“Evitare il pelo nell’uovo”: Amato dà una ‘spintarella’ ai quesiti referendari, ma non è detto che basti

Il neo presidente della Consulta afferma: "Dobbiamo impegnarci al massimo per consentire, il più possibile, il voto popolare". Giovedì la decisione in Camera di Consiglio su otto referendum. I promotori tremano e la politica guarda con apprensione alla decisione dei giudici

“Dobbiamo impegnarci al massimo per consentire, il più possibile, il voto popolare”. E ancora: “È banale dirlo, ma i referendum sono una cosa molto seria e perciò bisogna evitare di cercare a ogni costo il pelo nell’uovo per buttarli nel cestino”. Quelle che il neo presidente della Consulta, Giuliano Amato – eletto a tale carica, di durata annuale, mentre si votava il presidente della Repubblica – definisce “parole banali”, non lo sono affatto. La Corte costituzionale deciderà il 15 febbraio sulla ammissibilità di ben otto referendum (sei quesiti sulla giustizia, uno sull’eutanasia e uno sulla cannabis legale) che hanno messo le ali, nella raccolta firme, l’estate scorsa, grazie all’introduzione della firma digitale o Spid, ma su cui pende il giudizio di costituzionalità della Consulta, dopo quello di legittimità delle firme alla Corte di cassazione.

Giuliano Amato, presidente Corte Costituzionale

Giuliano Amato, neo presidente della Corte Costituzionale (Ansa)

E proprio dalla Consulta ci tengono a sottolineare che non si tratta, in alcun modo, di un tentativo di fugare le voci circolate nei giorni scorsi, e riprese in primis dal quotidiano Il Messaggero, di una loro totale, o parziale (specie eutanasia e cannabis) bocciatura, così come non sarebbe un’anticipazione preventiva di ammissibilità, cosa peraltro vietata.
Tanto che lo stesso Amato aggiunge, prudente, che “bisogna cercare di vedere se ci sono ragionevoli argomenti per dichiarare ammissibili referendum che pure hanno qualche difetto. Noi dobbiamo lavorare al massimo in questa seconda direzione perché il nostro punto di partenza è consentire, il più possibile, il voto popolare e non cercare il pelo nell’uovo”. Si tratta semplicemente, spiegano alla Consulta, di un approccio costruttivo, tanto che il neo-presidente della Consulta ha voluto che l’udienza preliminare di martedì prossimo venisse aperta anche ai rappresentanti dei diversi comitati (la decisione, in Camera di Consiglio, sarà giovedì).

La pensa così anche il deputato dem e costituzionalista Stefano Ceccanti: “Amato ha richiamato un principio ermeneutico che dovrebbe essere scontato: nel dubbio si decide a favore dell’esercizio di un diritto del cittadino. Un principio ben desumibile dalla Costituzione e che per questo non dovrebbe stupire nessuno”. Ma – aggiunte Ceccanti, contrario al quesito sull’eutanasia – “questo ovviamente non significa automaticamente che tutti i casi siano risolti a favore dei promotori”.

Le preoccupazioni dei comitati referendari

Il comitato promotore del referendum per la Cannabis Legale 

Certo è che i promotori, da giorni, sono assai preoccupati. Le voci che rimbalzano, ricorrenti, sono di una sonora bocciatura almeno degli ultimi due quesiti, quelli su fine vita e cannabis legale. Le paure sono accompagnate dal timore dei proponenti che la spinta di mobilitazione popolare che si è verificata nella fase della raccolta firme (1 milione e 200 mila firme sull’eutanasia e un milione di firme sulla cannabis) possa creare un effetto collaterale dannoso anche per la consultazione sui temi della giustizia. Mancando, cioè, due quesiti su otto, e restando in piedi solo i sei sulla giustizia, ci sarebbe il rischio che i votanti non siano sufficienti al raggiungimento del quorum (la metà più uno degli aventi diritto al voto) necessario affinché i referendum siano validi. L’eventuale fallimento dei referendum sulla giustizia avrebbe conseguenze politiche forti e rappresenterebbe un grosso problema politico per la Lega di Matteo Salvini, che con i Radicali su questa battaglia ha puntato molto ma senza il resto del centrodestra (FdI non ha firmato, FI è rimasta tiepida, pur sentendo molto il tema). Insomma, ne scaturirebbe un effetto a catena, dalla bocciatura dei due quesiti (eutanasia e cannabis) fino alla bocciatura, per mancato quorum, dei sei quesiti sulla giustizia.

