Body positivity, Giulia Blasi: “Ecco perché la bellezza è diversa tra donne e uomini”

Tra sessismo e pregiudizi, l'autrice ci racconta come mai essere brutte è diventato un tabù nella nostra società. E ci fornisce consigli pratici su come abbattere queste barriere

L’autrice Giulia Blasi, 50 anni

Centosessanta pagine che sono frammenti di vita. Schegge cadute da uno specchio di stereotipi del quale resta solo la cornice dei nostri corpi. Quella in cui noi siamo costretti a muoverci ogni giorno per tutta la durata della nostra vita. “Brutta: Storia di un corpo come tanti”, edito da Rizzoli e uscito di recente, è un breve pamphlet che, come il genere impone, fa politica, ma non la fa nei toni del manifesto, dell’attacco o del programma. Lo fa attraverso brevi monologhi simpatici che raccontano con ironia ma anche con crudo realismo una vita, quella dell’autrice Giulia Blasi, nata a Pordenone nel 1972 e che oggi lavora come giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica.

Lo spirito è quanto più empirista e pragmatico possibile: invece di parlare di femminismo da un punto di vista teorico, ideale e formale, facendo riferimento agli autori (che pure sono citati nel testo), Blasi decide di usare se stessa come testa d’ariete per abbattere il muro di ipocrisie create dalla nostra cultura intorno alla figura del corpo femminile, sempre più rappresentato, idealizzato e caricato di valori che pesano sulla condizione delle donne.

Il tabù della menopausa, tra cambiamenti (e silenzi)

Tra i consigli pratici, che sono tanti e si dipanano nel corso di una vita, uno dei più originali è quello di parlare della menopausa. La fine della fertilità per una donna è un momento di grande cambiamento, il quale però non è, secondo l’autrice, minimamente annunciato o preparato: “La menopausa è avvolta dal silenzio più completo. Le nostre madri e nonne ci sono entrate di soppiatto, senza farcelo sapere e soprattutto senza dirci cosa sarebbe successo a noi, una volta che le ovaie avessero chiuso bottega. (…) La menopausa è una cosa terrificante”. Questo probabilmente perché la fine della fertilità dovrebbe essere un evento luttuoso, un momento che rende le donne meno donne, ma non è così. È solo un passaggio in un’altra fase della vita, che come tutti si affronta meglio quando si ha un’idea di ciò a cui si va incontro. Ma è ancora purtroppo avvolto da un tabù.

Essere una donna, lo si può capire bene, non è ancora la condizione migliore in cui vivere nella nostra società, ma essere una donna brutta è di gran lunga peggiore. Se, come argomenta l’autrice, una donna oggi in Italia non gode della stessa considerazione di un uomo, può quantomeno utilizzare la propria bellezza come capitale sociale per attirare l’attenzione e la benevolenza delle controparti maschili. Una donna brutta è privata di questo capitale, e per questo fatica sempre di più ad affermare se stessa e le proprie opinioni.

Bellezza e parità estetica tra generi: donne e uomini non sono uguali 

A partire da Platone, la tradizione filosofica ha attribuito un effettivo valore morale alla bellezza, in una relazione che per proprietà transitiva collega il bello, il buono e il bene assoluto. Questo concetto, di sicuro affascinante, porta con sé conseguenze anche nefaste, come appunto la diffidenza che recano con se i corpi non belli, per questo stereotipicamente cattivi in una sorta di mentalità lombrosiana ante litteram.

Si dice che una lingua adotta per un particolare oggetto un numero proporzionale di parole pari al valore o all’importanza che quell’oggetto riveste in quella particolare società (ad esempio gli Eschimesi hanno ben 11 modi per chiamare la neve): bene, nel secondo capitolo del libro, intitolato appunto “Brutta”, Giulia Blasi esegue una bellissima carrellata dei termini, più e meno locali, con cui in Italia si usa chiamare una donna non bella. Ed è straordinario notare non solo la quantità, ma anche l’assenza di un corrispettivo maschile. Eppure, si parla tanto del maschile sovraesteso in italiano che copre il genere neutro e, nel dubbio, declina tutto al maschile.

La serie si conclude con una amara considerazione che chiude i giochi sulla parità estetica tra i generi: “insomma, non ci provate neanche: l’uomo brutto non può competere, rimane al palo con una manciata di epiteti, ma non importa, perché un uomo ha il permesso di essere brutto. Di essere calvo, grasso, con gli occhi a palla, il naso prominente. La bruttezza non ha mai impedito a un uomo di occupare spazio nel mondo, anzi: ‘omo de panza, omo de sostanza’. O per dirla con un Jerry Calà degli anni ’80: ‘Io non sono bello: piaccio’”.

Fare complimenti a una donna è un gesto gentile o sessista?

Ma perché un libro così personale e femminile può diventare oggetto di interessante riflessione anche per il pubblico generalista e maschile? Ci sono almeno due ragioni: la prima è un tentativo di risposta alla domanda che probabilmente tutti gli uomini si pongono a più riprese ogni giorno ovvero “cosa pensano le donne?”. Giulia Blasi ci racconta la sua storia, e se è vero che dal particolare si può risalire al generale, avere orecchie per intendere potrebbe far bene a ogni lettore.

In secondo luogo, il libro introduce un concetto fortissimo per la riflessione filosofica ma anche per la vita che viviamo tutti i giorni: il valore che noi tutti attribuiamo alla bellezza. Se mi complimento con una donna per il suo aspetto, il suo taglio di capelli o il suo modo di vestire, compio un gesto gentile o commetto un atto sessista? È l’atavica dicotomia tra la cortesia che tradizionalmente si cerca di insegnare e un ragionamento, magari meno elegante, ma sicuramente più pratico e meno discriminante, di non trattare diversamente una persona in base al suo aspetto, ma al modo in cui si comporta.

I giudizi e la bellezza universale: i problemi del body positivity

“’Troia‘ è un termine che ci siamo riprese, ‘brutta’ è ancora un tabù, dice l’autrice del libro, a significare che lo stigma sui comportamenti delle donne sta passando, ma il giudizio sull’aspetto esteriore resta pesante come un macigno e difficilmente superabile. Si è cominciato a parlare di body positivity e di bellezza non convenzionale per convincere le donne che non esiste un canone unico a cui rifarsi, ma la bellezza è un fattore personale e soggettivo. L’idea suona bene, ma presenta due problemi: il primo è che in un mondo in cui tutti siamo belli, nessuno lo è veramente (o comunque alcuni sono molto più belli di altri) e il secondo, come sostiene Blasi, è che la body positivity è funzionale al sistema capitalista in cui viviamo per il quale siamo consumatori. Farci comprare più prodotti cosmetici per curare il nostro aspetto alimenta il processo economico.

Va bene pensare che la bellezza non sia una ma siano tante molto diverse tra loro, ma siamo pronti ad accettare la semplice bruttezza? Questo è un punto di domanda senza una risposta univoca, ma parafrasando il poeta tedesco Reiner Maria Rilke, bisogna vivere le domande ora, per avere un giorno lontano le risposte.