mi arrivano costantemente storie di persone giovani che hanno bisogno purtroppo di luoghi in cui vedersi. Per me è tristissimo pensare di essere ‘un luogo’ in cui una persona si può rivedere, perché vuol dire che c’è una carenza, un vuoto incredibile. Però questo vuoto si può riempire, partendo da noi, da sé, dando questi messaggi”.

Salute mentale e discriminazione, di qualsiasi forma, sono legate? Nei tuoi canali parli spesso del rapporto con il razzismo. Che tipo di legame c’è?

Iman Scriba all’Anti social social park di Volterra per parlare di salute mentale e razzismo

“In prima linea ci sono tutte le forme di violenza e discriminazione che una persona è costretta a vivere e subire: l’intersezione con il razzismo è evidente per questo, perché il razzismo è riconosciuto, oltreoceano, come fattore traumatico. Una persona discriminata è soggetta a costanti micro traumi, aggressioni, violenze. Tutto questo diventa un ricordo doloroso, una ferita invisibile all’esterno ma che rimane salda in mente ed è capace di causare l’insorgenza di un disturbo, come l’ansia, o anche disturbi del comportamento alimentare, che sono strettamente legati a come il corpo è percepito dall’esterno. In un contesto in cui la tua semplice presenza è considerata deviante o sbagliata o non dovrebbe esserci, diventa facile adottare strumenti autolesionisti per cancellarsi, per sparire.
In America il tema è ampiamente trattato: c’è un incidenza di disturbo da stress post traumatico altissima tra le persone razionalizzate o tra i migranti. Anche un dato europeo, spaventoso, riguarda le politiche migratorie del nostro continente: una persona su due rischia di sviluppare un disturbo da stress post traumatico. Perché? Oltre a tutto quello che ha vissuto, che si è lasciato alle spalle nel suo Paese d’origine, il migrante si scontra poi con Stati estremamente ostili alla sua presenza. Quello non fa altro che aggravare una situazione che poi tramuta in un malessere incontrollabile. Ma come il razzismo in realtà tutte le forme di violenza sono interconnesse alla salute mentale.
Nella mia esperienza ho sempre ritenuto inaccettabile che un ragazzino con tantissima voglia di vivere come era Ilyas non ce l’avesse fatta, anche a causa di sistemi che avrebbero solo dovuto proteggerlo ed aiutarlo, e che invece ne hanno aumentato la sofferenza. La sua vita è stata caratterizzata da una costante violenza gratuita, sia da parte delle Forze dell’Ordine, che in ambito sanitario. Poi, dopo la sua scomparsa, non ho più tollerato che alcune realtà passassero per normali”.

Ph. Michael Yohanes

La manifestazione a Voghera per Youns El Boussetaoui. Ph.Michael Yohanes

Parli di realtà oltreoceano, perché invece in Italia non se ne parla?

“Di razzismo in Italia non se n’è mai voluto parlare. Io ultimamente mi sento più legittimata a farlo perché sono circondata da persone che appartengono alla mia stessa comunità, hanno un vissuto simile al mio (clicca qui). Ma solo fino a un paio di anni fa per me sarebbe stato difficile fare un discorso di questo genere, perché viviamo in un Paese che veramente non riconosce la sistematicità di questo problema, del razzismo. Sono cresciuta con l’idea che l’Italia non fosse un paese razzista e che tutto quello che vivevo erano casi isolati o realtà che io forse non ero capace di interpretare. Poi, negli ultimi anni, le micro-aggressioni a sfondo razziale sono aumentate e sono cose che fanno male. Ci sono i terapeuti, è vero, ma tutti sono in grado di difendersi. Mio fratello Ilyas non sopportava gli sguardi della gente e alla fine non ce l’ha fatta più, si è chiuso in se stesso e si è suicidato. E questa cosa, come me, come noi, la vivono tantissime altre persone: è un problema che devi gestire individualmente e può gravare sulla tua salute mentale. Sono violenze a tutti gli effetti, ma tutto quello che ti circonda ti dice che non è vero. Quindi inizi a pensare che sia tutto frutto della tua immaginazione, sia una semplice esagerazione. È una narrazione tossica”.

Quando tuo fratello si è tolto la vita aveva solo 19 anni, ma il suo malessere aveva radici più profonde, complice anche la matrice razzista. Come hai vissuto la sua condizione?

“Queste cose le ho studiate e lui mi faceva ridere perché mi diceva: “Io lo so che hai fatto questa università per me” oppure, prima di un esame, scherzava: “Sì vabbè facile per te questo esame, tanto mi devi solo descrivere”. Era la mia felicità. Ilyas si è ammalato in maniera molto visibile quando aveva 14 anni. Io ne avevo appena 18. Fino ai suoi 19 anni c’è stato un excursus molto rapido di quello che era il suo malessere. Ha tentato il suicidio tantissime volte, in modi diversi, non così violenti (si è buttato dalla finestra, ndr). Diciamo in una maniera – il termine lo utilizzano nella raccolta dei dati – un po’ ‘femminile’, nel senso che i maschi tendenzialmente attuano suicidi molto violenti, impiccagioni, precipitazione dall’alto, soffocamento, mentre invece le ragazze metodi molto più ‘soft’, per cui tendenzialmente rimangono tentati suicidi e non suicidi. Ilyas prendeva farmaci e quindi riuscivamo sempre a bloccarlo. E la sua psichiatra, in realtà, ci aveva detto che non avrebbe mai attuato suicidio violento, che non ci sarebbe mai riuscito”.

