Baseball, la squadra di Cleveland cambia nome: da “Indians” a “Guardians” nel rispetto dei nativi americani

La società di Baseball cambia nome dopo più di 100 anni. La reazione di Trump: "È una disgrazia, un vergogna, alla fine la gente non ne potrà più"

I tempi corrono e la nostra sensibilità viaggia di pari passo. La crescente coscienza collettiva in continuo sviluppo relativamente a determinati argomenti (una volta completamente ignorati) costringe aziende e società a profondi cambiamenti per abbracciare le nuove tendenze.

Ultimo in ordine di tempo, il terremoto arrivato a Cleveland: i campioni della squadra professionistica di baseball cambiano nome e, dopo oltre cento anni, non si chiameranno più Indians, il controverso nickname considerato da molti razzista e un insulto per i nativi americani. La comunicazione è stata fatta tramite un video sul web, in cui la società spiega di “guardare al futuro”. Il vecchio nome, Indians, appariva sulle maglie da gioco dal 1915.

Apriti cielo: nemmeno il tempo di dare l’annuncio che dal prossimo anno i fan dovranno tifare Guardians che l’invettiva di Donald Trump si è abbattuta sui responsabili della squadra, sulla Major League e sulla sinistra radicale, accusata di voler cancellare la storia dell’America.
Poi, con Joe Biden, neanche a dirlo, si apre l’ennesimo match a distanza, con la portavoce della Casa Bianca che fa sapere come il presidente in carica sostenga invece a pieno la scelta di Cleveland di cambiare il nome. Proprio come lo scorso anno fece Washington con la sua squadra di football americano, rinunciando allo storico appellativo di Redskins (pellerossa) e scatenando polemiche a non finire. La questione dell’appropriazione culturale indebita dunque, così come quella della guerra alle statue degli eroi americani accusati di razzismo e schiavismo, torna al centro del confronto politico, candidandosi a diventare tema di scontro in vista delle elezioni di metà mandato del 2022.

La decisione di Cleveland era già nell’aria da tempo, da quando nel 2018 gli ormai ex Indians rinunciarono al logo e alla loro mascotte, quel Chief Wahoo rappresentato dalla caricatura di un pellerossa e ritenuto da molti nativi gravemente offensivo. Poi quanto accaduto dopo l’uccisione di George Floyd nel maggio del 2020 e l’affermarsi nell’opinione pubblica delle istanze portate avanti da movimenti come Black Lives Matter hanno fatto il resto, portando alla svolta epocale del cambio di quel nome con cui la squadra si identificava e con cui ha giocato quasi 20 mila partite della Major League. “Posso assicurare che la gente più arrabbiata sono proprio gli indiani del nostro Paese, per loro avere una squadra col loro nome era un onore”, tuona Trump, accusando “un piccolo gruppo di persone di avere avuto un’idea folle volta a distruggere la nostra cultura e la nostra eredità”.

Ma l’offensiva contro l’appropriazione culturale indebita dilaga anche al di fuori dello sport. “Non ci onora avere il nostro nome attaccato sulla targa di un’automobile”, ha attaccato tempo fa il gran capo dei Cherokee, nel chiedere ai vertici di Stellantis di togliere il nome della propria nazione al modello da sempre più venduto del marchio Jeep. Tante poi le aziende americane costrette negli ultimi anni a modificare il logo di alcuni loro prodotti iconici. È accaduto per lo sciroppo e i pancake di Old Aunt Jemina o per il riso Uncles Ben’s, due popolarissimi marchi le cui confezioni raffiguravano uno stereotipo considerato razzista di personaggi afroamericani immaginari.