Bambini e ragazzi orfani, famiglie spezzate e latitanze: come si sopravvive a un femminicidio?

Sulle origini e le conseguenze dei femminicidi prova a rispondere il romanzo Non ti lascio alla notte della giornalista Claudia Cangemi: "Ragazzi e bambini sono le prime vittime e lo Stato è ancora troppo assente, nonostante abbia delle responsabilità enormi nei loro confronti"

I femminicidi sono registrati dalla cronaca con un ritmo crescente, ma nessuno ci racconta mai cosa accade dopocome i bambini e i ragazzi, che rimangono orfani in sostanza di entrambi i genitori, sopravvivono a un simile trauma. Come lo fanno le famiglie dell’assassino e quelle della vittima. Nel 2018 la legge n.4 prevede, “dopo anni di latitanza da parte dello Stato”, un primo sostegno in favore degli orfani di crimini domestici: l’accesso al gratuito patrocinio in base al reddito, l’assistenza psicologica e medica gratuite, l’assegnazione di alloggi di edilizia pubblica e la facoltà di cambiare il cognome. “Ma non basta”, dice la giornalista Claudia Cangemi, che con il suo libro Non ti lascio alla notte (Giovane Holden Edizioni) prova ad alzare il velo sulle origini e le conseguenze dei femminicidi. Già autrice di poesie e racconti,  nel suo romanzo d’esordio Cangemi entra infatti lentamente nella storia di Simona, uccisa dal marito Stefano e in quella del piccolo Davide per raccontarne tante altre e dedicare a queste femminicidi più spazio di un titolo di cronaca.

Dopo le donne e le madri, le prime vittime dei femminicidi sono sicuramente i figli che rimangono orfani. Quali problemi incontrano?

“Finora c’è stata troppa poca attenzione verso i 2mila bambini e ragazzi (negli ultimi 10 anni ndr) che si sono ritrovati orfani nel modo peggiore che si possa immaginare. Lo Stato nei loro confronti dovrebbe essere molto più presente, ma lascia invece la loro responsabilità alla famiglia allargata, che non sempre riesce a gestire questi minori estremamente traumatizzati.”

Di che cosa avrebbero bisogno questi bambini?

“Avrebbero bisogno di un sostegno psicologico maggiore, ma anche di un aiuto pratico. Su entrambi gli aspetti c’è stata una lunga latitanza da parte dello Stato. Alcune associazioni si sono fatte sentire e negli anni dei miglioramenti ci sono stati”.

Di che tipo? 

“L’anno scorso c’è stato uno stanziamento di fondi per dare a questi bambini e ragazzi la possibilità di usufruire sia del sostegno psicologico, sia per aiutarli nella costruzione del loro futuro grazie a opportunità di formazione e di lavoro in modo da avviarli in un percorso di indipendenza. Ma non basta”.

Solitamente chi mantiene economicamente questi minori? 

“Le famiglie della madre che spesso sono in grande difficoltà e le associazioni di volontari perché, appunto, l’aiuto statale non è sufficiente. Spesso le vittime dei femminicidi denunciano prima di morire i loro assassini, ma il sistema non riesce comunque a proteggerle. Se ci pensiamo, la responsabilità dello Stato verso questi minori è davvero enorme”.

Nel suo libro Non ti lascio alla notte lei scandaglia più punti di vista: i ruoli dei minori, delle famiglie coinvolte, della vittima e dell’omicida. Perché? 

“Ho scritto questo libro perché ho sempre avuto l’impressione da giornalista che un articolo fosse uno spazio troppo ristretto per esaurire il racconto di tragedie simili. Assumere il punto di vista dell’omicida è stato difficile, ma l’ho voluto fare perché liquidare gli autori di questi fatti come dei “pazzi” o degli “squilibrati” o dei “mostri” penso sia molto pericoloso. Gli uomini che uccidono le donne spesso non provengono da un passato di malattia mentale, di malvagità o criminalità. Anzi, sono spesso delle persone considerate fino a quel momento normali. Ma credere che certi gesti appartengano a un mondo estraneo e diverso da quello in cui viviamo, relegandolo alla sfera della “mostruosità”, porta a sottovalutarne il rischio”.

Da dove partire per eliminare questo fenomeno?

“Dall’educazione delle nuove generazioni alle relazioni e al rispetto dell’altro, perché anche tra i ragazzini si registrano casi di femminicidi. C’è molto da fare, perché i giovani e gli adolescenti non si conoscono ancora bene e spesso non sanno gestire le proprie emozioni, in particolar modo la rabbia”.

Parla delle adolescenti o degli adolescenti? 

“I ragazzi sono meno propensi a condividere le emozioni con gli amici, rispetto alle ragazze. Non sanno gestire la rabbia perché non vogliono accettarla e non sanno chiedere aiuto. Le ragazze, invece, che hanno più confidenza con le emozioni, dovrebbero stare attente a non farsi oggettificare e a riconoscere i segnali d’allarme di una relazione tossica. A entrambi comunque andrebbe spiegato che l’amore non è possesso, che amare non significa non poter vivere senza l’altro, come stupidamente si sente dire, l’amore è libertà ed è rispetto”.