Bruno Santini, il volto inclusivo del cinema: “Leggo libri per non vedenti, il pregiudizio nasce dall’ignoranza”

L'attore e regista guidato dall'amore per il prossimo si racconta a Luce!: "Far ridere è difficile, ma è la migliore delle terapie. Mi piace curiosare su come è cambiato il mondo: siamo passati dal twist al twerk, dalla scatoletta di carne alle dritte di MasterChef. Le battute sui diversi? È un malcostume che sta scomparendo"

Bruno Santini: un attore e regista fiorentino con la passione per il sociale. Famoso per i suoi ruoli in diverse fiction televisive di successo, ammirato nelle sue interpretazioni cinematografiche a fianco di Roberto Benigni, Carlo Monni e Leonardo Pieraccioni, ha scritto libri dedicati all’infanzia inventando il divertente e pedagogico personaggio di Stravideo ma anche cimentandosi nell’analisi degli anni ’60. Quel topico momento epocale in cui i baby boomer di allora vivevano in un eden simbolo di un mondo che si immaginava sempre più rotondo e perfetto, simile a quello rappresentato nelle sfere di vetro in cui tutto è bello, chiaro, cristallino e rassicurante. O per lo meno, così è all’apparenza.

L’occhio dell’attore fiorentino spazia però oltre e si infila anche nelle pieghe dei bisogni spiccioli del quotidiano quando dalle antenne della radio o sulle pagine del mensile Informacoop intreccia con la gente un dialogo franco e volutamente ‘alla buona’. Bruno è esattamente questo: una persona semplice con cui si scopre la bellezza della conversazione senza pose, priva di inutili infingimenti, e per questo se ne riconoscono meglio i meriti e l’innegabile valore professionale. La sua ironia bonaria lascia scoprire allo spettatore il piacere della battuta intelligente, mai volgare. Le risate che suscita il suo recitare non sono quelle di pancia: piuttosto nascono da quella tipica fiorentinità di una volta, in cui sentimenti diversi e contrastanti convergono talvolta nella considerazione amara e franca, in un gioco di incoerenze quasi surreali.

Bruno Santini, 64 anni, è un attore e regista nato a Firenze

Far ridere è difficile, ma è la migliore delle terapie. Specialmente di questi tempi”, afferma Bruno, mentre appoggia sul tavolo il calice di bianco che si è concesso. “Sapere che un bambino sta ridendo per una mia battuta, che una persona anziana ricorda e sorride o un malato trova sollievo anche solo per un’ora abbandonandosi alla distrazione che offro, mi ripaga di tutto. E cerco di farlo anche con chi non ha la fortuna di vedere, raccontando storie e leggendo libri per il Centro del Libro Parlato dell’Unione Italiana Ciechi”. 

Santini è un uomo dallo sguardo proiettato verso il futuro ma volto con interesse a un passato perfino remoto, come nel caso dell’antico Egitto. La sua immagine in ologramma nei panni di Howard Carter, il famoso archeologo scopritore della tomba di Tutankhamon (al quale tra l’altro somiglia in modo straordinario) , è da anni presente in una mostra itinerante proprio incentrata sul giovane faraone della tredicesima dinastia. Anche in questo caso vale il detto latino ‘ludendo disce‘ (“impara giocando”) . Perché il rigore delle informazioni, frutto degli studi della figlia Valentina, egittologa, è mediato da una bella dose di leggerezza affinché il percorso didattico risulti fruibile a chiunque. Ed ecco rivelarsi il volto nuovo, o per meglio dire, intero di Bruno Santini: non soltanto noto uomo di spettacolo, ma persona dedicata al prossimo, alla gente comune che ogni giorno incontra per strada da cittadino qualunque. Forse proprio in questi gesti autentici va cercato il vero segreto del suo successo. Chi lo vede in televisione o al cinema lo indica, lo riconosce e ne apprezza tutte le qualità e sa bene che il giorno dopo quando lo incontrerà al bar o dal giornalaio non ci sarà nessuna distanza, nessun muro di separazione. Un modo, il suo, di fare il mestiere dell’attore in modo inclusivo, aperto, profumato di semplicità e ricco di quella dignità che sa di antico, fa bene e rende migliori.

Per Bruno Santini “far ridere è difficile, ma è la migliore delle terapie. Specialmente di questi tempi”

Bruno Santini, che cosa significa regalare un sorriso di questi tempi?

