Basta stereotipi: anche l’Istat bandisce rosa e azzurro e indica i neonati maschi in verde e le femmine in arancione

L'Istituto di Statistica individua il sesso dei bimbi con colori diversi da quelli tradizionali, di cui faceva abbondante uso ancora nel 2015. Segno che l'ente fa proprie le forme di comunicazione, verbali e non, elaborate con le nuove sensibilità sociali

Azzurro, Rosa. Ma anche verde, arancione, e chi più ne ha più ne metta. Potremmo chiamarla la ‘rivoluzione dei colori’, o meglio ancora  ‘ri-genereazione cromatica’. Una cosa è certa: anche i classici abbinamenti di tonalità tra il genere maschile e quello femminile stanno mutando alla velocità della luce. Con una sempre minore incidenza della classica dicotomia blu/azzurro (maschile) rosa (femminile) cui eravamo abituati. Merito (qualcuno direbbe ‘colpa’) della nuova sensibilità sui diritti civili e contro qualsiasi forma di discriminazione. Con buona pace dei nostalgici.

In Italia ci ha pensato un’istituzione dall’immagine paludata come l’Istat a ‘battere un colpo’ deciso in questa direzione. A febbraio 2021, nell’annuale classifica dei nomi più diffusi,  ha infatti scelto di indicare i nomi maschili in verde e i femminili in arancione. Si tratta di una svolta che ha a che fare con il concetto di “data visualisation”: l’attribuzione del rosa alle bambine dell’azzurro e del blu ai bambini è uno degli stereotipi più comuni e scontati legati alla differenza di genere.

 

Un bel cambiamento non c’è che dire, rispetto al modo “tradizionale” in cui lo stesso Istituto di Statistica illustrò la medesima indagine appena cinque anni prima, nel 2014. Allora, per illustrare la graduatoria sui nomi dei neonati, l’Istat ricorreva ai colori tradizionali, “stereotipati”. Per le femminucce l’immancabile  rosa…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

…e per i maschietti l’azzurro di ordinanza

 

 

Tanta acqua, sembra passata in pochi anni sotto i ponti dell’Istituto nazionale di statistica.

Linda Laura Sabbadini

Del resto, dal 2019 alla direzione centrale dell’Istat è Linda Laura Sabbadini, figura sensibile ai mutamenti della società e alle nuove forme di linguaggio  e di comunicazione – non solo verbale ma semantica a tutto tondo – che si formano e si stratificano. Non a caso, di lei Wikipedia riporta che  “ha guidato il processo di rinnovamento delle statistiche sociali e di genere, dando visibilità nelle statistiche ufficiali a categorie quali donne, giovani, bambini, disabili, migranti, poveri, senzatetto, anziani, omosessuali e a fenomeni quali la violenza contro le donne, le discriminazioni per orientamento sessuale, la povertà, il bullismo, il mobbing e la corruzione” e che ha diretto  il processo di costruzione degli indicatori del benessere equo e sostenibile oltre il Pil a livello nazionale”, e ha guidato il rinnovamento delle statistiche sociali e di genere, dando visibilità nelle statistiche ufficiali agli invisibili“.

 

Mondo multicolore

Anche nel resto del mondo le cose si stanno evolvendo in questa direzione.
Come ha spiegato Lisa Charlotte Muth, designer di Datawrapper, una piattaforma di datavisualisation citata da ‘il Post’ , “ il rosa e l’azzurro per mostrare dati di genere non sono più la norma nei grandi giornali, che preferiscono palette di colori diversificate.
Spesso Economist, Guardian, Telegraph Washington Post scelgono di rappresentare i dati che parlano di donne con un colore più freddo rispetto a quello usato per gli uomini. Il dibattito è ancora in corso e lo dimostra il fatto che le scelte sono ancora affidate alla sensibilità delle singole persone che creano i grafici, senza una logica precisa e una coerenza. Succede, per esempio, che per rappresentare questi dati vengano scelti ogni volta colori diversi, creando non poca confusione in chi legge”.

Come riporta il Post il giornale Quartz ha completato la rivoluzione pubblicando in alternanza i dati maschili in rosa e quelli femminili in azzurro e viceversa: il caos fra i lettori fu assicurato. Va bene combattere i pregiudizi e gli stereotipi, ma le convenzioni in fondo servono a dare messaggi intuitivi e facilmente leggibili. In ogni caso una legenda risulta utile.

L’attribuzione di rosa e e azzurro o blu nei grafici stimola soprattutto la sensibilità delle donne: nel 2015, un sondaggio pubblicato dal sito specializzato Visualisingdata chiese ai e alle designer quale scelta ritenevano migliore nei loro grafici, se il blu e il rosa oppure un’altra coppia di colori. Su 126 risposte (76 uomini e 50 donne), solo il 14 per cento delle donne dissero di voler usare il rosa per rappresentare le femmine rispetto al 41 per cento degli uomini.

 

Nella storia niente colori fissi

Del resto, la distinzione blu/rosa su base generica, contrariamente a quanto si crede, è abbastanza recente. Ancora nel Diciottesimo secolo era perfettamente normale per un uomo indossare abiti di colori sgargianti e che oggi riterremo insoliti; magari un abito di seta rosa con ricami floreali. Mentre fino alla metà dell’Ottocento secolo i bambini e le bambine erano vestiti quasi sempre e solo con lunghi abiti bianchi, senza differenze sostanziali tra maschi e femmine.

E’ solo dagli anni Cinquanta dello scorso secolo, che si assiste ad una precisa assegnazione dei colori per come la conosciamo oggi. Tendenza che si affermò definitivamente negli anni Ottanta.

La storia del costume ci insegna che le mode ed i modi di essere cambiano con gli anni. Se si scorre l’iconografia di una qualsiasi pinacoteca lungo l’arco di alcuni secoli, si può vedere come le fogge e i colori degli abiti si trasformino continuamente. Oggi nessuno indosserebbe gli abiti che andavano di moda nel ‘500 o durante l’epoca Vittoriana. E così il modo di acconciarsi: la parrucca del Re Sole o di Casanova oggi farebbe ridere in dosso a chiunque.
Non c’è che assecondare il cambiamento, pertanto. E se questo serve a rendere meno ‘discriminante’ la società, ben venga.