Bullizzato a tre anni per i “capelli da femmina”, lo strazio della mamma: “Mio figlio voleva strapparsi il codino”

Una madre ha raccontato su Twitter quello che è successo al figlio di 3 anni: "A scuola gli altri bambini gli dicono che i suoi capelli sono da femmina. Non smetteva di piangere e voleva solo strapparseli via"

Mio figlio ha tre anni, porta il codino da quando è nato. Stasera è scoppiato in un pianto incontrollabile, voleva strapparsi i capelli, voleva tagliarseli, non smetteva più di piangere. Quando l’ho messo a letto, e ci siamo abbracciati, mi ha rivelato che i bambini a scuola gli dicono che i suoi capelli sono da femmina“.

Il bambino di tre anni bullizzato a scuola per “i capelli da femmina” (Foto pubblicata dalla madre su Twitter)

M. è la mamma di un bambino di tre anni. Esasperata e furiosa, racconta su Twitter la storia, l’episodio di bullismo che il suo piccolo ha dovuto subire a scuola dai compagni. Da sottolineare ancora una volta: il bambino ha tre anni. Venerdì 18 febbraio M. scrive un tweet, postando una foto del figlio mentre gioca e si diverte in sella a una motocicletta: “Mio figlio porta un codino da quando è nato, questo codino è stato sempre il suo orgoglio. Da quando ha iniziato a parlare mi dice sempre: ‘Mamma, aggiusta la treccia’. Fino ad oggi. Già, fino ad oggi”.

Dallo strazio alla confessione: “Mi dicono che ho i capelli ‘da femmina’”

M. prosegue nei commenti al post il racconto di quello che è successo a suo figlio: “Stasera mio figlio è scoppiato in un pianto incontrollabile, voleva strapparsi i capelli, voleva tagliarseli. Non smetteva più di piangere, singhiozzava e ripeteva solo ‘sono da femmina, sono da femmina’”. M. prova a calmare, senza successo, il suo bambino. “Non c’era verso – racconta la madre – Cercavo di tranquillizzarlo e gli ripetevo che non erano da femmina”. Per tutta la sera vanno avanti le scene strazianti del figlio in lacrime e disperato per quei “capelli da femmina”. M. non capisce, prova in tutti i modi a farsi dire dal figlio il motivo per cui stava così male e non voleva più quel taglio di capelli. Arriva così per il bambino il momento di andare a letto. M. gli rimbocca le coperte, lo abbraccia ed è a quel punto che lui rivela quello che era successo: “Mi ha detto – racconta M. nel tweet – che i bimbi a scuola gli dicono che (i suoi capelli, ndr) sono da femmina”. La mamma lo abbraccia, riesce a farsi dire i nomi di chi gli aveva detto quelle parole. Il bambino nel frattempo si calma e si addormenta.

Il messaggio che M. invia su WhatsApp nel gruppo della classe del figlio

La madre scrive agli altri genitori ma nessuno le risponde

M., adirata, la sera stessa mentre il piccolo dorme, decide di scrivere un messaggio WhatsApp nel gruppo della classe del figlio. “Nessuna accusa – dice la mamma -, solo uno sfogo”. M. racconta a tutti i genitori quello che le era successo, quello che era successo al figlio: “Non sto qua – scrive nel WhatsApp – a raccontarvi le scene strazianti e non sono qua per additare la colpa su nessuno. Ma mio figlio, una volta calmato, mi ha detto che non voleva più i capelli perché gli amici in classe gli dicono che ha i capelli da femmina. Non voglio nemmeno commentare perché ho il cuore straziato. I miei figli crescono e sono cresciuti senza preconcetti e fino ad oggi non si era mai posto il problema che fossero da ‘femmina’. Chi se la sente di parlare ai propri figli, magari ai più grandicelli, che non esistono i capelli da femmina o maschio, se questo ovviamente è il vostro pensiero, ve ne sarei grata. So che non posso proteggerlo da questi episodi e che crescendo ce ne saranno altri, ma io faccio la mia parte nel dirvelo”. M. manda il messaggio nel gruppo, passano i minuti. Nessuno risponde. Passano dieci minuti, nessuna risposta. Poi le arriva una notifica. Qualcuno aveva risposto. Solo una signora, un’altra madre di un bambino, che le scrive: “Mi dispiace, domani indago”. Quattro parole, niente di più. M. allora si sfoga ancora su Twitter: “Ora, non mi aspettavo supporto, ho chiesto solo che si parlasse ai propri figli dell’accaduto. Niente, il vuoto più assoluto”. M. conclude il racconto: “Sono veramente amareggiata. Ho insegnato a mio figlio che se vuole può giocare con la barbie, a mia figlia che se voleva giocare con le macchinine andava bene uguale e adesso a 3 anni urla e piange perché a detta dei suoi amici sono da femmina”.