“Bene la manovra sugli stipendi dei primi cittadini, ma sulle aree montane c’è poco. I sindaci non vogliono posti, vogliono essere ascoltati”.

Stipendi bassi, rischio inchieste per ‘abuso’. Fare il sindaco, fino a oggi, “non” conveniva. Ma nella manovra di bilancio del Governo Draghi si introducono importanti novità in materia, come l'aumento dell'indennità in maniera proporzionata. Il punto con il direttore dell’associazione Ali, Valerio Lucciarini

A ogni tornata elettorale delle elezioni amministrative, comprese le ultime, è sempre più difficile trovare persone disposte a candidarsi come sindaco in una città, piccola o media o grande che sia. I motivi sono due. Gli stipendi, giudicati troppo bassi da tutti i primi cittadini a fronte dei rischi che un sindaco ha. E poi il rischio di finire sotto inchiesta per un banale atto amministrativo (di solito è l’abuso d’ufficio), che macchia la fedina penale in modo indelebile, pur se poi, di solito, quel sindaco finisce assolto, già in primo grado, con la ‘fedina’ penale mediatica, quella davanti all’opinione pubblica, diventata ‘sporca’.

Indennità più alte nella manovra economica e la riforma del Tuel: le mosse pro-sindaci di Draghi

È anche questo il motivo per cui il governo guidato di Mario Draghi ha deciso di aumentare le paghe dei primi cittadini italiani. Nella manovra economica, da poco varata dal Cdm ma che dovrà passare per il Parlamento per diventare legge dello Stato, viene aumentata l’indennità di funzione spettante ai sindaci.
Dall’altro lato, sempre il governo Draghi sta affrontando la riforma del Tuel (il Testo unico sulle pubbliche amministrazioni), per abolire l’abuso d’ufficio tra le fattispecie di reato che, di solito, vanno a colpire proprio i sindaci, grazie a un lavoro sottotraccia che, incardinato dall’ex sottosegretario Achille Variati (Pd, governo Conte II), sta portando a termine al Viminale il sottosegretario all’Interno, Ivan Scalfarotto (Iv), per conto della titolare Luciana Lamorgese. La prima misura ha un costo, la seconda costa ‘zero’, ma entrambe possono migliorare molto la vita quotidiana dei sindaci italiani, cuore pulsante del Paese, primi cittadini con ‘l’orecchio a terra’, che, cioè, conoscono meglio di molti parlamentari cosa accade davvero nel tessuto sociale del Paese.

Stipendi più alti e buste paga parametrate sulle indennità dei presidenti di Regione

In totale, per finanziare la misura degli aumenti delle indennità dei sindaci, sono stati resi disponibili 100 milioni per il 2022, 150 milioni per il 2023, 220 milioni a decorrere dal 2024.
Nella legge di bilancio si legge, infatti, che l’indennità di funzione dei sindaci metropolitani e dei sindaci dei comuni ubicati nelle regioni a statuto ordinario “può essere incrementata, in misura graduale per ciascuno degli anni 2022, 2023 e in misura permanente a decorrere dall’anno 2024, sulla base del trattamento economico complessivo dei presidenti delle Regioni“. Gli aumenti saranno del 100% per i sindaci metropolitani, con percentuali a calare per gli altri comuni in base al numero dei residenti. Lo stipendio crescerà dell’80% per i sindaci dei comuni capoluogo di regione e per i sindaci dei comuni capoluogo di provincia con popolazione superiore a 100mila abitanti; del 70% per i sindaci dei comuni capoluogo di provincia con popolazione fino a 100mila abitanti; del 45% per i sindaci dei comuni con popolazione superiore a 50mila abitanti; del 35% per i sindaci comuni con popolazione da 30.001 a 50mila abitanti; del 30% per i sindaci dei comuni con popolazione da 10.001 a 30mila abitanti; del 29% per i sindaci dei comuni con popolazione da 5.001 a 10mila abitanti; del 22% per i sindaci dei comuni con popolazione da 3.001 a 5mila abitanti e 16% per sindaci di comuni fino a 3mila abitanti.

