Capodanno ai Tropici: Stefano Proserpio racconta la sua esperienza da volontario ad Haiti

Stefano, 29 anni, lavorava come tornitore in un’officina metalmeccanica quando si è licenziato per partire alla volta di Haiti con l'associazione Papa Giovanni XXIII."Cerco la mia vocazione aiutando gli altri".

Il sole dei tropici e 30 gradi di giorno. Ad Haiti non sembra dicembre. “Con questo caldo faccio fatica a capire che tra poco sarà Natale. In casa ho preparato il presepe e se riesco presto farò l’albero”. Stefano sorride dall’altra parte del telefono. “Giusto ieri sera è arrivato un container dall’Italia con alcune provviste e ho cucinato la polenta con cotechino e lenticchie, come a Capodanno“. Qualcosa di diverso dal solito riso e fagioli. Ed è proprio il ‘diverso’ ciò che cercava Stefano Proserpio, 29enne di Garbagnate Monastero, in provincia di Lecco, quando ha deciso di fare il volontario per un anno sull’isola caraibica. “Nella vita di tutti i giorni sentivo che mi mancava qualcosa. Così, ho deciso di offrire questi mesi al servizio e nel frattempo maturare come persona, cercare la mia vera vocazione”.

In Italia, Stefano lavorava da otto anni come tornitore in un’officina metalmeccanica e, nonostante l’azienda gli avesse offerto un anno di aspettativa, si è licenziato poco prima di partire. “Non volevo tenermi quella responsabilità, perché mi sarei sentito obbligato a tornare per riprendere il mio posto. Chiudere definitivamente quella porta mi ha permesso di partire più sereno”. L’associazione di cui fa parte è la Papa Giovanni XXIII, fondata nel 1968 da don Oreste Benzi e da allora impegnata in tutto il mondo con progetti di inclusione per contrastare povertà ed emarginazione. Ste, come lo chiamano gli amici, non è nuovo sull’isola. Il primo viaggio risale al 2018, sempre organizzato dalla Papa Giovanni XXIII. “Non avevo mai fatto un’esperienza del genere e il primo anno ho scoperto davvero tante cose su me stesso. L’estate successiva sono ripartito con una consapevolezza nuova e, tornato a casa, ho realizzato che volevo dedicare un intero anno al volontariato. Ora eccomi qui”. Il suo qui è Fwaye Papa Nou, una casa-famiglia dell’associazione nella periferia della capitale Port-au-Prince, precisamente a Croix-des-Bouquets nel quartiere di Lilavois.

Stefano con uno dei bambini del luogo

Quando Ste è arrivato, nella casa abitavano già Valentina, da 11 anni missionaria sull’isola, insieme al marito haitiano Segui e ai loro figli. “Da poco però si sono trasferiti in Repubblica Dominicana per questioni di sicurezza e così siamo rimasti io e altri due ragazzi haitiani”. Il tema della sicurezza non è da sottovalutare in una realtà difficile come Haiti, dove è noto che le bande criminali sequestrino i cooperanti per chiederne il riscatto. “Le notizie dei sequestri – rivela Ste – arrivano in Italia solo se ci sono di mezzo degli stranieri, ma qui vengono rapite persone quasi tutti i giorni, anche haitiane”. Lui però non ha paura. “Se ne avessi non sarei qui”, confessa lapidario. Per proteggersi dai disordini, i cooperanti presenti sull’isola hanno creato un gruppo WhatsApp dove segnalano eventuali problemi per le strade e si aiutano a vicenda. “Proprio poco fa sono arrivati dei messaggi su un caucciù (albero della gomma, ndr) in fiamme. Quando hanno ucciso il Presidente (Jovenel Moïse, assassinato nella sua abitazione il 7 luglio 2021, ndr), il telefono ha squillato tutto il giorno e sul gruppo scrivevano di non aprire a nessuno e di rimanere chiusi in casa. Ci sono stati spari tutta la notte e ricordo di aver dormito poco”. Ogni tanto qualche colpo di pistola continua a sentirsi, ma Stefano non sembra preoccupato. “Cerco solo di non raccontarlo ai miei genitori quando li chiamo”, scherza. “Io comunque sono prudente e non vado mai in giro da solo. Non sono mai nemmeno andato al mare. Esco solo per fare la spesa”.

