Cinzia Monteverdi, editrice dal cuore d’oro: “Il futuro economico deve andare a braccetto con il no profit”

Tra le poche donne in un settore quasi esclusivamente maschile, da una piccola agenzia culturale è arrivata alla fondazione di uno dei più noti quotidiani italiani. Oggi, con la Fondazione omonima, promuove progetti umanitari con la collaborazione delle associazioni di volontariato sul territorio

“Se ho avuto difficoltà? No, o meglio non mi sono mai fermata davanti a esse. Sono una che le occasioni le ha afferrate, è andata a prendersele, fa parte del mio temperamento”. Ha lei idee chiare Cinzia Monteverdi e le ha sempre avute. Classe 1973, nata a Viareggio ma vissuta a Carrara, trapiantata a Roma dopo gli studi a Parma, è uno dei pochi editori donna in Italia. Amministratrice delegata e presidente del consiglio di amministrazione di SEIF SpA, media company che pubblica Il Fatto Quotidiano e tutto quel microcosmo che lo circonda e di cui è stata l’ideatrice, insieme ad altri, nel 2009. Compresa l’ultima realtà, nata l’anno scorso, ovvero la Fondazione Il Fatto Quotidiano che promuove progetti umanitari con la collaborazione delle associazioni di volontariato sul territorio.

Cinzia Monteverdi, 49 anni, è una delle poche donne editrici in Italia. Viene da Carrara ma lavora a Roma

Come ha iniziato?

“Dopo gli studi avevo deciso di fondare un’impresa tutta mia e ho messo su un’agenzia di eventi culturali. Ricordo che cercavo su internet dove si tenessero le presentazioni dei libri e poi andavo sul posto per prendere contatti. Ho girato in macchina in lungo e in largo”.

Così ha incontrato Marco Travaglio e poi è nata l’idea di fondare un giornale…

Cinzia Monteverdi, Amministratrice delegata e presidente del consiglio di amministrazione di SEIF SpA

“Sono andata a una delle presentazioni dei suoi libri e da lì, poi, l’ho seguito spesso finché ha accettato di presentare, alle fiere di Carrara, il suo Se mi conosci mi eviti nel luglio del 2008. Fu un successo, vennero 2700 persone, ricordo che la gente che era rimasta fuori si arrampicava. Feci tutto a mie spese, non mi aveva supportata nessuno. Lui ne fu contento e da lì nacque un rapporto professionale per cui ho iniziato a organizzare eventi per lui. Poi è successo che avevo in mente di fare un giornale, lui lo sapeva. E un bel giorno mi ha chiamata per dirmi che anche Antonio Padellaro aveva quell’idea e che stavano cercando persone per una società. Ricordo ancora la trepidazione quando decisi di farlo. Non era già un bel periodo per la carta stampata però sentivo che la cosa avrebbe funzionato. Ad aprile del 2009 nacque la società e a settembre 2009 il giornale. E quindi poi mi sono data da fare per il lancio e tutto ciò che riguardava il marketing”.

Secondo lei qual è la mission di un giornale oggi?

“Se posso fare una battuta, devono prima di tutto sopravvivere. Sicuramente con il Fatto Quotidiano siamo stati bravi, ma anche fortunati a uscire quando la crisi editoriale c’era già, fortunati a uscire in un momento politico che aveva un buco nell’offerta informativa e avere un giornale di riferimento, in quel momento, è stato un elemento fondamentale. E poi la mission deve basarsi su tre ingredienti: durevolezza, flessibilità e continui investimenti in velocità, nell’ottica di un futuro più solido. Bisogna diversificare ma va fatto rimanendo in equilibrio, senza investire troppo su una cosa a discapito di un’altra. E senza dimenticare che bisogna seguire i cambiamenti ma non inseguirli. Stando al passo con loro”.

Monteverdi, nata a Viareggio ma di Carrara, si è laureata in Economia Politica presso l’Università di Parma

Voi come vi siete mossi?

