Com’è cambiato il modo di essere padre con la pandemia. Storie di smartworking e Dad

Dall’indagine dalla società R-Everse, “Smart working e paternità: come i papà stanno affrontando il lavoro da casa”, è emerso che durante il lockdown per il 71% dei padri è cambiato il rapporto con i propri figli, considerato positivo nel 63% dei casi. A influire è stata soprattutto la Dad. Sulla totalità degli intervistati, la metà ha dichiarato di aver aiutato i figli con le lezioni a distanza e l’11% se n’è occupato in prima persona, senza il supporto di altre figure

Qualcuno l’avrà già notato: se ci pensate una delle parole che, da oltre un anno, si sente ripetere più spesso è “Dad”, acronimo di Didattica a distanza. Fate una semplice traduzione dall’inglese e quella parola diventa papà. Coniugare lavoro e famiglia non è mai stata un’impresa semplice, ma ritrovarsi con i figli 24 ore al giorno, lavorando dentro casa, ha portato molti genitori ad affrontare situazioni completamente inedite. E i papà stanno vivendo una riscoperta del proprio ruolo, non senza sorprese. Noi di Luce! abbiamo voluto raccontare tre storie di padri che, in questi mesi, si sono giostrati tra smart working, convivenze forzate e Dad.

 

Andrea, papà digitale: “Tra una call di lavoro e i blitz a controllare che mio figlio segua le lezioni non è facile”

Problemi di coesistenza tra smart working e Dad? Ci pensa papà con il gruppo Whatsapp della casa. Vi sembrerà assurdo ma comunicare con i propri figli tra una videocall e una riunione di lavoro, seppur nella stessa casa, è diventato quasi impossibile. Per non parlare dei continui blitz in camera per controllare che il figlio di 15 anni, nel bel mezzo di una lezione, non si metta a giocare online con i suoi amici. Per Andrea Ciofani, 48 anni, amministratore delegato di due società – una web agency e una scuola di formazione digitale – il periodo di lockdown, tra lavoro e figli, non è stato poi così facile. Ha dovuto adattare l’abitazione a classe virtuale e installare una doppia connessione internet che gli permettesse di lavorare e non sentire le continue scuse dei figli, tra un “Papà, si è bloccato tutto” e, in risposta, “Non guardare i video su Facebook, qui non funziona nulla e ho una riunione in corso”. 

Aggiungiamoci poi i limiti della Dad: un programma didattico non pensato per insegnare a distanza, tantomeno a scalmanati adolescenti che, di come aggirare la lezione, la sanno ben più lunga di insegnanti e genitori.
Per Andrea, che studia l’impatto del digitale sulle persone e sugli stili di vita, “Con la Dad è emerso un problema: il ritmo di digitalizzazione sta creando un divario tra chi riuscirà ad emanciparsi digitalmente e chi invece rischia di rimanerne fuori. Come i docenti, che devono gestire la classe virtuale senza nessun vero sostegno, o come noi genitori, che ci siamo dovuti abituare al lavoro da casa con un orecchio alla riunione e uno alla cameretta, sperando di non dover interrompere la videochiamata per andare a controllare la situazione nell’altra stanza”. 

Lui e la sua famiglia vivono in Abruzzo, dove gestiscono un agriturismo tra le valli di Magliano de’ Marsi. Una fortuna, in questo periodo, avere uno spazio verde di cui poter staccare la spina per un po’. Ma non per i ragazzi, impigriti dallo stare sempre al computer, che hanno fatto della camera la stanza nella quale passare il 90% del tempo. “Un incubo vederli così svogliati e poco attivi, ma che dovevamo fare? In autunno sono rientrati in aula ma dopo circa 20 giorni sono tornati in Dad. Il più giovane ha adottato una strategia diversa: due monitor, uno in cui seguire le lezioni, o almeno così credevamo, e nell’altro tutti i suoi amici collegati a giocare o passarsi le risposte delle verifiche. Però eravamo a casa, seppur ognuno nella sua stanza, sicuri di riunirci a tavola insieme per i pasti. Ad un certo punto le lezioni vengono posticipate e il pranzo insieme svanisce. Ognuno inizia a mangiare a un orario diverso e poi di nuovo tutti chiusi in camera, fino a sera. Il gruppo di Whatsapp intanto, continua a nutrirsi di nuove esclamazioni, tipo: “non riesco a vedere il film, cosa state facendo?” oppure “la connessione è lenta, papà sei in call? Puoi staccare?”.

 

Antonio Volino e i suoi bimbi di 5 e 8 anni:  “Il lockdown e la Dad? Devo dire la verità, pensavo peggio!”