Avete mai pensato, tu e i tuoi familiari, che a un certo punto sarebbe cambiato qualcosa?

Iman e Ilyas Scriba

“No, non pensavamo che sarebbe successo questo, alla fine. Un po’ in realtà, quello che diceva la psichiatra è quello che pensavamo, che Ilyas non sarebbe mai riuscito a suicidarsi davvero. Il disturbo bipolare è molto particolare perché essendo caratterizzato da un umore altalenante, come parenti, come persone vicine, anche noi eravamo soggetti a queste variazioni molto marcate. Quindi quando mio fratello era nella fase di umore alto, caratterizzato da molta creatività, felicità, energia, trasmetteva tantissimo la speranza di un cambiamento, però positivo. Era proprio uno schema ripetuto: quando lui stava bene tutti pensavamo che sarebbe stato bene per sempre, quando stava male pensavamo e speravamo che durasse il meno possibile e che tornasse la fase un po’ più di benessere. È un disturbo molto difficile da affrontare, da vivere”.

Anche tu hai avuto dei disturbi legati alla salute mentale?

“Sì, io però ho sofferto di disturbi del comportamento alimentare, quindi proprio tutta un’altra cosa. Con mio fratello devo dire che è stato proprio difficile, per questo mutamento che vivi tu stesso in conseguenza all’amore che provi per la persona che hai davanti”.

I tuoi genitori come hanno affrontato e stanno affrontando questa perdita?

“Come moltissimi altri genitori appartengono ad una generazione diversa, un generazione che in generale dà poco peso alla salute mentale. Non avevano mai realmente compreso quello che viveva Ilyas, ancora non gli danno i giusti nomi e non riconosco che avesse veramente un problema molto più grande di quello che loro erano capaci di riconoscere e descrivere. Entrambi i miei genitori non fanno neanche mai cenno al fatto che soffrisse di disturbo bipolare. La loro spiritualità o comunque la loro fede esiste e trovano delle risposte in quella. Ma non hanno fatto neanche dei percorsi di terapia, a differenza mia, quindi diciamo che abbiamo fatto percorsi estremamente diversi, dovuti a tutte le nostre differenze anche banalmente culturali”.

Nella società italiana anche parlare di salute mentale è ancora un tabù. Come si può abbattere?

Iman ha partecipato a #CambieRAI, la campagna degli attivisti contro il linguaggio razzista

“Di cose da fare ce ne sarebbero un’infinità, specialmente al livello politico. La verità è che, in seguito all’affossamento del Ddl Zan diciamo che la politica tutto può dare fuorché speranza, anzi al massimo frustrazione, tristezza e rabbia. Se qualche mese fa avrei dato una risposta maggiormente legata ai compiti della politica, in senso parlamentare, oggi sinceramente non mi sento neanche di dare un ruolo tanto grande a delle persone che non hanno neanche la sensibilità e l’empatia per comprendere cose di una portata minore. Più che altro di salute mentale non si parla e non si è mai parlato nemmeno negli spazi sociali, di contro-cultura e resistenza. È una cosa che invece a Milano, nel mio contesto, io sono contenta di aver un po’ introdotto, perché stiamo parlando sempre più di questo argomento nei piccoli spazi e secondo me bisognerebbe fare questo. Una forma proprio di resistenza dal basso, di controproposte: riempire quegli spazi che vogliono fornire un’alternativa anche con tematiche legate alla salute mentale, fare dei gruppi di autocoscienza, mutuo aiuto. Poi la pandemia ha introdotto il tema e accelerato anche la necessità di parlarne, ma non deve rimanere solo tutto a parole. Bisognerebbe proprio rivedere gli spazi di collettività in un modo diverso, dando maggiore peso alla salute mentale, poi arrivare alle scuole e poi, di conseguenza, forse, la politica potrebbe rendersene conto e fornire dei supporti gratuiti, dal momento che la salute mentale è elitaria, è costosa (il percorso psicologico ha costi molto elevati). A quel punto forse il ruolo della politica sarebbe questo, rendere accessibile un servizio che dovrebbe essere gratuito come il medico di base.

Quindi partendo dai giovani? Dai piccoli gruppi?

“Sì, per arrivare ad avere un panorama più ampio, come scintille che però accendono un fuoco”.

A proposito di scintille. Dove trovi la luce? Cos’è per te?

“Oddio, che domanda inaspettata. È difficile. Io sono fortunata, perché ho un amico che si chiama Luce e l’altro giorno gli ho scritto: “Come stai persona piena di luce?” ma non riferendomi al suo nome, stavo proprio parlando di luce positiva all’interno delle persone. Quindi, in realtà, se penso alla luce penso proprio a ciò che di pieno e di buono mi possono dare le persone dall’interno. L’amore che riescono a tirar fuori con il loro impegno e le loro azioni”.