Come volontario, alla mattina Stefano lavora in una classe di bambini disabili di una scuola primaria. Due volte a settimana insegna attività motoria in un altro istituto, mentre ogni pomeriggio si sposta al centro ricreativo per le attività sportive e di doposcuola. “È la prima volta che lavoro con bambini disabili. In Italia cercavo di non occuparmene perché sapevo di essere troppo emotivo e non mi consideravo bravo. Qui però c’è bisogno di questo e lo faccio, pur continuando a non sapere se sono bravo”, sorride. Con tutti questi impegni e progetti, il tempo da dedicare a sé stesso è poco. “Non riesco mai a staccare del tutto. Ieri era domenica, il mio giorno libero, e ho pensato di uscire a fare un giro, prendere una birra in un bar. Poi mi sono ricordato che non posso farlo”. Nonostante tutto, Ste non si è mai pentito della sua scelta. “Io sto bene qui, anche quando ci sono momenti di difficoltà, come ad esempio il terremoto di quest’estate”.

Stefano si occupa dell’istruzione ai bambini disabili in una scuola primaria

Oltre al servizio per la scuola, Stefano e i suoi coinquilini forniscono, tramite un rubinetto in giardino, l’acqua potabile alle persone del quartiere. “Ogni giorno, dalle 8 alle 9 e dalle 14 alle 16 apriamo la pompa e la gente viene qui con secchi e carriole per rifornirsi. Sono in molti a non avere l’acqua potabile e la corrente. Noi in casa andiamo avanti grazie ai pannelli solari, ma a metà pomeriggio stacchiamo il
frigo perché l’energia accumulata non è sufficiente a coprire l’intera giornata”. Ad Haiti l’acqua non scende nemmeno da cielo. “Non c’è giorno in cui non ci sia il sole. La pioggia non la vediamo da un po’, per il nostro orto sarebbe una grazia”. Stefano, infatti, si prende anche cura del giardino e si alza tutte le mattine alle 6 per innaffiare e dare da mangiare a polli e galline. “Le mie giornate sono piene – dice – tra la scuola e la casa ho sempre molto da fare. A volte provo a leggere un libro, ma la verità è che avverto la fatica nello spiegare quello che provo. Quando la famiglia di Vale era qui riuscivo ad avere un contatto, riflettevo insieme a loro ad alta voce. Mi manca il buttare fuori quello che vivo ogni giorno, avere una valvola di sfogo“.

Il volo di ritorno l’ha già comprato, poiché era obbligatorio per prenotare quello di andata. “Ogni tre mesi esco dal Paese per rinnovare il visto da turista. Alla fine dell’anno andrò in Messico per una settimana e poi rientrerò per gli ultimi sei mesi”.

Il suo futuro, una volta tornato a casa, è incerto. “Sono ancora in alto mare, ma per fortuna c’è tempo per camminare e capire. Devo trovare quel qualcosa a cui non so dare un nome“. Quasi sicuramente, il prossimo Natale non lo passerà sotto il sole di Haiti. “Qui ho cuore, ma è giusto rientrare in Italia per chiudere questa fase della mia vita”. Stefano fa sembrare facile trasferirsi dall’altra parte del mondo per aiutare gli altri. Fa sembrare facile anche parlare creolo, la lingua ufficiosa degli haitiani. “L’ho imparato stando qui. Non sapendo il francese, che loro imparano a scuola, ho dovuto adattarmi. Diciamo che mi faccio capire”. Per quanto riguarda la pandemia, Ste si è vaccinato prima di partire, anche se Haiti è lontana anni luce dalle polemiche su green pass e super green pass. “Il Covid? Cos’è?”, scherza. “Non so nemmeno quanti casi ci siano sull’isola. Qualche mese fa mettevamo la mascherina solo per andare a messa. Ora, per fortuna, non la mettiamo più, sembrava uno scherzo. Io non ho paura di ammalarmi, il coronavirus è davvero l’ultimo dei miei problemi”. Stefano riattacca. L’ultimo cotechino del container bolle sul fuoco, fra poco sarà Capodanno. Anche sotto il sole dei tropici con 30 gradi di giorno.