Chi decide cosa è famiglia? I diritti dell’amore: come cambia l’idea di stare insieme. E come lo Stato (non) si adegua

Rita e Patrizia sono due sorelle. E potrebbero essere considerate una famiglia. Alessandro, Giulia e Roberto sono tre giovani amici di Torino, e anche loro potrebbero essere considerati una famiglia. Qualcuno penserà che si tratti di famiglie del futuro, ma la storia insegna che da migliaia di anni i modi per vivere una relazione affettiva sono molti e molto diversi tra loro. E allora, la legge può regolare l'amore?

Nausica Palazzo, ricercatrice alla Hebrew University di Gerusalemme, e docente a contratto all’Università Bocconi: “Le persone sono sempre meno interessate all’ideale romantico, all’esclusività sessuale. A volte anche famiglie che sembrano tradizionali in realtà stanno sempre più fuggendo da questo ideale, anche in Italia”

Definire un gruppo di persone “famiglia” davanti allo Stato è una richiesta che viene formulata per i motivi più vari: dai temi fiscali, all’esigenza di definire diritti e doveri, fino a una battaglia culturale e politica incentrata sui valori dell’autonomia, della libertà e dell’autodeterminazione.

Di famiglie non normate dallo Stato si occupa Nausica Palazzo, ricercatrice post-doc in diritto comparato presso la Hebrew University di Gerusalemme, e docente a contratto all’Università Bocconi, ha pubblicato di recente “Legal recognition of Non-Conjugal Families” (Hart Publishing), dove esplora il tema del diritto di famiglie ancora non riconosciute dalla legge.

Nausica, intanto cosa si intende con famiglie non conjugal?

“Il termine non conjugal può trarre in inganno, non si intende infatti non coniugali, ma ci riferiamo a coppie che non vivono una componente sessuale nel legame, in italiano potremmo definire: ‘famiglia di mutuo aiuto’. In generale, parliamo di famiglie che non rispettano i requisiti di una famiglia composta da due persone, idealmente eterosessuale, che aspira ad avere dei figli, basata su un ideale romantico di impegno a vita. Tutte le famiglie che non rispettano alcuni o tutti di questi elementi possono essere definite nuove famiglie, ma nuove solo nel senso che le stiamo guardando in un’ottica diversa, anche se alcune di queste sono sempre esistite”.

Che tipo di riscontro avete sulle nuove famiglie?

“Abbiamo notato nel contesto francese che nella coppia eterosessuale che stipula il PACS (unioni civili tra persone eterosessuali o omosessuali), ci sono caratteristiche sempre meno legate alla tradizione. In particolare, le persone sono sempre meno interessate all’ideale romantico, all’esclusività sessuale. A volte anche famiglie che sembrano tradizionali in realtà stanno sempre più fuggendo da questo ideale, anche in Italia”.

Una relazione che non è più esclusiva pone dei temi di legge?

“Sì, pone il tema del riconoscimento giuridico: a questo punto possiamo prendere atto della situazione oppure ignorare. Nel mio libro prendo atto di questa evoluzione, sia in modo empirico rispetto a come le persone organizzano le relazioni familiari, sia rispetto a quali sono i valori di chi impronta questo tipo di relazioni, fino ad arrivare a cercare di capire come riconoscere queste nuove forme familiari, concentrandomi su famiglie di mutuo aiuto”.

Si tratta di un tema che interessa solo i cosiddetti progressisti?

“No, ci sono persone anche molto religiose e conservatrici che ritengono utile questo dibattito, soprattutto quando vengono presentate istanze di riconoscimento su famiglie non conjugal come quelle formate da due familiari, in cui non vi è una componente sessuale, ma di assistenza e affetto. Due fratelli di 50 anni che hanno vissuto insieme 30 anni non sanno di essere una famiglia, invece potrebbero esserlo”.

Il grande tema è quello del riconoscimento giuridico, come ottenerlo?

“Per una serie di motivi penso sia importante andare davanti alle corti, invece che combattere in un’arena politica, perché le corti sia a livello europeo che negli Stati Uniti sono diventati luoghi in cui è possibile imporre cambiamenti in questo ambito. Nel mio lavoro di ricerca, cerco di costruire argomenti giuridici anche sulla base di precedenti che possano sostenere un concetto di famiglia più functional e meno basato sulla formalità”.

Quali sono le caratteristiche di una famiglia?

“Interdipendenza economica e affettiva, ad esempio, come avere un conto in banca in comune, fare vacanze insieme, mangiare insieme. Tutti questi sono indici di famiglia”.

A che punto siamo su questo avanzamento dei diritti in Europa?

” Ci sono Paesi, come Belgio e Olanda, in cui è possibile riconoscere alcuni diritti a due amici, due parenti o due fratelli, dove è possibile registrare contratti di convivenza e dove è possibile ottenere buona parte dei benefici tipici delle coppie sposate. In Norvegia vi è un sistema di benefici più mirato che invece si riferisce ad alcuni diritti relativi, ad esempio, alla vendita della casa comune”.

Il tema del poliamore e delle famiglie poliamorose come si inserisce, in questo contesto?

“La questione giuridica del poliamore sarà tra le più interessanti, perché è una frangia radicale del movimento LGBTQ, ora che in Canada e USA sono riconosciuti il matrimonio, l’adozione e la surrogacy, temi che invece sono ancora tabù in Europa. Il tema sarà se e come riconoscere le relazioni queer, perché il diritto rischia di limitare il potenziale trasformativo delle famiglie. Qualcuno ritiene che lo Stato debba stare fuori dalle questioni affettive. Io sostengo che non dobbiamo estendere i requisiti del matrimonio ma introdurre unioni registrate flessibili, che possano consentire designazioni multiple, perché la prossima frontiera nel diritto di famiglia sarà quella di riconoscere la modularità delle funzioni familiari. Ad esempio convivo con X, cresco una figlia con Y, e ho una partnership economica con Z, che magari è mio fratello, al di là della componente sessuale. Una legge dello Stato può tutelare senza avere pretesa di dire chi è famiglia”.