Bagni gender neutral, unisex o misti: un dibattito sull’inclusione che accomuna l’Occidente. Questione di identità o di natura?

In Italia, nonostante le resistenze, dalle scuole sono sempre più le voci che si alzano per chiedere che i servizi igienici diventino accessibili a tutti, mentre in Europa ci sono esempi virtuosi, come Londra e Stoccolma. Negli Usa, infine, la scelta è affidata ai singoli Stati

L’inclusione può passare dai gesti più semplici ed elementari e se il proverbio dice “fare di necessità virtù” allora anche da un bisogno può nascere un’azione virtuosa. Di bagni gender neutral o gender free, si parla poco e se ne vedono ancora meno. Ma la separazione naturale di uomini e donne in questi spazi è sorta meno di 200 anni fa, come parte di una ideologia pervasiva di separazione e di dominanza. Oggi però il dibattito, l’attenzione, la stessa presenza di persone con identità di genere diverse dal classico ‘standard’ maschio femmina è ben più riconosciuta rispetto a qualche decennio fa e le riflessioni su come farle sentire parte della ‘normalità’ (decisa da chi, poi?) passano anche da qui. Dai bagni, perché no. È importante fare una precisazione: di bagni misti, volenti o no, facciamo tutti uso almeno una volta nella vita, in famiglia. Il dibattito quindi riguarda i luoghi pubblici, dalle scuole ai bar, dalle palestre agli uffici. E riguarda il diritto delle persone a non sentirsi discriminate. Nemmeno in un’azione tanto semplice e necessaria.

In Toscana scuola e università in prima linea

A Firenze, negli ultimi giorni, si discute dell’adozione di due bagni misti, uno per ciascuna delle due sedi, dedicati agli alunni che non si riconoscono in un alcun genere, da parte del liceo Machiavelli Capponi. O meglio, per i ragazzi e gli insegnanti le ‘toilette fluid’ sono ormai, semplicemente, una realtà. Come spesso accade tutto è nato dall’esigenza di alcuni alunni, che si sono rivolti ad un rappresentante di istituto, esponendo il loro problema: “Dove vado in bagno se non mi sento né un maschio né una femmina?”. La richiesta di installare bagni neutri è stata poi girata alla dirigente scolastica, Anna Pezzati, che ha dato il suo pieno assenso. “Una richiesta attesa – ha detto -. I bagni misti sono stati proposti in tantissimi istituti (leggi qui il caso di Piacenza). C’è stata una forte apertura in questo senso e, dunque, da parte mia non c’è stata alcuna sorpresa”. “La volontà di instaurare un bagno misto all’interno del nostro istituto è nata sia da una consapevolezza collettiva, sia da una richiesta diretta di alcune persone all’interno della nostra scuola, che avevano appunto l’esigenza di sentirsi a proprio agio e più rispettate – racconta Serena, rappresentante degli studenti -. A chi storce il naso, come Fratelli d’Italia (che ha parlato di ‘ennesimo teatrino ideologico’, ndr) dico che il bagno misto non toglie niente a nessuno, anzi, dà la possibilità a certe persone di sentirsi maggiormente rispettate“. Nonostante, infatti, le polemiche si siano scatenate soprattutto dal fronte politico del centro destra, gli studenti sono entusiasti dell’apertura della loro scuola: “A prescindere dall’identità di genere, abbattere la differenza maschio femmina è qualcosa che riguarda tutti”, dicono i ragazzi.

Dal liceo all’università, sempre rimanendo in Toscana, i bagni neutri potrebbero essere una realtà già dalla prossima estate all’ateneo di Pisa dove è in corso la mappatura dei servizi igienici, per stabilire quale opzione usare. “Per i singoli la scelta può essere quella di eliminare qualsiasi etichetta, mantenendo solo quella generica che indichi la presenza del wc. Per quelli collettivi l’opzione è togliere ogni simbolo oppure lasciare tra le varie cabine almeno una porta neutra” ha detto il professor Arturo Marzano, delegato per Gender studies and equal opportunities. Nei giorni scorsi, infatti, l’esigenza di cambiamento era stata portata alla luce da Sinistra Per, che ha tappezzato i bagni dell’università con manifesti che invocano la realizzazione di servizi misti, utilizzabili da tutti. Un’iniziativa che, ancora una volta, non era sfuggita alle critiche: il leader della Lega, Matteo Salvini, su Instagram ha scritto: “Eh già, per gli studenti universitari (a Pisa e in tutta Italia) avere una mappatura dei bagni per avere dei servizi ‘gender free’, senza simboli di uomo e donna, era proprio una priorità. Ridicoli“.

