Camilla, una vita dedicata agli altri. “È l’unica che vale la pena vivere. Altrimenti che gusto c’è?”

Volontaria in Italia e poi in missione in Perù, da capo delle pulizie a medico. Laureata in teologia "per aprire una scuola" ma anche specializzata in chirurgia d'urgenza. Tante passioni, sempre all'insegna della condivisione e del bene altrui

Illuminata dall’esempio familiare, ha vissuto e vive un percorso che ha come fili conduttori la diversità e la necessità altrui. Camilla, di Firenze, oggi lavora all’ospedale di Empoli e di esperienze, nel corso dell’esistenza, ne ha vissute moltissime: inizia facendo volontariato, poi si sposta in Perù dove i bisogni della popolazione la portano a trovare in sé competenze che mai avrebbe sognato di avere. È un crescendo di passioni e scommesse che, nella loro difficoltà, rendono la vita più “interessante e piena“.

Albert Einstein disse che soltanto una vita dedicata agli altri è una vita che vale la pena di vivere. È vero?

Camilla con i suoi sei fratelli e sorelle

“Assolutamente vero, non è la vita mia, ma mi piacerebbe ne fosse il filo conduttore. E’ importante chiarire che anche nel dare agli altri è importante non montarsi la testa”.

Ci racconta un po’ la sua esperienza di vita? Partirei dalla radici: aveva una famiglia numerosa?

“Famiglia super numerosa! Sei fratelli più il settimo, il “Super Bingo”. Questo ragazzo ora ha trent’anni, è stato adottato quand’era piccolissimo, ha la sindrome di Down ed è autistico. Ma è ganzissimo. Grazie a lui si sono resettate, migliorando, le dinamiche interne alla famiglia. È una persona che ha i suoi affetti, i suoi gusti, le sue idee e le sue volontà. Adesso è bellissimo vederlo felice, è bellissimo ascoltare o leggere quello che scrive, perché lui non parla, e capire che è una persona realizzata. È stato una super ricchezza per la mia famiglia”.

Finito il liceo è partita per un’esperienza, una missione, in Perù, ad aiutare le popolazioni autoctone. Come è capitato?

Il fratellino più piccolo di Camilla, oggi 30enne, ha la sindrome di Down ed è autistico. È stato adottato da piccolissimo

“Avevo conosciuto un gruppo di ragazzi che raccoglieva soldi per mantenere queste missioni. Li avevo aiutati in vari lavori. Il coronamento di ciò che veniva fatto in Italia era poter fare un’esperienza in prima persona in questi posti che avevi aiutato. Io che ero una ragazza che parlava poco e a cui piaceva usare le mani, ho deciso di partire. Mi sono trovata subito benissimo con questi volontari che chiaccheravano poco e lavoravano molto come me”.

Durante quell’esperienza matura l’idea di iscriversi a teologia in Italia. Cosa l’ha spinta a farlo?

“Essere teologo era un requisito indispensabile richiesto dalle autorità del posto per aprire una nuova scuola per le popolazioni locali. Semplicemente decido di farlo. Alla fine mi sono laureata, ma la passione è rimasta lì, perché la scuola è stata aperta indipendentemente. Diciamo che la teologia è stato un bridge tra il niente e l’altra mia grande passione: la medicina”.

La medicina? Come ci è arrivata?

“Ero il capo delle pulizie in un ospedale locale, spiegavo concretamente come farle, che non si possono adoperare gli stessi strumenti per esempio nei bagni e nelle testiere dei letti. Ero molto attratta dall’ambulatorio, dove c’era una dottoressa italiana che lavorava gratuitamente come volontaria. Ero incuriosita, affascinata dai problemi, dalle casistiche, dalle ferite, in una parola dalla medicina. In quei giorni veniva inaugurato un nuovo ospedale, comprensivo di sala operatoria. Il caso volle che la dottoressa fu la prima operata nella nuova sala, per un problema importante che fu fortunatamente affrontato da un chirurgo alpinista italiano che passava da quelle parti. Quando si dice nel posto giusto al momento giusto. Alla dottoressa fu letteralmente salvata la pelle, ma lei dovette partire per proseguire le cure in Italia, lasciando sguarnito l’ospedale. Decisi allora di diventare dottore, per aiutare le persone che altrimenti non avrebbero avuto assistenza. Perché in Perù soltanto i soldi ti garantiscono le cure. Sei hai i soldi ti ‘ricucio’, altrimenti niente, la ferita rimane aperta. Solo negli ultimi anni è stata introdotta una sorta di assicurazione sociale”.