Sul tema abbiamo intervistato Valerio Lucciarini, il dinamico (una vera ‘macchina da guerra’) direttore generale di Ali (la vecchia Lega delle Autonomie locali, fondata nel 1916), di cui è presidente il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci (Pd) e che rappresenta i sindaci di centrosinistra (e non solo quelli, ci sono pure di centrodestra).
“L’associazione Ali – spiega lo stesso Lucciarini – fornisce servizi, sostegni, attività concreta di aiuto, formazione, help desk” ai comuni italiani che vi aderiscono e che “non vuole in alcun modo sostituirsi all’Anci (l’associazione di tutti i comuni italiani, presidente Antonio Decaro, Pd, sindaco di Bari, ndr), il quale giustamente partecipa a tutti i tavoli istituzionali e segue tutte le partite che riguardano i comuni, ma fa le battaglie che l’Anci non può fare proprio perché ha, come obiettivo, quello di unire i riformismi e i riformisti, a livello di primi cittadini, e di promuovere la dinamicità politica e associativa non solo di una parte politica (il centrosinistra, ndr) ma di tutti i comuni, ponendosi come ‘pungolo’ alla Politica e anche alle Istituzioni”.

 

Direttore Lucciarini cosa c’è, davvero, in manovra, per i sindaci italiani? Buone notizie?

“Sì, decisamente. La manovra economica offre alcune significative risposte ai comuni e agli enti locali. A prima vista, sono tutte buone notizie a partire dall’aumento dell’indennità ai sindaci. Molto consistente per i sindaci delle città grandi, quelle metropolitane, parificate ai presidenti di Regione, e poi, con un decalage, agli altri sindaci, in riferimento all’andamento demografico della popolazione. In buona sostanza, il sindaco di un capoluogo di Regione prenderà 9000 euro lordi al mese, mentre le indennità dei sindaci di comuni capoluogo di provincia cresceranno dell’80%. I comuni piccoli, purtroppo, prendono incrementi piccoli, anche se, anni fa, venne di fatto adeguato per tutti i comuni lo stipendio a 1400 euro netti, come minimo. Una legge che promuovemmo proprio come Ali (primo firmatario Claudio Mancini, vicepresidente di Ali, deputato del Pd, ndr) e che poi l’Anci fece propria. Ora, con la manovra, arriva un consistente ritocco all’insù”.

C’è chi critica la cosa. Il Fatto quotidiano, per dire, scrive che sono, di fatto “soldi buttati”

“E sbaglia. Non sono affatto soldi buttati. Un sindaco ha una responsabilità onnicomprensiva, è il rappresentante legale del suo comune ed è il referente, nel suo comune, dell’intera macchina della Pubblica amministrazione, dalle pratiche urbanistiche al bilancio fino ai temi del sociale. Parliamoci chiaro, e detto col massimo rispetto, è una responsabilità, la sua, molto superiore a quella di un parlamentare, che ha una responsabilità importante, ma solo legislativa e che prende dieci volte tanto di un sindaco di un comune di mille abitanti. A differenza dei sindaci dei Paesi europei, in Italia non esiste l’indennità di funzione. Era ora che gli stipendi salissero!”.

Sul piano penale, per aiutare i sindaci, in manovra non c’è nulla, ma resta il problema

“Sì, ovviamente, non era e non è un tema che può essere affrontato in manovra. Si sta lavorando, però, e lo sta facendo l’Anci nei diversi tavoli istituzionali, a un’indennità per scelta e funzione sul piano penale e amministrativo. È un lavoro lungo e importante che è iniziato con il sottosegretario Achille Variati (governo Conte 2, ndr) e che sta proseguendo, sempre al Viminale, con il sottosegretario Ivan Scalfarotto (Iv), che si propone di eliminare l’abuso di ufficio, come fattispecie di reato, per i sindaci. Un reato che un sindaco non può ricevere, ogni volta che fa un atto amministrativo, e ne fa un capro espiatorio. I continui avvisi di garanzia per abuso d’ufficio, e gli stipendi bassi, fanno sì che finiranno per fare i sindaci solo persone molto ricche o personale politico di basso livello e scarse capacità tecniche che, in tal modo, sviliscono il ruolo. Speriamo di portare a casa, entro il 2021, la riforma del Tuel, l’atto unico sugli enti locali, che ormai è vecchio e non più adeguato”.

Torniamo alla manovra. Cosa manca, invece?

