Bob Beamon, l’atleta col record del mondo più clamoroso dell’atletica. Da escluso a leggenda dello sport

Cresciuto con la nonna tra gli afroamericani di Harleem, per uno strano gioco del destino divenne il recordman del salto in lungo alle Olimpiadi di Città del Messico

La mia vita è un romanzo, dice spesso la gente, magari rivolta al barman, che di spalle le sta shakerando un cocktail o alla parrucchiera che annoda le ciocche sui bigodini. Anche il protagonista di questa storia lo ha fatto, ma a pieno titolo. Per aver superato i confini dell’umano, della forza di gravità e della ragione. La faccenda potrebbe cominciare ovunque, ma partiamo da Provo, un’anonima cittadina dello Utah, nell’aprile del 1968, dove si tiene un meeting di atletica universitario dedicato a Brigham Young, un politico americano del secolo precedente che sosteneva la schiavitù e l’inferiorità dei neri. Siamo nell’anno che ha cambiato il mondo, con le Primavere di Praga, il maggio francese, l’omicidio di Bob Kennedy. E di Martin Luther King, a Memphis, pochi giorni prima. Tra gli atleti invitati a Provo c’è un certo Bob Beamon, un nero non ancora 22enne, già tra i migliori saltatori in lungo d’America. Al meeting però Beamon non ci andrà mai, per protesta contro il razzismo dell’ateneo mormone.

 

L’ex atleta statunitense Bob Beamon è noto per il suo record mondiale nel salto in lungo alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968. Con la misura di 8,90m è attualmente il secondo miglior saltatore della storia

 

Non certo a caso. Bob è cresciuto tra gli afroamericani ad Harleem. Con la nonna, perché la madre Naomi Brown, infermiera spesso picchiata dal marito violento, è morta giovanissima, di tubercolosi. Come molti ragazzi di colore, Bob per anni fa a botte con le gang del quartiere e gioca a basket dietro la rete nei campetti d’asfalto. Un giorno picchia un insegnante e finisce in riformatorio. A diciott’anni esce e, per piazzarlo da qualche parte, la nonna lo fa sposare con una certa Bertha, fingendo che lei sia incinta, ma sarà un matrimonio senza amore. La vita del ragazzo di Harleem svolta quando una stella della nazionale di atletica Usa, Ralph Boston, recordman mondiale del lungo con 8 metri e 35, lo nota, lo testa e lo spedisce a El Paso, nel campus universitario, a studiare e ad allenarsi.

Tutto insomma pareva filare liscio fino al fatidico rifiuto di gareggiare a Provo, tra i mormoni. La scelta gli costerà molto cara e rischierà di rimandarlo nel ghetto: l’università gli toglie il sussidio e l’allenatore, a soli quattro mesi dai trials Usa che sceglieranno i lunghisti da spedire alle Olimpiadi. Sul ragazzo di Harleem cala lo stigma dei suprematisti bianchi, ma Bob se ne frega, si prepara con il suo mito Ralph, e si presenta alle preselezioni, dove salta 8 metri e 39, quattro centimetri più del record del mondo. Troppo vento a favore e record non omologato, ma a quel punto nessuno alla Federazione se la sente di non mandarlo alle Olimpiadi.

Eccoci dunque a Mexico City, sei mesi dopo: poco ossigeno nell’aria e 2.250 metri in altura, è il 17 ottobre 1968. Due settimane prima, un po’ come nell’Argentina di dieci anni dopo, fuori dallo stadio, i militari hanno ucciso oltre 300 manifestanti tra contadini e studenti, sparando ad altezza d’uomo. Tra loro c’era Oriana Fallaci, ferita e portata in ospedale da un prete che l’ha raccolta esanime. Una strana coincidenza che ancora una volta lega sport e dittature. Quel giorno d’autunno Bob, l’amico Ralph e altri provano la qualificazione per la finale del lungo. Beamon comincia con due nulli e ha una sola prova a disposizione. La spunta per miracolo e torna in albergo. Mentre Bertha lo cerca invano in città, lui si infila sotto le lenzuola con la sua amante Gladys e una bottiglia di tequila.

Il mattino dopo il cielo è plumbeo e lui è consapevole di avere fatto una grossa sciocchezza. Ha il tipico mal di testa post-sbornia e riflette sui fallimenti della propria vita, dal matrimonio ai debiti, dalla sua infanzia disperata all’ostilità di una certa America bianca e suprematista. Sono le 15.49 quando tocca a lui e Boston gli urla: “Non fare nullo”. Poi ricorda le parole del suo amico: “Il segreto del lungo è uno solo, la velocità. Pensa agli aerei, per decollare corrono”. Chiude gli occhi, abbassa la testa alle ginocchia e parte come un’antilope. Diciannove passi nelle Adidas chiare, 38 chilometri all’ora e lo stacco, a un centimetro dalla riga bianca. Volerà a un metro e 78 sopra la terra, pedalando nell’aria come una renna di Babbo Natale, e con un ultimo colpo d’anca ritarderà la caduta nella sabbia.

Nello stadio si fa il silenzio. I giudici in giacca rossa, cappellino di paglia e Ray-Ban, alzano la bandiera bianca. Salto valido. Lui si alza e li guarda compiaciuto, ma i loro sguardi si incrociano, confusi. Il nuovo strumento ottico per la misurazione del salto non arriva al punto di caduta. Il binario arriva fino a 25 centimetri oltre il vecchio record del mondo di 8,35. Ma non basta. Qualcuno si procura un decametro, una bindella da muratore insomma. Ma ci vogliono 20 minuti, alla fine dei quali la scritta compare sul tabellone luminoso: 8,90 ben 55 centimetri oltre il primato del mondo. Lui sgrana gli occhi, poi si inginocchia e piange. Quindi si rialza e comincia  a correre, come un gatto con la coda in fiamme. Verso chissà dove, ma poco importa, perché Beamon è già una leggenda.

Quel 17 ottobre a Mexico City il ragazzo di Harleem ha trovato, in tre secondi di magia, la sua più grande occasione di riscatto sociale, diventando la leggenda di tutti i neri d’America. Alla premiazione, Bob imita Tommie Smith e John Carlos, i due atleti neri che hanno vinto i 200 metri e alzano il pugno coperto da un guanto nero: Tommie il destro, John il sinistro. Entrambi hanno i calzini neri, simbolo di povertà, Smith ha la sciarpa, Carlos la tuta slacciata, come i lavoratori americani, e indossa una collana di perle, simbolo delle pietre usate per linciare gli afroamericani. Un’immagine che resterà nella Storia, come il gesto di Jessie Owens a Berlino, nel 1936.

Da quel giorno il giovane Bob Beamon sarà travolto dal suo stesso successo. E’ andato così lontano nell’aria che non sa più tornare indietro. E nemmeno tornare sulla terra. Si compra una Cadillac rosa, sette televisori e una trentina di paia di scarpe. Perde confidenza con la pista e negli anni successivi non riuscirà nemmeno a qualificarsi per i Giochi di Monaco ’72, quelli della strage della nazionale israeliana. Si perde nei meandri del proprio mistero e sperpera quel che ha guadagnato, tanto che lo scopriranno a narrare la propria storia per le strade, come un cantore d’altri tempi, per raccattare qualche dollaro. Passeranno comunque 23 anni prima che Mike Powell, un fascio di muscoli con scarpe tecnologiche e un sacco di ormoni in corpo, riesca a superare (di 5 centimetri) quel volo, il 30 agosto 1991, a Tokyo. Ma il primato del mondo di Beamon, tuttora inviolato record olimpico, resta la seconda prestazione di tutti i tempi.