Chi ha incastrato Jessica Rabbit in quell’impermeabile? Disney le nasconde le curve e disinnesca la bomba sexy dei cartoon

Disney avvolge in un impermeabile Jessica Rabbit oscurandone le curve e trasformandola da moglie di Roger in manager delle investigazioni. Una trasformazione epocale, fruto della revisione degli stereotipi in corso nelle arti, nel cinema e nei cartoon. Pareri a confronto: è corretto imporre la revisione di un personaggio in chiave attuale e ispirata a un modello prestabilito?

La fatalona, modellata sull’icona Rita Hayworth non c’è più. O forse sì, c’è ancora, ma non si vede, fasciata da un professionale trench da investigatore che devia la vista sul volto e – se ci sono e ci sono sicuramente – su pensieri e parole della femmina più conturbante e famosa dei cartoon. Quella di cui non ricordavi le frasi (salvo una, memorabile: “Non sono cattiva: è che mi disegnano così”),  perché con quel corpo poteva dire ciò che vuole e perché,  osservandola, eri attratto solo dalla carrozzeria sinuosa e tonica. Curve mozzafiato. Un’icona che i lettori, con la i finale in quanto maschi, sognavano e basta, avendo esaurito ogni materiale speranza d’imbattersi nell’omologo esemplare umano. Accessorio troppo imgombrante della storia criminale in cui era calata, Jessica ne era diventata protagonista inevitabile e scontata: la pupa, pendant dell’ispettore Valiant, acuto e un po’ grigiotto.

Ora, in ossequo al revisionismo che nasce dalla rilettura  dei prodotti di quando l’arte rappresentava il mondo com’era e non come si vorrebbe che fosse,  Disney mette un burqa da lavoro a Jessica: l’impermeabile mascolino e stazzonato, che odora di tabacco e pioggia, di brume britanniche o americane. Mette Jessica sul piano del maschio umano Valiant e del maschio dei fumetti Topolino, quintessenza del detective. E se ha cartucce, le spari. Le spari alla pari, senza più il vantaggio o la zavorra di quel seno, di quelle gambe,  di quelli spacchi da vertigine.

Parità fra generi e fra fumetti. Parità, ottenuta come spesso accade (anche nella vita reale), livellando verso il basso, non inalzando  i modelli: per contenere lo strapotere di Jessica non si fa ricorso a un omologo bellone maschile, si incarta la sua femminilità a senso unico, quasi con gesto etico di punizione per tanto ben di Dio estetico, concentrato su lei.

La mano del revisore avvolge Jessica nell’impermeabile come gli Aristogatti per via del micio che si tende gli occhi mimando gli orientali, come i Racconti dello Zio Tom , come Peter Pan dove i pellerossa hanno davvero pigmento rosso sparso sulle guance.

Jessica si misurerà con la vita non contando più sull‘arsenale  di armi seduttive che ebbe in dote ma giocandosela con altre doti. Intellettuali, di abilità. Perché l’estetica non debba essere un vantaggio.

Hanno ragione i revisionisti? E’ giusto modificare storia e natura di un personaggioperché i cartoon siano la descrizione del mondo migliore possibile, l’ottativo di una società né beauty, né shaming, ma neutral body?

Ecco due pareri a confronto

 

Vista da lei

Cambia ruolo, non solo look: la moglie bellona anni ’80, diventa manager del terzo millennio

Sofia Francioni

 

Ho visto per la prima volta “Chi ha incastrato Roger Rabbit” all’università, avevo 24 anni. Un capolavoro, un’esplosione di stili, dal cartoon al cinema, che mi lasciò senza parole. Poco meno di due indimenticabili ore in cui un coniglio bianco stralunato e pasticcione, il signor Roger Rabbit, e il suo amico-detective Eddie Valiant, lottano contro il crimine della Los Angeles anni Quaranta per salvare dalle grinfie dei malviventi Cartoonia. Mentre dalla cornice della trama sbuca la fatale, seducente, quantomai erotica signora Rabbit, per gli amici Jessica, con le sue curve mozzafiato che ricalcano quelle dell’attrice Rita Hayworth, ma con i capelli di Veronica Lake.

Avevo 24 anni, dicevo, ma quelle curve così urlate, così erotiche, non mi rimasero per niente indigeste. Ad andarmi di traverso, però, fu il ruolo riservato alla signora Rabbit nella trama del film: eterna valletta, eterna vittima, eterna spalla accanto a due personaggi maschili carichi di agentività. E l’impressione latente che dietro le sue mise non ci fosse lo sguardo di una donna, bensì di un uomo.
Guanti rosa, borsetta in tinta, tacchi a spillo (anche loro in tinta) su di un vestito rosso fuoco attillato fino all’inverosimile per mostrare anche la curva più nascosta. Davvero se Jessica Rabbit avesse potuto scegliere si sarebbe vestita così? E qual era il suo cognome da ragazza?

Lo sguardo maschile torna ad aleggiare, il bisogno di compiacerlo anche, insieme alla fastidiosa sensazione che la Rabbit – nei suoi abiti succinti – esprimesse in fondo… Leggi tutto l’articolo

 

 

Vista da lui

Non si censura la bellezza. Ognuno sia libero di essere ciò che è e vuole

Domenico Guarino

Per decenni è stata l’immagine stessa della sensualità femminile per come è percepita dall’universo maschile. Con quelle forme prorompenti, la fulva chioma a ricordare Rita Hayworth – altro ‘ideale’ femminile che resiste alla corruzione del tempo- il vestitino striminzito che (quasi) nulla lascia all’immaginazione, le ciglia lunghissime, lo sguardo diafano, la statuarietà della silhouette. Un inno alla bellezza femminile, si sarebbe detto. Ieri.

Da domani invece il destino di Jessica Rabbit potrebbe cambiare. E in qualche modo sta già cambiando, visto che, come riporta Repubblica, “nel parco giochi di Anaheim, Jessica Rabbit non sarà più raffigurata come una donna dalla sessualità prorompente” e con un sovvertimento o meglio un omologazione dei ruoli e dell’estetica, “indosserà un impermeabile, tipico indumento degli investigatori privati che la renderà anche in questo allo stesso livello di Valiant (l’investigatore protagonista della pellicola di Robert Zemeckis, prodotta da Steven Spielberg”. Le forme di Jessica sono ritenute evidentemente troppo ammiccanti, troppo stereotipate, troppo corrispondenti ad una ‘certa’ immagine della donna: bomba sexy mangiauomini, che… Leggi tutto l’articolo