“Partiamo dal presupposto che il mercato in questione è difficile. Sia per il modo di informarsi delle persone, che ora si sono spostate sul web, sia per un problema distributivo, pensiamo alle edicole che fanno fatica a stare in piedi. Noi abbiamo messo le basi per creare autorevolezza, abbiamo diversificato con tv, libri, e adesso con la Fondazione, ma abbiamo cercato di farlo mantenendo intatte le nostre caratteristiche e i nostri principi fondanti. E da lì oggi siamo arrivati a 140 dipendenti. Ci siamo rinnovati tecnologicamente, siamo arrivati alla quotazione in borsa. Un’impresa che fa informazione non può essere solo giornale. Però, al tempo stesso, non bisogna focalizzarsi troppo su un aspetto, abbandonando completamente l’altro. Pensiamo al web che qualche danno alle edicole lo ha fatto eccome”.

Lei è di Carrara, da qui i giovani fuggono. Secondo lei qual è la soluzione?

 

“Io sono un esempio, se fossi rimasta non avrei avuto nessuna opportunità di fare quello che faccio. In questa città c’è da sempre un capitale che non si riesce a sviluppare nelle sue potenzialità. Carrara è un gioiello non solo per le cave ma anche per la bellezza della parte storica. È in un punto strategico dal punto di vista turistico per chi viene dal nord perché è a poca distanza dal mare e dalla Liguria. Eppure non si fa abbastanza perché è tutto nelle mani di pochi imprenditori che creano un indotto limitato. Perché non dar vita a un contesto intorno, come è stato fatto a Pietrasanta, che ogni anno attira tante persone? Un’idea sarebbe quella di un accordo tra amministrazione e imprenditori per spingere questi ultimi a investire seriamente sul territorio per crearle queste opportunità.

La 49enne ha creato prima una sua agenzia culturale, poi grazie all’incontro con Marco Travaglio è nata l’idea di un giornale, che ha preso vita nel 2009

Come mai l’idea di una Fondazione per progetti umanitari?

“Non avrei potuto fare l’amministratrice del Fatto senza affiancarci un’attività di questo tipo. Sono sicura che il futuro economico debba andare a braccetto con il no profit. Pensiamo ai processi migratori, non possono andare avanti così senza poterli affrontare in un modo positivo, nonostante il calo demografico. Preferiamo vederli morire in mare piuttosto che agire. Non si tratta solo di un fatto etico, le società del futuro che vogliono crescere non possono girarsi dall’altra parte. Noi abbiamo deciso di supportare progetti umanitari attraverso le associazioni di volontariato sul territorio. Abbiamo aiutato ‘Pane Quotidiano’ nella distribuzione gratuita di cibo a chi è in difficoltà, ‘Trama di terre’ nel sostegno alle donne vittime di violenze che vogliono cambiare vita e il Comitato CRI Val di Susa per portare assistenza alle persone migranti che tentano di valicare le Alpi”.

Disagio giovanile, anche qui gli episodi non sono mancati. In un’intervista lei ha detto che nel 2022 pensava a un progetto nell’ambito, con la formazione dei giovani che abbandonano gli studi. A cosa pensava?

Con la Fondazione ha supportato realtà come ‘Trama di terre’ , ‘Pane Quotidiano’  e il Comitato CRI Val di Susa

“C’è un progetto con cui intendiamo aiutare i ragazzi delle case famiglia che a 18 anni si ritrovano da soli e non hanno gli strumenti per poter studiare, o intraprendere un corso per l’inserimento nel mondo del lavoro. Vogliamo agire là dove c’è un buco lasciato dalle istituzioni, cercando di dare il nostro contributo. Da un punto di vista organizzativo era difficile fare una chiamata generale, quindi abbiamo scelto di agire individuando l’associazione che opera in quell’ambito. E anche di fare rete, che poi è quello che serve. Dopo anni di denuncia con il giornale, siamo passati ad azioni più concrete. E il prossimo progetto a cui stiamo pensando riguarda l’assistenza domiciliare ai malati di tumore”.

Lei è appassionata di teatro. Avete investito anche in quello

“Con Il Fatto ci siamo lanciati sul teatro civile che ci rispecchia di più, ma supportiamo anche quello classico. Abbiamo un grande capitale come quello che ci hanno lasciato Dario Fo e Franca Rame che non va sprecato. E spero vivamente che il teatro degli Animosi a Carrara riparta in gloria perché è un vero gioiello”.