‘Comunità resilienti’, il padiglione Italia alla Biennale di Venezia. Melis: “Dobbiamo adattarci ai cambiamenti ambientali”

L'architetto a margine della 17esima Mostra Internazionale di Architettura: "Fare rete, puntare sull'inclusione perché si sviluppi la creatività necessaria a rispondere ai cambiamenti si sviluppi. Noi che abbiamo contribuito alla crisi dobbiamo essere come la bottega del Verrocchio per gli artisti del futuro"

Un’architettura che sia ricerca, laboratorio, che si interroghi sulle nuove soluzioni da proporre alle sfide della contemporaneità post pandemica. A partire dalla questione ambientale, nelle forme dell’inclusione e della partecipazione. È questo il tema che si pone il padiglione Italia della 17esima Mostra Internazionale di Architettura di Venezia (fino al 21 novembre). Un logo ‘complesso’ che aspira alla semplicità del messaggio. E che prende spunto dalle botteghe rinascimentali.
Ne abbiamo parlato con il curatore, l’architetto Alessandro Melis.

Schizzo iniziale progetto “Giungla popolata da strane creature”

Da dove nasce il nome del padiglione “Comunità resilienti”?
“Dalla considerazione che lo status quo non è più accettabile e che dobbiamo cambiare per forza. La realtà che ci circonda non è una realtà statica, non è quella che abbiamo conosciuto negli ultimi 200 anni. Sta cambiando velocemente. E allora Resilienza vuol dire che dobbiamo entrare in sintonia con questi cambiamenti e con la necessità di rispondere positivamente alle trasformazioni ambientali che sono velocissime. Il padiglione poi parla di ‘comunità’ perché, a mio parere, noi come architetti ci concentriamo troppo spesso solo sulle strutture, sulla teoria, su come le città debbano essere fatte, dimenticandoci che la città è, di fatto, un mezzo per il benessere delle comunità. Quindi l’unità minima di coesistenza, di coesione sociale che ci interessa è essenzialmente la comunità. E la comunità poi che deve trasformarsi, che deve raggiungere il benessere, attraverso il cambiamento che al momento è difficile da percepire”.

Secondo alcuni però il termine resilienza ormai è abusato al punto da non significare più nulla e dunque andrebbe addirittura evitato. Cosa ne pensa?
“Il problema è che dalla nostra resilienza dipende la nostra sopravvivenza. Quindi anche il dibattito sull’opportunità di usare questa parola, perché sarebbe abusata, per me ha poco significato. Io dico, chiamiamola pure ‘Peppe’ o come vogliamo, ma alla fine con questa cosa, con ‘Peppe’, ci dobbiamo confrontare, perché ne va della nostra vita. Cioè, mode o non mode, se non ci adattiamo alle nuove condizioni ambientali e non lo facciamo rapidamente, la nostra stessa sopravvivenza è messa in discussione”.

Il padiglione è concepito in maniera da ricordare una bottega Rinascimentale. La bottega del Verrocchio, questa è la suggestione da cui siete partiti. Perché?
“Perché in effetti se guardo indietro alla storia, io per altro ho studiato a Firenze, non posso che pensare alla crisi del Trecento come il fenomeno di crisi ambientale più vicino a quello che stiamo vivendo oggi. E lì ci accorgiamo che il passaggio tra la crisi e una società rinnovata (Rinnovamento, Rinascimento) in maniera positiva è fatto attraverso i creativi. Noi li chiamiamo ‘poligrafi’ ovvero personalità, come Leon Battista Alberti o Leonardo, che agiscono in diversi campi e si applicano a diverse discipline. Però l’aspetto importante è che spesso trascuriamo il ruolo di quelli che hanno fatto da ponte, da tramite. Artisti come appunto il Verrocchio. Quello che voglio dire è che chi ha lavorato a questo progetto con me non può, per questioni d’età semplicemente, che essere un ‘dinosauro’. Noi siamo quelli che hanno contribuito ai disastri che ora si trovano a dover affrontare. Ovviamente parlo di generazione non di singoli. E quindi non possiamo essere noi gli innovatori. Quello che possiamo fare invece è costruire un substrato, un luogo in cui le generazioni che hanno una mappa mentale meno rigida della nostra possano trovare degli stimoli per esprimersi in maniera compiuta, attraverso la creatività. Ed è con la creatività che si superano le crisi. Sono i creativi che forniscono le visioni e gli strumenti concettuali per andare oltre tracciando nuove strade. E non lo dico io. Lo dice la paleoantropologia”.

