Ci molestate per strada? E noi scendiamo in piazza. Dalla ribellione di quattro ragazze nasce il movimento contro il catcalling

Da Aurora Ramazzotti a Vera Gheno fino alle giovani coraggiose di Break the silence: ecco chi combatte il catcalling. Le vittime sono donne, gay, transgender a cui vengono rivolti fischi, epiteti, insulti. In Francia è reato, in Italia la reazione è arrivata da quattro ragazze, che hanno creato un movimento di protesta

L’attrice Vittoria Puccini ha espresso solidarietà alle donne vittime di catcalling

Che cos’è il catcalling?  Si chiama catcalling, ma i gatti non c’entrano. Qualcosa di animalesco però in questo gioco perverso c’è. È l’atteggiamento degli uomini che vorrebbero mascherare da complimento le molestie di strada. Fischi, apprezzamenti a sfondo sessuale, eleganti strombazzate dall’auto, commenti volgari, squallidi abbordaggi, proposte e perfino insulti. Una lunga lista di ‘attenzioni’ per le quali la preda prescelta dovrebbe – secondo qualcuno – addirittura ringraziare lo sconosciuto di turno, sentendosi lusingata da cotanta premura.

Succede da sempre, se ne parla da poco. Troppo poco. A rompere il silenzio nei giorni scorsi ha pensato Aurora Ramazzotti che ha denunciato su Instagram di esserne stata vittima facendo jogging al parco: “Appena mi metto una gonna o mi tolgo la giacca sportiva mentre sto correndo, sento fischi o commenti sessisti. Mi fate schifo”.

E giù messaggi di solidarietà e pure qualche critica addirittura offensiva, paradossalmente proprio dalle donne. 

Tra le prime a schierarsi con Aurora, l’attrice Vittoria Puccini che ha ricordato il senso di disagio provato da ragazzina quando qualcuno per strada le diceva “cose” o fischiava. Ma il fenomeno è assai più comune di quanto si possa immaginare e non importa certo essere dive del cinema… Stessa sorte è toccata anche a chi scrive. L’episodio più traumatico quando rientrando a piedi da scuola un tizio, dopo qualche battuta a vuoto, mi seguì costringendomi a trovare rifugio in un negozio. Avevo 11 anni. Non riuscii neppure a chiedere aiuto. Mi vergognavo: inconsciamente temevo che in qualche modo potesse essere colpa mia, della femminilità che stava plasmando le mie forme.

Secondo un sondaggio dell’organizzazione no profit Stop street harassment, le molestie di strada riguardano l’83 per cento delle donne. Il carico da novanta? Il rischio che dalle parole si possa passare ai fatti, ovvero all’aggressione fisica. “Del resto, l’uomo è predatore. L’italiano, e il maschio latino in generale, fischia. Anche le turiste lo sanno!”, chiosa qualcuno. Ma siamo proprio sicuri che funzioni così? Nel 2018 il governo francese ha reso illegali le molestie sessuali in strada e sui mezzi pubblici. Un reato e con multa salata.

 

 

Le fondatrici di “Break the silence” nella piazza torinese dove hanno lanciato il movimento: da sinistra Giulia Chinigò, Francesca Sapey, Francesca Valentina Penotti, Mariachiara Cataldo

“Noi vittime, adesso basta:  rompiamo il silenzio”

Torino, giugno 2020. È appena finito il primo lockdown. Tre amiche passeggiano festeggiando per quel briciolo di libertà ritrovata dopo mesi di privazione.  Un gruppo di ragazzi le abborda urlando frasi volgari a sfondo sessuale. “Guardate che fondoschiena (parafrasando, nda)! Belle, ci facciamo un giro?”. Scatta l’inseguimento. Le ragazze all’inizio reagiscono ignorandoli, poi rispondendo per le rime. Alla fine correndo via a perdifiato tremando. “Non era la prima volta che capitava, non è così raro che uno sconosciuto ci indirizzi frasi poco edificanti… Ma questo assalto ci ha spaventato talmente che ci siamo messe a correre fino alla macchina e scappare il più lontano possibile. Ho provato tanta rabbia”, ricorda Mariachiara Cataldo, studentessa 24enne.

Una rabbia che la porta a scrivere uno sfogo sui social. “Mi sono lamentata del fatto che le ragazze nel 2020 non siano ancora veramente libere di uscire senza sentirsi in pericolo”, racconta. Il post diventa virale con oltre duecento messaggi solidali e di condivisione in ventiquattro ore. “Non mi aspettavo una simile reazione, ho capito che il catcalling esiste e che bisogna parlarne. Intendiamoci, nessuno vuol abolire i rapporti sociali, il corteggiamento. Ma c’è una bella differenza tra l’approccio di chi ti vuol conoscere e di chi invece vuol metterti a disagio”.

 

Tutte in piazza, con i gessetti in mano

Ed ecco nascere il movimento socialBreak the silence Ita’: un invito a rompere il silenzio raccolto da donne di tutta Italia che trovano il coraggio di raccontare la loro esperienza e chiedere consigli. Le pagine Facebook e Instagram di ‘Break the silence Ita’ si trasformano in pochi mesi in un manifesto sull’antiviolenza. Una piazza nella quale Mariachiara Cataldo e le amiche Francesca Valentina Penotti, Giulia Chinigò e Francesca Sapey danno voce a tutte le ragazze che non vogliono più stare zitte, allungando il passo per paura o vergogna davanti alle molestie.