Nel resto d’Italia

In Italia, c’è da dire, non esiste ancora una legge che obblighi ad usare la toilette a seconda del genere biologico di appartenenza, come invece accade in altri Paesi. Un decreto legislativo del 2008 prevede invece che vi siano servizi igienici e spogliatoi separati per uomini e donne, anche se fino ad ora nessuno è stato multato per aver usufruito del bagno ‘sbagliato’. La legge sulla Rettificazione di attribuzione del sesso (164/1982) non prevede la modifica dei documenti della persona trans se non a processo di transizione terminato, ma per chi lo sta ancora affrontando o per le persone transgender la scelta dei bagni e degli spogliatoi nei luoghi pubblici è spesso fonte di discriminazione e umiliazione. Spesso sono le aziende stesse che si trovando in difficoltà non disponendo di servizi igienici unisex; la scelta ottimale, per rispettare la dignità della persona, sarebbe allora quella di consentire l’utilizzo libero di bagni e spogliatoi (come viene suggerito dalla guida Transessualismo e lavoro a cura di A.L.A Milano Onlus, CGIL Politiche Sociali Camera del Lavoro di Milano, O.N.I.G. Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere e dello Studio Legale Rosiello di Milano).

Il primo caso  noto, in Italia, di bagni “gender neutral” è stato quello del Comune di Reggio Emilia, nel 2019. L’iniziativa era contenuta nel protocollo operativo per il contrasto all’omontransofobia e omotransnegatività e per l’inclusione delle persone Lgbtqia+ – il primo nel nostro Paese, della durata di 5 anni – che, tra le altre cose, prevedeva anche l’uso di un linguaggio inclusivo sui documenti istituzionali e dell’Ausl, come la casella altro oltre a maschio o femmina quando si sceglie il sesso e poi la possibilità, per i lavoratori degli enti che aderivano al protocollo stesso, di utilizzare l’alias in caso di fase di transizione sessuale. Tra le realtà reggiane che lo avevano sottoscrittoci sono Comune, Provincia, Regione Emilia-Romagna, Arcigay, università, scuole e istituti sportivi e tribunali.

Da nord a sud la battaglia per l’inclusione, anche attraverso i servizi igienici misti, è arrivata ad esempio ad Avellino con lo sciopero degli studenti del Liceo classico Colletta e dell’istituto tecnico per Geometri D’Agostino, che si è svolto il 19 novembre scorso. Al grido “Vogliamo una scuola transfemminista, ecologista e antifascista” i ragazzi hanno chiesto alle istituzioni scolastiche di adottare un modello educativo più inclusivo, “una scuola che combatta ogni forma di discriminazione e tuteli le categorie marginalizzate, come le donne e la comunità queer, attraverso misure adeguate, come l’istituzione dello sportello arcobaleno e del consultorio, la creazione di bagni gender neutral e la concessione delle carriere alias”, ha dichiarato Anita Maglio, responsabile organizzazione di Uds Avellino.

L’Europa progressista

Se in Italia i passi avanti da compiere sono ancora molti, in Europa la situazione è migliore in alcuni Stati già all’avanguardia in termini di diritti delle persone transessuali e transgender. Un esempio è il Regno Unito, con il sindaco di Londra Sadiq Khan, che già nel 2018 all’interno del palazzo municipale ha deciso di sostituire i servizi igienici femminili e le docce con altrettante toilette di “genere neutro”. La modifica si era resa necessaria per evitare che qualunque persona che non si identificasse nei generi tradizionali potesse “sentirsi a disagio o sgradita” in un bagno piuttosto che in un altro. La nota, inoltre, lasciava anche intendere che il cambiamento si sarebbe dovuto estendere ben oltre la sede del municipio: il piano proposto dal primo cittadino voleva infatti che non fossero più costruiti bagni separati nella capitale inglese, e che le strutture pubbliche e private, comprese le attività commerciali, dovessero  adattarsi alla nuova norma che “promuove la diversità“.

Gender Neutral Restrooms Sign (Close-Up)

Paese che vai usanze che trovi, ma anche in Svezia i servizi igienici diventano gender free. Istituiti nella capitale Stoccolma perché nei luoghi pubblici non vi sia distinzione tra uomini e donne, l’atteggiamento di promozione della neutralità di genere si è esteso alle scuole di tutta la nazione, anche attraverso la creazione di spazi neutrali come i bagni, ma soprattutto attraverso l’utilizzo di un linguaggio che non faccia distinzioni di genere, a partire per esempio dai pronomi con cui ci si riferisce alle altre persone, in primis a* bambin*, e poi nei libri di testo, nei giocattoli, nel modo di vestire.