L’associazione Luca Coscioni deposita le firme per il referendum sull’eutanasia legale (Ansa)

Dall’altra parte, però, nota il quotidiano Domani, il rischio è interpretare le parole di Amato come se tutti i referendum sarannoammessi. Per molti ambienti dei Palazzi romani, che hanno già alzato il sopracciglio, e ben due volte. La prima sulle parole stesse, pronunciate a sorpresa da Amato, perché si tratta di un’indicazione inaspettata per chi contribuisce a produrre la giurisprudenza della Consulta, che è giudice delle leggi e che è chiamata a orientarle alla luce dei principi costituzionali. E la seconda perché tali frasi sono state pubblicate in un comunicato ufficiale e rilanciate dai social della Corte stessa. “La decisione – dicono i critici – rompe qualsiasi regola non scritta della Corte, che è, e deve pure apparire, come organo imparziale”. Insomma, Amato si sarebbe prodotto in una invasione di campo dello stesso organo che presiede e che deve decidere sulla legittimità di tutti i quesiti.

 

I giudici della Consulta “sbalorditi” dalle parole di Amato

Alcuni giudici della Consulta si sarebbero detti “sbalorditi” dalle parole di Amato, sia perché non sarebbero stati avvertiti, sia perché la materia referendaria è spinosa e genera alta tensione interna in quanto la porta in contatto con la politica. C’è anche chi dice che Amato, in realtà, abbia voluto mettere le mani avanti rispetto alla scelta di dichiarare almeno due quesiti inammissibili causa l’orientamento restrittivo della Corte, dove circolano, appunto, voci sulla quasi sicura inammissibilità di tutti e otto i quesiti o di almeno due su otto per ragioni legate alla loro formulazione e al rischio di creare aporie giuridiche. Il referendum sulla cannabis, per dire, fa rivivere il Testo unico sulle Droghe del 1990, bypassando le leggi seguenti. Il quesito sull’eutanasia si riannoda direttamente alla sentenza della Consulta sul caso del dj Fabo, saltando a pié pari l’attuale disegno di legge in discussione in Parlamento sullo stesso argomento. I quesiti sulla giustizia non tengono conto della riforma Cartabia, il cui iter si sta completando. Certo è che la decisione della Corte sarà, in un senso o nell’altro, presa come sempre sul filo della giurisprudenza e, dunque, vissuta per forza di cose, come “voler cercare un pelo nell’uovo”.

Corte Costituzionale

Le divisioni dei partiti sui quesiti referendari

Certo è che, se ammessi, i referendum segneranno nuove divisioni politiche tra i partiti, con la destra nettamente contraria a eutanasia e cannabis e a favore dei quesiti sulla giustizia, e sinistra a favore di eutanasia (ma la posizione del Pd potrebbe essere quella della “libertà di coscienza”) e contraria ai quesiti sulla giustizia mentre i 5Stelle, tanto per cambiare, sono e restano agnostici su praticamente tutti i quesiti, come si dichiarerà pure il governo Draghi. Infine, i referendum potrebbero segnare una nuova stagione di partecipazione popolare di massa, rispetto alle recenti stagioni di alto astensionismo. Sempre che, è ovvio, verranno ammessi e quali.

Di cosa si occupano esattamente i referendum

Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni promotrice del referendum sull’eutanasia

Ricordiamo che i sei referendum proposti dai Radicali e dalla Lega riguardano la giustizia. Il primo è sulla separazione delle carriere: il quesito è molto lungo e interviene su ben cinque differenti leggi, con l’obiettivo di cancellare del tutto la possibilità per i magistrati di passare dalla carriera di giudice a quella di pm e viceversa.

Il secondo è sulla responsabilità civile dei giudici: il referendum vuole cancellare l’attuale responsabilità civile “indiretta”, in cui a pagare per eventuali errori giudiziari delle toghe è lo Stato, per darla su quella del giudice che sbaglia.

Il terzo quesito referendario è sulla legge Severino: approvata dal governo Monti, con la Guardasigilli Paola Severino e il ministro per la Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi, riguarda le incandidabilità e decadenze degli esponenti politici impegnati nelle istituzioni. Il quesito non vuole cancellare del tutto il dl Severino del 2012. Toglie l’incandidabilità e la decadenza per i parlamentari nazionali ed europei e per gli uomini di governo in caso di condanna a più di due anni.

