“Cari leader, diventate Femministi! Con la nostra scuola capirete che la parità uomo-donna fa bene alla politica. E porta voti ai partiti”

Costanza Hermanin ha varato un laboratorio per la parità di genere in politica ("Ai ritmi attuali ci arriveremmo fra 130 anni"). Partecipano soprattutto esponenti del centrosinistra. "Non ho invitato segretari in carica ed esponenti navigati, ma giovani che avranno le leve nel futuro. Saranno loro a realizzare il cambiamento"

Per colmare il divario di genere in politica, l’indice più grave in Italia, anziché mandare a scuola le donne, il laboratorio Femministi! ha fatto e farà sedere sui banchi gli uomini politici italiani. Obiettivo? “Renderli, insieme ai partiti, meno escludenti”. Provenienti da Italia Viva, Volt, Lista Sala, Pd, M5S, Azione, Europa Verde – Verdi dal Movimento 5 Stelle, sono stati 15 i partecipanti al primo incontro, tenutosi a Roma nella sede dell’Istituto Luigi Sturzo. Il  prossimo – in live streaming – sarà più partecipato, forse perché “la visibilità ai politici piace sempre”.

Ideatrice dell’evento  è Costanza Hermanin, docente di politiche e istituzioni dell’Unione Europea, membro della segreteria e della direzione di +Europa, si dichiara soddisfatta: “Ieri abbiamo fatto un laboratorio quasi teatrale, in cui mettevamo in scena e cercavamo di risolvere i pregiudizi di genere, sia con la parola sia con i gesti”.

Un esempio?

“Dichiaravamo: ‘Ci-vogliono-più-donne-nell’-esecutivo’! e stavamo attente alla reazione immediata dei partecipanti. Oppure osservavamo il posizionamento di una donna politica durante una conferenza stampa o in un salotto tv, e mostravamo come la collocazione stessa o il modo di chiamare, magari per nome, la donna in questione fossero già gesti escludenti di cui gli uomini spesso non si rendono neanche conto”. Femministi! è un laboratorio promosso da +Europa, grazie alla quota del 2×1000, che – come si spiega nel comunicato di presentazione – “per legge tutti i partiti dovrebbero destinare a iniziative dedicate alla promozione della parità di genere” e fa seguito alla prima esperienza di formazione realizzata, lo scorso anno, da +Europa – “Prime Donne”, che aveva formato 23 aspiranti leader politiche. 

Spicca l’assenza del centrodestra tra i partecipanti, non avevano voglia di essere “Femministi!”? 

“Per il laboratorio ho contattato solo quei movimenti che hanno la parità di genere nel programma e Fratelli d’Italia non ce l’ha – risponde Hermanin – In più, è un partito dove, almeno apparentemente, ci sono delle donne leader. Forza Italia, invece, ho provato a coinvolgerla, ma è stato più complesso. Al di là di questo, c’è da dire che avere la partecipazione dei partiti del centrosinistra è stato più semplice perché ci conoscono meglio e quindi si fidano di più”. 

Perché avete scelto di coinvolgere i politici uomini? 

Se guardiamo gli indici di parità internazionali di Istruzione, Salute, Potere economico e Politica, la dimensione in cui l’Italia è meno avanzata è proprio quest’ultima: le donne sono infatti il 20% del totale e le stime ci dicono che ci vorranno ancora 130 anni per arrivare alla piena parità. La struttura partito è ancora quella che ancora seleziona i leader politici. A loro volta i leader politici selezionano i tecnici, che formano poi, per fare un esempio, i famosi comitati tecnico- scientifici. Questa catena ci dice che coinvolgere gli uomini è necessario perché hanno la possibilità di cooptare le donne all’interno dei partiti, fondamentali per la selezione della classe politica”. 

Perché nasce questo laboratorio?

“Il primo punto è ottenere una rappresentanza paritaria: le donne sono il 50% della popolazione, ma in Parlamento sono il 33%, molto meno nei ministeri, due in Corte Costituzionale e così via. È evidente che questi numeri non riflettano la composizione della nostra popolazione ed è evidente che ci sia, dunque, un problema di giustizia sociale. Oltre questo, però, il punto è anche l’efficienza della spesa: i dati ci dicono che le donne in politica sono più attente a capire le esigenze della popolazione, investono di più nelle politiche di cura, di contrasto alla violenza contro le donne e fanno scelte diverse anche in termini di sanità, incentivando ad esempio quella residenziale, rispetto a quella ospedaliera, di cui statisticamente beneficiano più gli uomini”. 

Oltre ai contenuti, in politica ci sono uno stile femminile e uno stile maschile?

“C’è tutta una letteratura di psicologia sociale e di management privato che dimostra che le donne tendono a promuovere di più i collaboratori e a prendere decisioni più meditate e consultate. Quindi, rispetto allo stile maschile che è gerarchico e transazionale, basandosi sull’idea del “do ut des”, quello femminile è più inclusivo”. 

Le viene in mente qualche esempio in Italia?

“Non ne trovo. Ma a livello internazionale si è parlato di “stile femminile” per la Merkel o per le leader americane”.  

In Italia servirebbero 130 anni per raggiungere la parità fra donne e uomini in Parlamento. Iniziative come il vostro laboratorio riusciranno ad abbassare questo gap? 

“Il tema in Italia in questo momento è più sentito che in altre epoche. Ciononostante, malgrado il fatto che vediamo più sensibilità, manca una corrispondente attivazione: il governo Draghi, i comitati, come ad esempio quello dedicato alla riforma fiscale o al monitoraggio PNRR, la stessa scelta dei ministri, ci hanno lasciato super delusi. Per questo, al di là della retorica, serve un input molto forte ed è per questo che siamo partite dalla formazione. Pensiamo che da questa possa nascere qualcosa”. 

Il cambiamento potrebbe partire dai leader attuali?

“Francamente non mi aspetto che i leader di partito attuali lo facciano nei giro dei prossimi anni, a meno che non si rendano conto che c’è un guadagno elettorale importante nel proporre più leader donne: perché quel vantaggio c’è, è oggettivo. Mi aspetto invece che sia la generazione dei leader di domani a innescare il cambiamento. È per questo che ho scelto di non tentare di coinvolgere i segretari dei vari partiti, o senatori o deputati di lungo corso, ma di guardare alla media dirigenza dei partiti, ai leader del futuro, perché penso che siano un terreno più fertile”.