Bologna apre le porte ai profughi ucraini: la realtà di Piazza Grande e il progetto di “housing first”

La cooperativa onlus che dal 1993, nel capoluogo emiliano, si occupa di progetti di accoglienza e integrazione anche lavorativa di migranti e persone senza dimora, sta offrendo la possibilità di ricostruirsi una vita a 15 persone fuggite dalla guerra, tra cui nuclei familiari con bambini molto piccoli

Un mese fa. Un mese fa l’Europa ha riscoperto, dopo gli orrori della Seconda Guerra mondiale, quasi come un libro che non si è mai davvero chiuso, che potenza e che fragilità abbiano parole come morte, distruzione, bombardamenti, profughi, bambini. Era il 24 febbraio quando il presidente della Federazione russa Vladimir Putin, dopo il riconoscimento ufficiale delle due repubbliche separatiste nel Donbass, in un discorso alla nazione e al mondo, ha parlato della vicina Ucraina come di un territorio “parte integrante della cultura russa”, e della necessità dunque di dover “denazificare e demilitarizzare un paese fantoccio che vuole commettere un ‘genocidio’ ai danni della popolazione russofona dell’Est”. Da lì, la vita di milioni di ucraini è stata stravolta per sempre: secondo una stima dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) le persone che sono scappate dal Paese sarebbero più di 3 milioni e mezzo e, di queste (fonte il ministero degli Interni), “67mila sarebbero in Italia, anche se ne abbiamo in accoglienza un numero limitatissimo, sotto i 5mila, perché molti hanno fatto ricorso a soluzioni di accoglienza dai propri parenti e amici ucraini, che nel nostro Paese sono circa 250mila”, ha dichiarato la ministra Luciana Lamorgese in video collegamento con l’assemblea annuale di Ali in corso a Firenze. 

I profughi ucraini arrivati in Italia sarebbero già 67mila, gran parte accolti all’interno della comunità già presente nel nostro Paese

Piazza Grande

La cooperativa onlus Piazza Grande offre da quasi 30 anni soluzioni di accoglienza e integrazione sociale e lavorativa a Bologna

La onlus e cooperativa Piazza Grande, realtà emblematica a livello italiano nel campo del sociale, dell’accoglienza e dell’integrazione dal 1993, a Bologna opera attivamente contro la lotta alla povertà e all’emarginazione, promuovendo percorsi di reinserimento sociale e lavorativo soprattutto delle persone senza dimora. Un’associazione che, con la grave crisi umanitaria in corso, non poteva certo stare a guardare, e si è mossa concretamente per aiutare le donne e i bambini, ma anche i nuclei familiari, che arrivano nel nostro Paese. “Siamo già operativi con l’accoglienza Sai (Sistema di Accoglienza Nazionale, ex Sprar) per i migranti – dice Ilaria Avoni, vicepresidente di Piazza Grande –. Nel momento in cui ci è arrivata questa emergenza, ci siamo sentiti subito di attivare una struttura di accoglienza che abbiamo a Calderara di Reno, riuscendo ad ospitare per il momento 15 persone, di cui quattro nuclei con bambini dai 2 ai 10 anni. Adesso puntiamo a sollecitare i cittadini”. 

Il progetto di Housing first a Bologna

Piazza Grande  ha infatti un legame quasi viscerale con Bologna e una connessione con le istituzioni che va avanti da decenni; la cooperativa gestisce 106 appartamenti collegati ad un programma di housing first (il primo modello del genere in Italia, ndr), che vede nella casa il primo bisogno da soddisfare per le persone senza dimora e di cui la stessa cooperativa si fa garante per i pagamenti e utenze. “Gli appartamenti che riusciamo a trovare sono per la maggior parte di proprietari privati – dichiara Avoni – e noi restiamo sempre a disposizione con gli amministratori di condominio e i vicini di casa, oltre ad avere le manutenzioni ordinarie che spettano all’affittuario”.

Con il progetto housing first alle persone senza dimora viene garantita un’abitazione , spesso condivisa, da cui ripartire per riprendere in mano la propria vita

Nei primissimi tempi il progetto si chiamava Tutti a Casa e inizialmente dava risposta a persone in strada che avevano a carico minori; dopo due anni il Comune, sottolinea la presidente, “ne ha visto la bontà e ne ha fatto un servizio con una campagna di sensibilizzazione in città che fu molto forte e che funzionò soprattutto grazie al passaparola”. “Il progetto di housing first – aggiunge – è potenzialmente per sempre, non ha un’uscita predeterminata della persona, non ci sono limiti di scadenza. Qui a Bologna poi, anche per una difficoltà di reperimento dei monolocali, si parla di co-abitazioni”. 

E per quanto riguarda il lavoro? “Il lavoro dipende da caso a caso. Il reddito di cittadinanza ha molto aiutato perché queste persone hanno un’entrata che possono utilizzare, a prescindere dall’impiego. L’affittuario paga comunque 150 euro al mese per le spese d’affitto e delle utenze, oppure, se guadagna più di 500 euro, il 30% del suo reddito. Questo è per restituirgli un senso di responsabilità con una visione possibile di futuro”.

Una casa per i rifugiati ucraini  

rifugiati ucraini

Piazza Grande sta offrendo adesso servizi di accoglienza anche ai rifugiati ucraini

“Gli ucraini si stanno dimostrando molto attivi – racconta Avoni – e fanno le azioni più piccole, come lavarsi i vestiti o chiedere quale è l’autobus per andare in centro. Vogliono imparare l’italiano, sono già molto ‘proiettati’ e dobbiamo dunque dar loro il tempo di assestarsi e riprendersi dalla tragedia che stanno vivendo. Per narrazioni che ci sono state a livello politico-nazionale – chiosa la presidente – non tutta l’immigrazione è la stessa e questa è una realtà constatata, però posso affermare, paragonandole, che le storie di disperazione e di difficoltà alla fine sono tutte uguali. Io ho una bambina piccola e quando vedo famiglie che scappano dalla guerra in Ucraina o dalla Libia si va ad agire sullo stesso stimolo ed empatia”. Oltre all’accoglienza in un appartamento e alla ricerca attiva di lavoro, Piazza Grande si è inoltre attivata per dar occasione di incontro e confronto fra la cittadinanza e i senza dimora attraverso laboratori di comunità dove si può, ad esempio, parlare di filosofia o suonare uno strumento, con il fine di decostruire quegli stereotipi che ancora ci portiamo dentro.