Riccardo Magi, presidente di +Europa è tra i promotori del quesito che elimina il reato di coltivazione, rimuove le pene detentive e amministrative

Nel quarto quesito, quello sulla custodia cautelare, prevale l’imprinting dei Radicali: si limita la possibilità di ottenere la custodia cautelare e si elimina quella per i delitti puniti nel massimo a 4 anni, fino a 5 anni in caso di carcere.

Il quinto quesito prevede la presenza degli avvocati nei consigli giudiziari (già presente nella riforma Cartabia, anche con diritto di voto). Libertà di presenza, e quindi anche di voto, nei consigli giudiziari per gli avvocati, che oggi godono del solo “diritto di tribuna” e quindi non possono intervenire e votare sulle valutazioni di professionalità dei magistrati per carriere e Csm.

Infine, è presentato come proposta anti- correnti il sesto quesito sull’obbligo di raccogliere le firme in base alla legge elettorale del Csm.

Mentre dall’Associazione Coscioni, appoggiata da Radicali e +Europa arriva il quesito sull’omicidio del consenziente (alias eutanasia). L’Associazione Luca Coscioni di Filomena Gallo e Marco Cappato propone di ‘ritagliare’ l’articolo 579 del codice penale, dedicato, appunto, al fine vita, con minuscoli interventi normativi che, da un articolo in più punti, si passa a un testo che cambia solo nelle prime righe: “Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con le disposizioni relative all’omicidio”, mentre restano le indicazioni sulle possibili vittime. Scompare dunque la pena – da 6 a 15 anni – e il riferimento alle circostanze aggravanti.

Un banchetto di raccolta firme per il referendum sulla giustizia

Ma chi è contrario al referendum sostiene che un intervento sull’articolo 579, eliminando qualsiasi cautela, possa portare a una dilatazione eccessiva dell’aiuto al suicidio attraverso l’intervento di una terza persona. L’aiuto, in questo caso, potrebbe trasformarsi in una vera e propria iniziativa del terzo, seppure con il consenso della persona che vuole morire. Un tema caldo, dunque, e anche molto controverso che solleva perplessità di giuristi, cattolici e non.

Sempre dai Radicali, sostenuti da +Europa e SI, arriva il quesito sulla liberalizzazione della cannabis, reato che viene depenalizzato ma solo se la sostanza non sia destinata allo spaccio. Promosso dall’Associazione Coscioni, dai radicali e da Meglio legale, il quesito cancella il reato di coltivazione della cannabis, di conseguenza sopprime le pene detentive, da due a sei anni, ed elimina anche il ritiro della patente. Se la Corte dovesse accettare i tre punti la conseguenza sarebbe quella che non ci saranno pene per chi coltiva la cannabis, mentre tutti gli spacciatori saranno sempre perseguibili.

Chi decide cosa tra i giudici della Consulta

Alla Consulta, in ogni caso, si sono già divisi i compiti. Gli otto referendum che martedì 15 febbraio approderanno al plenum dei 15 giudici costituzionali, sotto la nuova presidenza di Giuliano Amato, per deciderne il destino – ammissibili, in parte ammissibili, oppure del tutto inammissibili – hanno già un relatore. Uno per ciascun quesito, tranne in un caso. Dunque, sette relatori per otto referendum. Le decisioni, com’è ormai regola, saranno diffuse alla fine del conclave, ma non è detto che ciò avvenga nella stessa giornata. Dunque, a partire da martedì.

Il quesito sulla separazione delle carriere – ma meglio sarebbe dire sulla la separazione delle funzioni – è stato affidato al costituzionalista e appena nominato vice presidente Nicolò Zanon, che ha in carico anche il referendum sull’elezione dei componenti del Csm mentre sarà il costituzionalista bolognese Augusto Barbera a occuparsi della responsabilità civile dei magistrati. Tocca alla lavorista e fresca vice presidente Silvana Sciarra la questione dei consigli giudiziari mentre l’altra vice presidente, l’amministrativista Daria de Pretis, affronterà il quesito sull’abolizione della legge Severino.

Sarà il civilista in arrivo dalla Cassazione, Stefano Petitti, a trattare il tema dei limiti alla custodia cautelare mentre il lavorista della Corte, Giovanni Amoroso, sarà il relatore sulla droga. E infine il referendum su cui c’è il maggior rumore mediatico – quello sull’eutanasia, ma alla Consulta non vogliono chiamarlo così, la definizione è “omicidio del consenziente” come ordinato dalla Cassazione dopo il vaglio sulle firme – è affidato al costituzionalista della Sapienza Franco Modugno.