Stati Uniti ‘combattuti’

Il caso forse più eclatante e controverso è, come spesso accade, quello degli Stati Uniti. Qui, per anni, gli attivisti per i diritti transgender hanno sostenuto il loro diritto di usare il bagno pubblico che si allinea con la loro identità di genere e nella primavera 2016 questa campagna si è intensificata sempre più. La Carolina del Nord, nel marzo di quell’anno, aveva promulgato una legge “anti-gay” in cui si imponeva alle persone di utilizzare solo il bagno pubblico o lo spogliatoio corrispondente al sesso sul loro certificato di nascita. Nel frattempo però la Casa Bianca aveva preso una posizione diametralmente opposta: agli studenti trans andava permesso di usare il bagno corrispondente alla loro identità di genere, non tanto a quella ‘istituzionale’. Per tutta risposta, a maggio, 11 stati avevano citato in giudizio l’allora amministrazione Obama per impedire al governo federale di far rispettare la direttiva.
Con il cambio al vertice Usa e l’arrivo alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump, pochi mesi dopo, le cose erano di nuovo cambiate. Era stata immediatamente cancellata la direttiva di Barack Obama perché, secondo la nuova amministrazione, entrava in una questione che avrebbe dovuto essere pertinenza dei singoli Stati e delle scuole, e non prevedere una indicazione a livello federale. La decisione, che non era entrata in vigore fino alla decisione del tribunale federale sul ricorso degli 11 stati (Texas, Oklahoma, Alabama, Wisconsin, West Virginia, Tennessee, Maine, Louisiana, Utah, Arizona e Georgia), lasciava comunque alle singole scuole la decisione sul merito dei ‘bagni’ per gli studenti transgender. Le posizioni personali del tycoon in materia di diritti per le persone Lgbtq+, infatti, erano meno conservatrici di quelle dei Repubblicani più vicini ai gruppi religiosi cristiani e la revoca della direttiva Obama appariva più come una delle concessioni di Trump ai suoi sostenitori che si opponevano alle posizioni progressiste sui diritti civili.
Tre anni dopo però, è stata la Corte Suprema,  a stabilire che gli studenti transgender possono usare i bagni che corrispondono alla loro identità di genere e non obbligatoriamente al sesso di nascita. La massima autorità giudiziaria statunitense ha respinto in questo modo l’istanza di un gruppo cristiano conservatore contro la decisione di un distretto scolastico della Pennsylvania, che consentiva l’uso libero dei bagni nel Boyertown Area School District. Una decisione inattesa, visto che già nel 2019 la maggioranza dei giudici era conservatrice. Così hanno optato per bagni all gender la città di New Orleans negli edifici comunali, la Yale Law School in Connecticut e lo stesso ha fatto un campus in Ohio.
Oggi, che sono trascorsi quasi altri tre anni, mentre in Italia arriva la notizia dell’adozione dei bagni neutri all’università di Pisa, a Chicago è stata adottata la stessa policy per tutte le scuole pubbliche. Una settimana il dipartimento delle scuole pubbliche della città ha infatti annunciato sul proprio account Twitter che i servizi igienici sono stati resi misti per essere “più inclusivi” per alunni e personale che desiderano utilizzare “strutture in linea con la loro identità di genere”. Come? Affiggendo segnaletica aggiornata sulle porte. Perché anche un piccolo gesto può diventare significativo.

Pro e contro: se la natura chiama l’identità risponde

Analizzando la questione con un occhio distaccato i possibili ostacoli ai bagni all gender potrebbero essere di due tipi: uno igienico e uno di efficienza. Il primo è dato dal fatto oggettivo che gli uomini sporcano di più. E chi dice il contrario o è fortunat* o ha a che fare con persone che in realtà non si sentono uomini anche se nel corpo maschile. Però il fatto di condividere uno spazio con delle signore potrebbe incentivare la ‘minoranza che sporca’ a comportarsi meglio e, perché no, anche dai bagni possono nascere esempi virtuosi di comportamento civile. Il secondo motivo, quello relativo all’efficienza, riguarda il possibile allungamento dei tempi di attesa degli uomini per accedere ai servizi, dato che le code al bagno delle donne sono qualcosa che non si verifica, in genere, in quello dei maschi. Luoghi comuni a parte, unificando gli spazi a disposizione si potrebbe invece avere una migliore distribuzione dell’utenza, in modo che anche questo problema potrebbe attenuarsi di molto.

Al di là dei motivi scientifici quella che sembra più dura da piegare è la resistenza sociale all’adozione di questo tipo di servizi. In una società ancora profondamente divisa (e patriarcale, purtroppo) come quella italiana, ad esempio, non accettare la possibilità di offrire uno spazio di inclusione deriva non tanto dal luogo in sé quanto dal non accettare la diversità (intesa in modo assolutamente positivo) nelle persone. Deriva dal non riuscire a comprendere che al di là dello standard tradizionalista esistono sfumature, il mondo non è diviso in bianco e nero, uomini e donne, ma c’è anche il grigio, tutte le tonalità del bianco, tutte le sfaccettature del nero. Avere un bagno gender neutral non toglierebbe nulla agli eterosessuali, che già, ricordiamolo, condividono il bagno familiare con persone di genere diverso dal loro. Non servirebbero a limitare, ma ad allargare un servizio fondamentale. A tutt*.