Caricati dalla polizia per aver suonato un campanello. Allarme razzismo a Milano: in un video la frase choc di un agente “Torna al tuo Paese”

Domenica all'alba, i navigli di Milano sono stati il palcoscenico di un grave episodio che ha visto come vittime un gruppo di ragazzi di colore: questa volta, a rendere tutto ancora più grave, è il ruolo della polizia. Secondo la versione delle forze dell'ordine gli agenti sarebbero intervenuti per sedare una rissa. Ma nel video dell'influencer Huda, presente alla scena, la carica sembra avere tutt'altra matrice

Abbiamo tutti assistito con sdegno gli abusi razziali della polizia americana contro le persone di colore. Abbiamo sostenuto e appoggiato le battaglie e le manifestazioni del movimento Black Lives Matter. Abbiamo gioito, a centinaia di migliaia di chilomentri di distanza, quando giustizia è stata fatta, almeno nel caso della morte di George Floyd. La distanza però, ci ha ingannato: oltreoceano, ormai più di un anno fa, ci hanno indicato la luna, il fulcro del problema, noi ci siamo limitati ad osservare il dito, i fatti in sé. Un dito dietro al quale ci siamo nascosti, pensando di essere già a buon punto nella lotta al razzismo. Me evidentemente, non è così.

Nella mattina di domenica, a Milano, in zona Navigli, un gruppo di ragazzi neri è stato aggredito e picchiato in circostanze ancora tutte da verificare. Secondo la versione fornita dalle forze dell’ordine, i militari del nucleo Radiomobile si sono recati in piazza XXIV Maggio per sedare una rissa. Una volta in loco, gli agenti hanno potuto constatare la presenza di ragazzi, prevalentemente stranieri, nei pressi del Mc Donald’s, che bevevano alcolici e ascoltava musica a tutto volume. Sempre secondo le dichiarazioni della polizia, sono stati chiamati sul posto rinforzi per sgomberare i giovani.

Tutto farebbe pensare a una normalissima azione di un qualsiasi sabato sera (erano in realtà le prime ore di domenica, intorno alle 6) in uno dei centri della movida milanese. E invece dai social arrivano video e testimonianze a documentare l’accaduto. Il quadro che ne emerge sembra molto diverso dalla versione fornita dalla polizia. Diverso in modo allarmante. Secondo i ragazzi, la causa dell’intervento sarebbe stato il campanello di un monopattino elettrico.

 

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“Un ragazzo nero, seduto insieme a noi, ha preso un ‘dot’ (monopattini in affitto) e ha iniziato a suonare per scherzo il campanello, che non fa più rumore di quello di una bicicletta. In quel momento si ferma una macchina della polizia e un agente gli urla contro, dicendogli che se non avesse smesso lo avrebbe arrestato“. Inizia così il video testimonianza postato sul profilo Instagram di Huda (@riphuda), influencer e tiktoker di successo nonché una delle ragazze presenti quella mattina: “Per fermarlo gli agenti hanno chiamato in aiuto sei pattuglie e due camion blindati. Una volta scesi, ci hanno spinto via con la forza e ci hanno caricati. Uno di noi, senza motivo, è stato gettato a terra da quatto poliziotti per essere preso a calci e manganellate. Sua sorella, preoccupata, si è avvicinata per soccorrerlo e in tutta risposta è stata colpita con una manganellata in testa che avrebbe anche potuto ucciderla“.

La scena è avvenuta sotto gli occhi di tutti ma gli agenti, sempre nel racconto dei fatti della giovane, “hanno avuto il coraggio di negare tutto: magari è caduta o si è fatta male da sola“. Durante la carica, i ragazzi hanno provato a difendersi come potevano: le bottiglie di vetro nel cassonetto della spazzatura erano l’unica ‘arma’ a disposizione con cui provare a contrastare tute, manganelli e scudi anti sommossa: “hanno iniziato ad inseguirci e a pestare tutti. Non volevano nemmeno chiamare l’ambulanza“.

L’azione violenta, forse mossa da sentimenti razzisti, almeno secondo quanto raccontato da Huda e dalle persone coinvolte, non si è tradotta solamente nell’atto fisico, ma è stata accompagnata da un’aggressione verbale: “Ci hanno chiesto i documenti. Una ragazza non li aveva, gli agenti continuavano a trattarla come se non capisse e a dirle: torna nel tuo Paese, anche se lei è italiana”. In più, uno di loro è stato anche portato in caserma senza apparenti motivi: “L’hanno buttato in macchina a calci e pugni. Non aveva fatto nulla. Quando abbiamo provato a chiedere quale fosse il motivo dell’arresto, non abbiamo ricevuto risposta. Ma si sente una frase: annientate questo negro“.

Il caso è sotto esame, ma la vicenda ha scatenato il dibattito dell’opinione pubblica, che si trova ancora una volta ad affrontare il discorso del razzismo. Un discorso che, nonostante i proclami, le tante belle parole, sembra appartenere anche a noi italiani. Ogni volta che arriva la polizia, i ragazzi di colore, anche nel nostro Paese, si sentono più minacciati che tutelati. Allora i social, il cellulare e la possibilità di filmare quello che accade diventano l’unico strumento di ‘difesa’. Perché in casi come questi, quando poi le vittime si presentano in commissariato per una denuncia, la risposta è quasi sempre (e solo): “Hai finito?“. Dopo il danno anche la beffa: screditati, non creduti, accusati di aver fatto magari qualcosa di illegale proprio filmando quello che accadeva o che subivano, passando così da vittime a colpevoli.

La luna (del razzismo) è piena. Anche in Italia non possiamo più limitarci a guardare solo il dito.