“Caro papà, dopo 2000 giorni non smettiamo di lottare”: la lettera dei figli del medico iraniano Djalali

Lo scienziato, ricercatore e medico iraniano (con passaporto anche svedese), è stato arrestato nel 2016 con l'accusa di spionaggio e condannato a morte nel 2018 da un "tribunale rivoluzionario" di Teheran. a più di 5 anni dalla reclusione i figli scrivono al papà una lettera di speranza e supporto

“Caro papà, sono passati ormai duemila giorni dal tuo ingiusto arresto e in ognuno di questi giorni abbiamo desiderato il tuo ritorno”. Amitis e Ariou, 18 e 9 anni, non hanno dimenticato il loro papà, Ahmadreza Djalali, rinchiuso in una prigione iraniana dal 26 aprile 2016 e condannato a morte con l’accusa di spionaggio. Non lo hanno dimenticato e aspettano speranzosi di riabbracciarlo, un giorno.

Amitis e Ariou Djalali

Intanto però, a più di 5 anni dall’arresto, hanno deciso di fargli sentire la propria vicinanza e il proprio amore con una lettera. “Ogni compleanno, Natale e Capodanno, ci auguriamo che tu possa trascorrere il prossimo con noi. Il più piccolo di noi aveva solo quattro anni quando sei stato arrestato e ogni anno chiede a Babbo Natale di riportarti come suo regalo di Natale. Duemila giorni di sofferenza e ingiustizia“.

 

Una speranza, quella dei bambini, che non si spegne, nonostante il tempo trascorso lontani da quel padre che, come scrivono, Ariou ha avuto a malapena il tempo di conoscere. Lo scienziato con doppio passaporto iraniano e svedese, esperto in medicina d’urgenza, che ha lavorato nelle università della Svezia, del Belgio ed è stato anche ricercatore nell’ateneo del Piemonte orientale, è stato condannato alla pena capitale nel 2018, da un “tribunale rivoluzionario” di Teheran. Secondo la procura iraniana Djalali avrebbe avuto diversi incontri col Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, e avrebbe fornito informazioni sensibili su siti militari e nucleari italiani e su due scienziati iraniani che sono stati poi assassinati.

Durante il processo, che Amnesty International definisce “fortemente iniquo”, il medico ha sempre respinto le accuse, che secondo lui rappresentano una rappresaglia per il suo rifiuto a collaborare coi servizi del Paese per identificare e raccogliere informazioni sugli Stati dell’Unione europea. Anche se c’è stata una confessione televisiva che, ha spiegato in un video “mi è stata estorta”, Ahmadreza non si è mai arreso e ha continuato ad opporsi alla giustizia sommaria che lo ha condannato. “Sono uno scienziato, non una spia“, ha scritto infatti dal carcere nel 2017.

Manifestazione contro la pena di morte a Ahmadreza Djalali sotto il consiglio regionale del Piemonte. Ansa/Tino Romano

Tuttavia la lunga permanenza nella prigione di Evin, ha minato fortemente le sue condizione di salute, sempre più precarie. Da tempo, ormai, la sua esecuzione viene periodicamente annunciata e poi rimandata. In favore della scarcerazione di Djalali, hanno preso posizione 121 premi Nobel e l’organizzazione umanitaria Amnesty International, che ha lanciato un appello alle autorità iraniane firmato da oltre 220mila persone.

Ad aggravare la sua situazione, nell’ultimo anno, si è aggiunta l’impossibilità di parlare con la sua famiglia: gli è stato infatti impedito di contattare telefonicamente la moglie Vida e i figli, che vivono in Svezia. Ma il 17 ottobre, in occasione del triste anniversario del duemillesimo giorno senza l’uomo, sono stati proprio i bambini a ‘parlare’ simbolicamente con lui, con la loro struggente lettera che sperano, in qualche modo, possa arrivargli e dargli conforto. “Non è passato giorno in cui tu non sia stato nei nostri pensieri. Ci chiediamo perché un destino così ingiusto debba essere destinato a te, che non hai sbagliato e che per noi sei sempre stato un modello – scrivono Amitis e Ariou -. Ma restiamo fiduciosi. Ammiriamo come hai sopportato un inferno simile per così tanto tempo. Non smetteremo di lottare per la tua liberazione, per farti sentire ancora una volta una sensazione di libertà. Continuiamo a chiedere alle persone di unirsi alla nostra lotta per il tuo rilascio, per fare giustizia. Non ci fermeremo finché non tornerai a casa – concludono – con noi, con la tua famiglia e i tuoi amici, e di nuovo nella comunità scientifica, dove potrai continuare ad aiutare gli altri attraverso il tuo lavoro e la tua ricerca”.