Dal virtuale si passa al reale: flash mob nelle città con simpatizzanti armate di gessetto per scrivere sui marciapiedi i ‘complimenti’ non richiesti più frequenti; ma anche progetti in collaborazione con esperti e forze dell’ordine per sensibilizzare al problema, insegnando alle vittime di molestie come difendersi, supportandole psicologicamente e non solo.

“Il catcalling può sconvolgere la quotidianità e la serenità di chi, non necessariamente donna, vorrebbe soltanto andarsene in giro a farsi gli affari propri. In Italia il dibattito è ancora molto indietro, mentre altrove – vedi Francia – il catcalling è reato”, spiega Francesca Valentina Penotti. “Le cause del fenomeno sono da ricercare negli stereotipi, in una mentalità maschilista o comunque discriminatoria, che gioca talvolta addirittura sul senso di colpa stesso di chi subisce. Ricordiamocelo: una scollatura più profonda o un jeans più attillato non fanno sì che una donna meriti di esser molestata”, le fa eco Giulia Chinigò. 

 

 

Vera Gheno, sociolinguista esperta in comunicazione digitale

La sociolinguista Vera Gheno: “Termine nuovo per un fenomeno vecchio”

Per qualcuno il termine inglese catcalling è eccessivamente moderno per descrivere un fenomeno antico, per altri fa troppo chic e, rimandando all’immagine del gatto, rischia di sminuire la serietà del problema. Ma sarà davvero così? Vera Gheno è sociolinguista di vasta fama, specializzata in comunicazione digitale. Docente universitaria, vanta una collaborazione ventennale con l’Accademia della Crusca nonché spiccata sensibilità verso le tematiche di genere e attenzione speciale al linguaggio inclusivo.

Come nasce il termine catcalling?  

“Ritenere che faccia riferimento ai miagolii fastidiosi dei gatti o al richiamo per i gatti è un errore. Nel diciassettesimo secolo era un fischietto usato a teatro per criticare uno spettacolo o gli attori. Da qui, la definizione di fischio o urlo di disapprovazione verso un evento. Successivamente il termine catcalling è stato usato per indicare un apprezzamento a sfondo sessuale o un fischio indirizzato a una persona per strada. Simona Cresti e Licia Corbolante dedicano alla parola due analisi interessanti”.

Esiste un sinonimo nella lingua italiana?

“Certo, andiamo dalle molestie o molestie verbali per strada al pappagallismo, ovvero il comportamento da ‘pappagalli della strada’. Quest’ultimo descrive, infatti, l’atteggiamento di chi, in maniera insistente, importuna le donne per la via. Si tratta, però, di un vocabolo subdolo e caduto in disuso. Tra gli anni Sessanta e Settanta veniva fondamentalmente associato al maschio latino, al playboy, nonché a una condotta tutto sommato socialmente accettabile”. 

Perché allora adottare un termine inglese?

“Il pubblico ha scoperto il catcalling perché termine inglese diffuso, breve e semplice da ricordare. Qualcuno ha criticato l’uso di un anglicismo, che dire… Molestie verbali per strada, pappagallismo, catcalling: per me, comunque lo si chiami, rimane un comportamento deprecabile. Un atto che può provocare una reazione che va dal semplice fastidio al disagio più grande, con conseguenze psicologiche anche pesanti. Dipende ovviamente dalle singole persone”.

Qual è la sua opinione sul catcalling? Anche lei ne è stata vittima.

“Molti ne parlano come di qualcosa quasi inevitabile, che rientra tra le pratiche un po’ sciocche ma ‘naturali’ della nostra società. Personalmente potendo scegliere preferirei scomparisse, assieme ad altre abitudini ‘sociali’ fastidiose e apparentemente accettabili. Non è che siccome ‘Si è sempre fatto così…’ occorra continuare ad andare avanti allo stesso modo, guai a intervenire sulla ‘tradizione’. Il punto è che il catcalling è un’esibizione di potere, un atteggiamento che mette a disagio il prossimo quindi è per definizione sbagliato. A me è capitato di esserne vittima e di reagire con gestacci, urlare cose irripetibili all’indirizzo dell’apostrofante, ma anche di accelerare il passo, cambiare strada, rifugiarmi in un negozio, tremare di frustrazione. Le mie reazioni dipendono da un sacco di variabili, come quelle, credo, di qualunque altra persona. In genere le donne si difendono preventivamente mettendosi le cuffie con la musica per non sentire…”.

Le vittime del catcaller sono soltanto ragazze e donne?

“Soprattutto ma non solo. Spesso la battuta può essere indirizzata, per esempio, a un omosessuale o a un transgender. In generale all’altro individuato come diverso e più vulnerabile. Come esibizione di potere, è esercitata verso qualcuno che in quel momento è visto in posizione di minoranza. Con il catcaller non c’è mai un rapporto alla pari, non è mai uno a uno. Il catcalling si basa su uno squilibrio”.

Qualcosa sta cambiando a livello culturale?

“Già il fatto che se ne parli di più coincide con una mutata sensibilità sociale, con il superamento dell’idea che le cose non si possano cambiare. In fondo, è questione di educazione al rispetto e all’empatia. Le nuove generazioni non sono più attente al problema perché nuove… È che nel frattempo stanno cambiando i modi di essere maschi e femmine. I giovani hanno fondamentalmente un approccio più fluido. Molto dipende anche da ciò che viene insegnato loro. Nei libri di testo per la scuola, per fortuna, stanno progressivamente scomparendo figure che rimandano agli stereotipi. La direzione insomma è quella giusta”.