Decide quindi di iscriversi a medicina, un percorso di studi semplice…

“Sì, sono stata un vero genio – ride –. Se ci ripenso adesso credo che l’incoscienza sia stata una mia grande compagna di viaggio. Quell’incoscienza che mi ha permesso di buttarmi in tante cose senza sapere quanto mi potessero costare, quanto tempo ci sarebbe voluto, quale sarebbe stato l’impegno. Alla fine è stata una decisione presa di pancia: mi piace, lo faccio”.

La giovane Camilla in Perù

Arriviamo quindi agli anni di studi in medicina e successivamente la specializzazione in chirurgia, periodo durante il quale lei mantiene la sua collaborazione con l’ospedale in Perù. Ma anche in Italia non poteva certo stare a guardare… Ha ideato vari progetti, di cui uno riguarda il mondo subacqueo…

“Si, il progetto PES (Percorsi psicoEducativi Subacquei) un progetto stupendo che, unendo il binomio subacquea adattata e giovani con disabilità intellettiva-relazionale, ci ha permesso di avvicinare tanti ragazzi all’elemento acqua”.

Uno dei progetti avviati da Camilla in Italia è quello dei percorsi psicoeducativi subacquei per ragazzi con disabilità

Non poteva certo bastarle. Infatti partecipa in modo attivo al progetto Alpaha. Di cosa si tratta?

“È un progetto nato dal desiderio di alcune mamme di dare una possibilità sia lavorativa che relazionale ai loro figli. Nasce quindi, grazie alla donazione di un terreno da parte del Comune di Firenze, un allevamento di alpaca. I ragazzi hanno una casetta dove stanno dalla mattina al pomeriggio, pasti compresi. Hanno il compito di accudire gli alpaca: pulire le stalle, dare loro da mangiare; oltre a questa responsabilità i ragazzi fanno altre attività: tra le altre musicoterapia, psicomotricità, comunicazione aumentativa facilitata. Così socializzano tra loro in un modo bellissimo e originale, che va oltre i nostri metodi canonici di comunicazione. È una grande scoperta, un arricchimento tutti”.

E la chirurgia d’urgenza? Diceva che è sempre stata smaniosa di accrescere la propria professionalità

La chirurga collabora con il progetto Alpaha

La chirurgia di urgenza è una grande passione, per coltivarla sono andata a cercare, a volte in Italia, a volte all’estero, qualche momento di stimolo professionale. Sono stata in zone di guerra, luoghi dove ti trovi a lavorare, sottostando a regole militari, con perfetti sconosciuti, parlando una lingua che non è la tua. In quei luoghi, devi prima di tutto saper lavorare in squadra, poi devi avere la capacità di operare nel modo giusto e nei tempi richiesti. Il fattore tempo, discrimine tra vita o non vita. Una responsabilità importante”.

Ha anche qualche interesse ludico? Ho sentito dire che le piace il tango

Il tango è stata un’altra folgorazione. Io che per natura sono sempre fuggita da balli e discoteche, a causa di una scommessa persa, mi sono ritrovata a fare una lezione di prova. Ero andata controvoglia. Ecco, non ho più smesso. Mi ha colpito la necessità di ascolto e di connessione indispensabile tra i ballerini, l’armonia che qualche volta si riesce a creare unendo il movimento alla musica”.

Se le dico che la passione non ha un senso, se non è condivisa, che soltanto una vita assieme agli altri è una vita piena, è d’accordo?

“Assolutamente sì. Ci sono anche dei momenti in cui ti piace anche stare solo, ma per tutto il resto, se non condividi, se non vivi le tue passioni assieme agli altri, la vita diventa grigia, insapore. E sarebbe un peccato vivere una vita sciapa”.