“Devo dire la verità, pensavo peggio“. Antonio Volino ha 40 anni e da sette lavora in smart working come web designer per un’azienda che realizza software. Ha due bambini, una di 8 anni e un maschietto di 5. “Quando, più di un anno fa, il governo ha deciso che le scuole sarebbero state chiuse a tempo indeterminato, la notizia ha colto me e mia moglie un po’ impreparati“. Entrambi i genitori lavoravano da casa già prima della pandemia e tre anni fa ne hanno acquistata una più grande, in un luogo più periferico e immerso nel verde. “Questa scelta si è rivelata provvidenziale. I bambini hanno potuto vivere la fase più restrittiva del lockdown in un ambiente più piacevole rispetto al piccolo appartamento di un condominio”.

Antonio è sempre stato molto presente nella vita dei suoi figli: “La mia giornata lavorativa e familiare era sempre stato un perfetto equilibrio. Con il Covid ho dovuto riorganizzare tutto, i ruoli, le abitudini, le regole”. Le prime settimane una domanda che gli ronzava in testa continuamente: “Cosa gli faccio fare tutto il giorno?” Il primo giorno la casa si è trasformata in una sala giochi, con musica a tutto volume, cartoni in tv come sfondo e giocattoli sparsi in ogni angolo. Allora è stato necessario fissare delle regole. Alla fase del caos è seguita quella del “Papà vuoi giocare con noi?” che poi è diventato “Papà, giochi con noi!” e poi “Papà perché non puoi giocare MAI con noi?”. Il suo maggior dispiacere? “Mio figlio ha imparato a memoria una frase che gli ripetevo continuamente: “Dopo le 18:00 papà può giocare con te!”. Ma le 18:00 non arrivavano mai e per lui era uno strazio aspettare che facesse sera”.

Ecco allora la soluzione: ha trasformato i momenti di pausa dal lavoro in pause-gioco. Prima si sgranchiva le gambe passeggiando in casa, ora con lotta sul lettone, i tiri al canestro e il solletico sul divano. Il problema più grande resta comunque come impegnarli durante gran parte della giornata, soprattutto il più piccolo, che frequenta la scuola dell’infanzia e non ha la Dad. “Ho pensato a delle attività da fare e terminare entro la giornata. È stata una mossa vincente: disegni, collage, plastilina, ginnastica, lettura ora fanno parte della nostra routine”. Antonio ammette che non sono mancati momenti di stress e nervosismo, “ma il lavoro di squadra mi ha permesso di superarli e di non far ricadere queste tensioni sui bambini, già ampiamente provati dalla situazione”.

 

Luca: “Mio figlio Davide ha passato quasi il 20% della sua vita in lockdown. Quali potranno essere gli effetti sul lungo periodo?”

Ricordo ancora quel 9 marzo, quando l’allora Premier Giuseppe Conte ha annunciato il lockdown generale. Un giorno che non dimenticherò mai, ha stravolto completamente la mia vita”. Luca è un agente di commercio, fa consulenza di marketing e fino a poco prima girava il Nord Italia macinando ogni anno più di 50.000 km. Tornava tardi la sera, gli capitava di dormire fuori casa e riusciva a godersi a pieno la mia famiglia solo nel weekend. “Ci è sempre piaciuto vedere gli amici, festeggiare i compleanni in compagnia, organizzare cene e weekend fuori porta. Poi improvvisamente tutto è cambiato“.

Luca e la moglie sono stati costretti ad utilizzare la camera del figlio come studio, perché il lockdown ha bloccato l’arrivo dei mobili nuovi per la casa. “Davide trascorreva le sue giornate sul divano in attesa che uno di noi due si prendesse una pausa per stare un po’ con lui. In realtà di tempo durante il giorno ne avevamo ben poco“. Le ore trascorse tra una call e l’altra, a ritmi serrati. “È stato veramente avvilente vivere sapendo di avere il piccolo Davide a pochi metri. È come se tra noi ci fossero stati i km che ci hanno sempre diviso”.

In questi mesi sono cambiate anche le abitudini familiari. La mancanza di tempo libero è stata compensata dalla riscoperta di tante piccole cose che un tempo sembravano scontate. Un esempio? “Guardare un film per bambini in settimana senza la preoccupazione di dover andare a dormire presto”. Perché la mattina non c’era scuola, almeno per le prime settimane. Poi è iniziata la Dad: “Le prime call erano un gran caos, i bambini parlavano tutti insieme. Davide era così emozionato di vedere i suoi compagni che passava tutta l’ora a mostrare i suoi giochi e i suoi disegni. Ci teneva a condividere la sua quotidianità con loro, era molto dolce“. Da settembre invece la scuola dell’infanzia è rimasta quasi sempre aperta. “Continuo a chiedermi quali saranno le conseguenze di questo periodo su un bimbo di 5 anni che ha passato il 20% della sua vita in questa condizione anomala. Penso che il digitale non potrà mai sostituire a pieno le sfumature di un rapporto vis a vis. Non so se tutto tornerà tutto come prima, ma spero che in futuro guarderemo a questo periodo considerandolo meno traumatico di quanto in realtà ora lo percepiamo”.