E cosa dice?
“Dice che l’arte, l’architettura, la creatività sono lo strumento di superamento delle crisi che nasce 200mila anni fa. Quindi la bottega del Verrocchio nasce da questa domanda: come facciamo a stimolare questa creatività? La risposta tentiamo di darla, appunto, all’interno del Padiglione Italia che non è una mostra, ma un laboratorio, un’occasione per far nascere qualcosa”.

Ma il pensiero creativo è solo degli artisti, o degli intellettuali? Basta questo?
“La creatività deve essere patrimonio di tutta la società. Non è un linguaggio esclusivo di una ‘casta’ o di una o più professioni. Parliamo di un approccio diverso. Collettivo. La creatività non è quella dell’artista puro. Ma una manifestazione in cui, innanzitutto, non facciamo differenza tra tecnologia, scienza e arte. Sono la stessa cosa. È un processo collettivo figlio di quello che viene definito il pensiero associativo. Quando una società capisce che è più importante fare sistema. Una mentalità che si sviluppa ad un certo punto all’interno del cervello umano e che comincia a diventare uno strumento di sopravvivenza”.

Cosa vuol dire?
“Vuol dire, ad esempio, che non può esistere uno Stato con una sensibilità ecologica che non sia anche uno Stato giusto. L’equità, l’inclusione sono fondamentali. La partecipazione è fondamentale, soprattutto. Ma non per ragioni etiche o morali, semplicemente perché più si partecipa a questo processo più si fa rete, più si è coinvolti più la creatività, attraverso il pensiero associativo, ne beneficia. L’arte è lo strumento che ci consente di avere una comunicazione semplice della complessità. Di abbracciarla senza banalizzarla. E questo è un fatto importante che la politica dovrebbe tener presente, perché molto spesso, al contrario, usa la semplificazione e non la semplicità. E la realtà invece è complessa e non può essere banalizzata, altrimenti si fanno disastri, perché la semplificazione diventa la strada principale per arrivare al pregiudizio”.

Ci faccia un esempio concreto legato all’attualità
“Ad esempio il problema della costruzione delle città in epoca post Covid. Se lo risolviamo semplicisticamente costruendo strade più larghe, in quanto prendiamo il virus come unico problema, facciamo un’operazione che non ha senso. Se lo guardiamo in modo sistemico, capendo cosa succede nel Sud del mondo, cosa succede in Asia, dobbiamo fare il ragionamento esattamente opposto: costruire città più compatte che andranno ad interferire in maniera più virtuosa con l’ambiente e con l’ecosistema circostante, evitando dunque il problema dello spillover e non creando le occasioni per la proliferazione degli agenti virali. È chiaro che questo compito spetta alla politica, ma sappiamo che la politica ragiona in tempi molto brevi mentre l’abbraccio della complessità necessita tempi più lunghi, processi più ampi e una maturità. È dunque più difficile. Ma per il bene delle comunità questo va fatto”.

Cosa le piacerebbe trovare alla fine del percorso come bilancio del lavoro che avete fatto sul Padiglione Italia?
“Abbiamo deciso di fare un laboratorio di ricerca piuttosto che una mostra quindi speriamo di aver raccolto sufficienti dati, sufficienti informazioni per farci un’idea anche in termini di possibili strategie. Poi c’è il problema della comunicazione: la ricerca ha valore zero se la comunicazione non funziona. Questa è la ragione per cui, ad esempio il padiglione presenta una complessità di ricerca ma presenta anche in linguaggio cyberpunk, legato al cinema, al fumetto, alla cultura popolare. Perché dobbiamo anche assumerci, dico chi lavora nella ricerca, la responsabilità della comunicazione. Alla fine del Padiglione Italia dunque mi piacerebbe dunque che ci fosse una maggiore consapevolezza da parte di tutti della necessità di firmare di quello che potremmo definire un ‘nuovo contratto con la natura’”.