Colombia, la protesta continua. Abusi, stupri e torture: le donne in piazza prese di mira dalla polizia

"Ci gridavano puttane, puttane" o "Questa è perfetta da violentare". Sono solo alcune delle denunce di centinaia di manifestanti che raccontano le violenze e gli abusi subiti dagli agenti della polizia

EPA/Ernesto Guzman Jr

Vanno avanti da fine aprile ma non accennano a fermarsi. Le proteste antigovernative in Colombia, sorte per contestare una proposta di riforma fiscale, poi abbandonata, continuano. E continua la repressione della polizia, portata avanti in modo violento e senza scrupoli. Al momento si contano 59 morti e più di 2.300 feriti.

Col passare delle settimane le manifestazioni si sono estese in gran parte del Paese, rivolgendosi contro le enormi disuguaglianze e la povertà, entrambi problemi che sarebbero stati aggravati dalla cattiva gestione della pandemia da parte del governo.

Brutalità e violenze sono all’ordine del giorno, ma a pagarne il prezzo maggiore sono le donne, le giovani e meno giovani manifestati che, oltre a rischiare di essere colpite dai proiettili della polizia, spesso devono subire torture e stupri da parte degli agenti che le arrestano. Costrette a spogliarsi completamente davanti a decine di agenti, insultate e minacciate, perfino violentate, come hanno certificato i sanitari in ospedale.

Emilia Márquez, co-direttrice della ong Temblores, si sta occupando di segnalare e denunciare gli abusi delle forze di sicurezza. L’attivista ha definito lo stupro “un’arma di guerra, oltre che un’arma di tortura per punire chi protesta”, e ha detto che a metà maggio l’associazione umanitaria aveva già ricevuto 18 segnalazioni di presunto stupro e 87 di violenze di genere. Ma è stato il gesto disperato di una ragazze di 17 anni che si è tolta la vita dopo essere stata abusata sessualmente dalla polizia a far veramente aprire gli occhi su queste pratiche disumane, lasciando incredulo l’intero Paese.

Lo scorso 12 maggio, infatti, Alison Ugus era stata arrestata mentre riprendeva col suo telefonino alcuni agenti che lanciavano gas lacrimogeni durante una protesta nella sua città, Popoyàn. Una volta rilasciata, Ugus ha scritto un post su Facebook, denunciando di essere stata stuprata da quattro agenti: due giorni dopo era stata trovata morta, per presunto suicidio.

Ci gridavano puttane, puttane. Ci hanno chiesto cosa facevamo in giro, per strada, di notte e minacciavano di ucciderci”,  ha ricordato Karla Cardoso, 19 anni, parlando degli insulti ricevuti da lei e dalle amiche mentre tornava a casa. Un’altra ragazza ha raccontato di essere stata strattonata dopo aver partecipato a un corteo. “Otto agenti mi hanno circondato e uno ha detto agli altri: questa è perfetta da violentare. Aveva una pistola a pallini e me la puntava sul viso. Voleva spaventarmi, mi hanno salvato dei manifestanti giunti nel frattempo”.

Pratiche disumane, appunto, che hanno attirato ben presto l’attenzione internazionale. La Bbc ha svolto un’indagine sul campo, raccogliendo testimonianze che confermano quanto hanno già denunciato l’Ufficio dell’Ombudsman, struttura governativa a difesa dei diritti umani, e altre associazioni che si battono per i diritti di genere, come Temblores.