“Credo che sia un regalo prezioso, come un buon consiglio o una parola di conforto. Ovviamente un sorriso o una franca risata non possono essere la panacea di tutti i mali, ma credo siano un propellente indispensabile per il nostro stato d’animo. Perciò mi auguro che Il sesso degli angeli, il nuovo film di Pieraccioni presto nelle sale in cui interpreto il ruolo del notaio Bacci, possa regalare un paio d’ore di spensieratezza e divertimento”.

Le capita mai di pensare al passato con nostalgia?

“Assolutamente no! Come evidenzio nei miei ultimi due libri ‘Si stava meglio quando si stava peggio?’ e ‘Profumo di boom‘, il mio vuole essere un modo di voltarsi indietro con tanta sana ironia, guardando alle piccole cose del passato con indulgenza e sempre con il sorriso sulle labbra. In realtà mi piace curiosare sulle ragioni che hanno determinato tanti cambiamenti negli stili di vita: dal twist siamo finiti al twerk, dalla scatoletta di carne che si apriva con la speciale chiavetta alle dritte di MasterChef. Cos’è rimasto dei remigini, della mucca Carolina, delle figurine da ritagliare del Corriere dei Piccoli, dei fotoromanzi, dei piriché e degli eque qua? Beh, sì siamo senza dubbio cambiati: qualcuno sosterrà che lo siamo in meglio, altri in peggio”.

Per un attore scrivere significa rifugiarsi in un altrove più rassicurante dell’oggi?

“Ho più di sessant’anni e credo che l’esperienza di vita mi permetta di saper affrontare anche i nostri giorni molto accelerati e incerti, comunque figli del nostro passato e di cui siamo tutti in qualche misura responsabili. Gli attuali venti di guerra spaventano come lo fecero quelli che sembravano ormai archiviati della ‘guerra fredda’, e i giorni terribili della pandemia ci hanno trasmesso un’apprensione non troppo diversa rispetto a quelli per il flagello dell’aids. Tuttavia a mio parere proprio questa non facile decodificazione del presente può rivelarsi il pungolo ideale a tenere desta la nostra attenzione: quindi non credo che scrivere significhi rifugiarsi in un altrove più rassicurante, così come un personaggio del passato è per un attore soltanto motivo di attingere alla ricchezza del suo vissuto”.

Bruno Santini legge libri per non vedenti: “Da più di vent’anni sono uno dei lettori del Centro del Libro Parlato dell’Unione Italiana Ciechi”

Lei legge libri per i non vedenti. Di cosa si tratta?

“Da ormai più di vent’anni sono uno dei lettori del Centro del Libro Parlato dell’Unione Italiana Ciechi. Un’esperienza straordinaria. A Firenze abbiamo a disposizione tre studi di registrazione per realizzare la lettura a voce alta dei libri che ci invia la direzione di Roma . Si tratta di recentissimi bestseller e di grandi classici che grazie al supporto di un tecnico/regista diventano fruibili per il pubblico di non vedenti o ipovedenti che ne fa richiesta. La cosa essenziale è non far prevalere la recitazione sulla parola scritta: il vero protagonista deve essere sempre chi ascolta, mai chi legge!”.

Ha mai pensato alle sue interpretazioni come alla più efficace terapia scacciamali e cattivi pensieri?

“È una responsabilità non da poco e ravviso in questo aspetto della mia professione un fondo di verità. Sicuramente quando una interpretazione cinematografica riflette il modo di vivere comune diventa un aiuto efficace per comprendere il nostro quotidiano. Spesso la sequenza di un film fa da specchio o addirittura da lente d’ingrandimento della realtà che stiamo vivendo. Ed è proprio immedesimandoci in un determinato personaggio che riusciamo a percepire in modo empatico e lucido certi stati d’animo. Forse addirittura il fatto di scoprire il meccanismo che lega tra loro gli interpreti può servire a comprendere meglio i sentimenti di chi ci sta vicino, condividendoli. Sì, non mi sento di esagerare affermando che il lavoro dell’attore è in questo senso sicuramente terapeutico”.

Lei che è una persona molto sensibile ai problemi sociali, è affezionato in particolare a qualcuno dei suoi ruoli in cui si pone l’accento su questo aspetto?