“I 300 milioni di investimenti nei progetti di rigenerazione urbana, soldi che servono soprattutto per combattere il degrado delle periferie e, solo per i comuni dai 15 mila abitanti in su, sono una risposta positiva alle necessità, ma non bastano. Ne servirebbero di più. Del tutto deficitario, invece, è il fondo di 50 milioni per i comuni sotto i 5 mila abitanti per le aree interne caratterizzate dal rischio dello spopolamento. Un dramma vero che non è stato forse capito, nella sua pesante e piena drammaticità. Come Ali auspichiamo che in Parlamento si possa intervenire per alzare una cifra esigua. Ma anche nel PNRR mancano risposte strutturali per risolvere i problemi delle aree rurali interne, come pure nella programmazione settennale Ue. Serve un forte cambiamento di mentalità di tutti”.

Ali ha da poco organizzato una importante tre giorni a Roma, con ospiti molto prestigiosi, tutta all’insegna del brand ‘velocità’. Perché?

“Il problema principale del nostro Paese sono le infrastrutture. Se si guarda, in particolare sul piano geografico, il livello degli investimenti infrastrutturali ‘regge’ solo dove si riesce a coprire più zone possibili. Servono investimenti, ma non solo nelle periferie urbani di grandi città, penso a Napoli e Roma, ma anche nei piccoli paesi. Bisogna partire da lì, dalle infrastrutture, e poi operare in modalità di manutenzione ordinaria ed è per questo che, con un approccio innovativo, abbiamo voluto, come Ali, quella tre giorni. Bisogna accelerare e sveltire le pratiche burocratiche per utilizzare bene i fondi del PNRR e evitare il commissariamento dello Stato che, altrimenti, cala come una mannaia e fa perdere ai territori possibilità di emancipazione. La velocità, oggi, per i comuni italiani è tutto”.

Parliamo di migrazioni e comuni. L’impatto, a volte pesante e critico, è in parte migliorato?

“Sono molto felice, da questo punto di vista, che un progetto di Ali abbia trovato vita nelle parole di Draghi. La risposta migliore, al tema annoso dell’accoglienza e delle migrazioni è la strada dei corridoi umanitari. Una strada in cui i comuni italiani possono avere un ruolo da protagonisti. Abbiamo conosciuto molti sistemi sbagliati, in passato, dai Cas agli Sprar. In pratica, il prefetto decideva da solo, e dall’alto, quanti immigrati dovevano arrivare in un comune e dove andavano collocati. I sindaci potevano solo obbedire. Con i corridoi umanitari, invece, i comuni possono gestire numeri più piccoli di immigrati e dare loro certezza di collocazione – abitativa, lavorativa, anche ricreativa – e anche certezza di sostenibilità agli abitanti del comune seguendo percorsi programmati, chiari, definiti. Un passo in avanti davvero importante per tutti”.

Una sola domanda ‘politica’. Si parla tanto, nel Pd, di ‘partito dei sindaci’. Lei ci crede?

“Il protagonismo dei sindaci, nel Pd e del Pd, oltre che nel centrosinistra, è un bene che va tutelato e valorizzato, ma al ‘partito dei sindaci’ non ho creduto neppure quando, all’inizio degli anni Novanta, sembrava dovesse davvero nascere. Altra cosa è chiedere, come abbiamo fatto come Ali e come fa anche l’Anci, di togliere la norma che, nei sei mesi antecedenti la fine del mandato, vieta al sindaco di candidarsi alle Politiche. Ma qui è una questione di equità. Il presidente di Regione può scegliere, all’ultimo momento, per una carica o per l’altra, il sindaco non può farlo. Non deve essere vissuta, però, questa giusta richiesta da parte dei sindaci, come una priorità, anche per non ‘spaventare’ i parlamentari che, entro la fine della legislatura, potrebbero votare il cambiamento della norma sulla ineleggibilità. Sarebbe soltanto un tema di equità di diritti. Tornando alla sua domanda, il Pd dovrebbe ascoltare di più i sindaci, di Anci come di Ali, perché sono loro i migliori rappresentanti dei territori e perché, meglio di ogni altro politico, hanno l’orecchio a terra e ascoltano, e conoscono, i problemi dei cittadini. Ma il discorso vale per tutti gli schieramenti politici. Se un partito vuole aumentare la propria rappresentatività, presso i suoi elettori, deve far sì che i sindaci siano una parte predominante della propria direzione e azione politica. Non vogliamo ‘posti’, vogliamo essere ascoltati”.