Busta paga trasparente per combattere la disparità salariale: lo chiede il Parlamento europeo

Per gli eurodeputati è necessario abolire il segreto salariare nelle clausole contrattuali delle aziende europee che abbiano almeno 50 dipendenti, in modo che i lavoratori e le lavoratrici possano rendere palese ogni divario retributivo di genere esistente nei loro stipendi

La differenza c’è e (non) si vede. Un dato che è ormai tristemente noto: le donne nell’Unione Europea guadagnano in media circa il 14%  in meno degli uomini per svolgere lo stesso lavoro nelle aziende (dati 2019). Il principio della parità tra uomini e donne, in termini economici, è sancito infatti dall’articolo 157 del TFUE, ma il divario  di genere ‘in busta paga’ nell’Unione continua ad esistere, con variazioni significative tra i Paesi UE, ed è diminuito solo in minima parte negli ultimi dieci anni. Per questo il Parlamento di Strasburgo continua a mettere in campo misure di contrasto al fenomeno. L’ultima è quella di martedì 5 aprile, quando l’Eurocamera ha approvato il mandato negoziale per avviare i colloqui con i governi UE sulla direttiva sulla trasparenza delle retribuzioni. “Le aziende UE con almeno 50 dipendenti dovrebbero essere obbligate a pubblicare i dati sulla retribuzione per genere e affrontare qualsiasi divario retributivo esistente” si legge nel comunicato ufficiale.

Abolire il segreto salariale

Nel testo approvato dal Parlamento europeo si legge: “Le aziende UE con almeno 50 dipendenti dovrebbero essere obbligate a pubblicare i dati sulla retribuzione per genere e affrontare qualsiasi divario retributivo esistente”. Si stringono così le maglie rispetto alla direttiva già adottata dal Consiglio a dicembre 2021

Il testo legislativo è stato approvato con 403 voti favorevoli, 166 contrari e 58 astensioni. Secondo gli eurodeputati è necessario abolire il segreto salariare nelle clausole contrattuali nelle aziende europee che abbiano almeno 50 dipendenti, in modo da far sì che i lavoratori e le lavoratrici stesse possano rendere palese ogni divario retributivo di genere esistente negli stipendi. “Gli strumenti per la valutazione e il confronto dei livelli retributivi e i sistemi di classificazione professionale devono basarsi su criteri neutrali sotto il profilo del genere”, dicono i parlamentari. Se si dovesse riscontrare poi, all’interno delle aziende, un divario retributivo pari o superiore il 2,5%, andrebbero prese contromisure a livello dirigenziale: “i datori di lavoro, in cooperazione con i rappresentanti dei lavoratori, dovrebbero condurre una valutazione delle retribuzioni ed elaborare un piano d’azione per garantire la parità” si legge ancora nella nota.

In tribunale l’onere delle prove spetta al datore di lavoro

I deputati chiedono anche alla Commissione europea di creare una denominazione ufficiale per le aziende virtuose, ovvero coloro che non presentano un divario retributivo di genere, e sostengono la proposta dello stesso organo esecutivo di spostare sul datore di lavoro l’onere delle prove nelle questioni legate alla retribuzione dei dipendenti. “Nei casi in cui un lavoratore ritiene che il principio della parità di retribuzione non sia stato applicato e porta il caso in tribunale, la legislazione nazionale dovrebbe obbligare il datore di lavoro a provare che non c’è stata discriminazione, piuttosto che il lavoratore”.

Samira Rafaela

Samira Rafaela, eurodeputata e membro della della commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere

Le relatrici

Tra le parlamentari europee la relatrice Samira Rafaela (Renew Europe, NL), della commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, ha commentato: “Oggi siamo più vicini a eliminare il divario retributivo di genere in Europa. In Parlamento, abbiamo cercato di trovare il giusto equilibrio tra la garanzia del diritto all’informazione per le lavoratrici e la limitazione degli oneri inutili per le aziende. In questo modo possiamo rendere la parità di retribuzione per uno stesso lavoro una realtà per le donne in Europa“. ”Con questa direttiva stiamo compiendo un passo importante verso l’uguaglianza di genere e facendo luce sul problema della disparità di retribuzione”, ha dichiarato invece Kira Marie Peter-Hansen (Verdi/ALE, DK), della commissione per l’occupazione e gli affari sociali. “Affermare che non accetteremo più la discriminazione salariale basata sul genere non rappresenta solo un segnale forte, ma è anche uno strumento per aiutare i Paesi UE e i datori di lavoro a eliminare il divario retributivo tra i sessi”, conclude Peter-Hansen.

Prossime tappe

L’aspettativa dell’Europarlamento è quella di iniziare quanto prima i negoziati coi governi statali per decidere sulla forma finale della legislazione, dato che il Consiglio ha già approvato la sua posizione comune nel dicembre scorso. In questa direttiva si prevedeva infatti che i manager aziendali (con almeno 250 lavoratori dipendenti) debbano garantire la trasparenza sul divario retributivo e che scatti l’obbligo di valutazione congiunta con i sindacati in caso emerga una differenza di almeno il 5% tra i salari di uomini e donne. Ora però le maglie sembrano volersi stringere ancora di più, come dimostra il nuovo testo adottato dal Parlamento Ue.

Il testo unico sulle pari opportunità in Italia

La deputata Pd Chiara Gribaudo è la relatrice del testo unico sulle pari opportunità tra uomini e donne in ambito lavorativo adottato, con unanime consenso parlamentare, a ottobre 2021

Nel nostro Paese, a ottobre 2021, era stato già il Testo unico sulle pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo, a firma Chiara Gribaudo (Pd), con assenso unanime da parte delle varie forze politiche. L’obiettivo ambizioso di questa legge è quello di ridurre il cosiddetto “gender pay gap”, di rimuovere le discriminazioni nell’accesso al mercato del lavoro e alle opportunità di crescita professionale per le donne. Per farlo scatta l’obbligo per le aziende (sia pubbliche che private) che impiegano più di 50 dipendenti di redigere un rapporto periodico (biennale) sulla situazione del personale, oltre all’istituzione, da gennaio 2022, della cosiddetta “certificazione della parità di genere”, dedicata alle imprese che promuovono la parità salariale, la tutela della maternità e la parità di mansioni. Per le aziende che a fine anno avranno ottenuto questa sorta di “bollino” di merito è previsto uno sgravio contributivo che arriva fino a 50 mila euro all’anno. La relatrice Gribaudo ha commentato favorevolmente la mossa dell’europarlamento: “È un sicuro passo in avanti, a maggior ragione nel momento in cui si chiede di fissare la soglia di trasparenza a 50 dipendenti – ha detto a la Repubblica -. Possiamo dire che l’Italia è stata apripista in questo senso, e molti parlamentari dall’estero si sono messi in contatto per chiedere informazioni sull’impianto della nostra norma. Finalmente si recepisce un passo di fondamentale importanza: dobbiamo abbassare la soglia di numero dei dipendenti delle aziende per avere quadro più completo possibile”. A questo punto, ha concluso, “serve favorire un profondo cambiamento del quadro culturale: la differenza salariale di genere, specialmente all’uscita dalla pandemia, condiziona pesantemente le opportunità di crescita del Paese“.