Il cinema è facce diceva Fellini… e così non mi stupisco se i ruoli che mi propongono, facendo leva sulla fisiognomica, sono solitamente da ‘buono’. In oltre cinquanta lavori per il cinema, senza contare le fiction televisive, non ho mai interpretato la parte di un criminale, di un cattivo. Ho avuto da giovane la faccia da bravo ragazzo, adesso quello della brava persona. Confesso che mi piace moltissimo interpretare il ruolo del medico. Il dottore per eccellenza, quello stile Cronin nel romanzo ‘La Cittadella’: sempre disponibile e davvero al servizio del paziente, pronto a guarire il corpo ma aperto a conoscere i drammi della psiche. Per questo ricordo sempre con affetto quei ruoli in cui indosso un camice bianco”.

Bruno Santini ci spiega cosa vuol dire essere e fare l’attore: “Solo immedesimandosi in un personaggio riusciamo a percepire in modo empatico certi stati d’animo. Il lavoro dell’attore è sicuramente terapeutico”

L’amica geniale e Nero a metà affrontano i problemi del disagio sociale e della diversità razziale. Possono queste fiction di successo accrescere la sensibilità delle persone su simili tematiche?

“Senza dubbio! Credo che film come Soldato blu o Un uomo chiamato cavallo siano stati utili per gli indiani d’America più di tante dichiarazioni di politici pronunciate da un qualsiasi palco o davanti a qualsiasi telecamera. Molte volte il pregiudizio nasce dalla nostra ignoranza, quindi abituarsi a riconoscere il disagio con le varie diversità è sicuramente il modo migliore per combatterlo. Riproporre queste tematiche in un film o in una fiction è il modo più efficace di portarle all’ attenzione del pubblico, stimolandone la sensibilità e spingendolo a riflettere. Quando questi lavori sono premiati dal successo dimostra in modo evidente che la gente ti è grata dell’impegno profuso”.

La commedia italiana più feconda è nata proprio nel dopoguerra. Dopo questa nostra crisi, che ci auguriamo termini presto, prevede una rinascita del nostro cinema?

“Quello della commedia all’italiana è un filone che si è esaurito con la scomparsa degli interpreti più rappresentativi: attori, registi, sceneggiatori… Questo però non vuol dire che non ci sia più spazio per nuovi stili e nuove proposte. La crisi economica complica molto le cose e produrre un film è sempre più difficile. Bisogna superare una infinità di ostacoli burocratici e occorrono finanziamenti robusti per arrivare a fare prodotti di buon livello. Il cinema è un’industria e come tale può esprimersi al meglio solo quando è certa di poter contare su indispensabili supporti. Se queste condizioni si realizzano abbiamo tutti gli strumenti necessari per una ripresa in grande stile”.

Un tempo si rideva con troppa facilità alle battute che prendevano di mira certe categorie di diversi. Come sono mutate oggi le cose?

“Direi che è un malcostume che sta sempre più scomparendo. La televisione sta molto attenta a quello che propone e lo è anche il mondo cinematografico: il pubblico dal canto suo ha voltato definitivamente le spalle a certe battutacce, dimostrando quanto siamo decisamente cresciuti forse in buona parte grazie a quei lavori di buona qualità che ci hanno insegnato a capire e riconoscere la diversità e il razzismo”.

Bruno Santini e Vanessa Incontrada insieme per la serie televisiva “Non dirlo al mio capo”

Qual è il personaggio che non ha ancora interpretato, con la speranza che prima o poi accada?

“Mi piacerebbe molto interpretare la biografia di un uomo, non necessariamente famoso, ma dalla condotta esemplare e dall’etica cristallina. Ovviamente per questi ruoli occorre possedere un aspetto aderente al personaggio in questione e al momento non mi pare di essere il ‘clone’ di nessuno in particolare. Dicono che somiglio molto all’archeologo Howard Carter, così ho finito per indossarne i panni per illustrare la mostra itinerante Tutankhamon viaggio verso l’eternità” .

Se un giorno dovesse dirigere un film di cosa parlerebbe e che titolo avrebbe?

“Avrei una voglia matta di realizzare il remake di La vita è meravigliosa. La storia di George, un brav’uomo a un passo dal suicidio che grazie all’intervento di un angelo custode capisce quanto dolore e vuoto avrebbe causato la sua morte. La versione originale diretta da Frank Capra è del ’46, ma i sentimenti che mette a nudo non hanno età e ritengo siano straordinariamente attuali anche adesso. In quanto alla location non c’è angolo di mondo in cui non sia credibile ambientarla. Quindi, perché no la nostra Italia: e a pensarci bene, proprio la mia Firenze sarebbe perfetta!”.