Contrasto alle molestie sul lavoro: arriva una legge per tutelare la dignità dei dipendenti

Dai dati Istat (2016) emerge che in Italia oltre un milione e 400mila le donne, nel corso della loro vita lavorativa, hanno subito molestie fisiche e ricatti sessuali sul posto di lavoro

Tutela delle lavoratrici e obbligo di denuncia per contrastare le molestie. In molti ambienti professionali la presenza femminile è minoritaria e spesso anche un fenomeno recente. L’aumento delle ‘quote rosa’ è un fatto positivo, ma si accompagna all’odioso fenomeno delle molestie sul lavoro, gravemente offensive e lesive per chi le subisce, mai cui contorni non sono facili da delineare. I motivi sono due: da un lato non c’è unanimità nel definire quali comportamenti siano considerabili molestie e quali no. Dall’altro, ben più grave, molte donne preferiscono non denunciare i torti subiti per timore di ritorsioni professionali o personali. Questo mina la capacità di rilevazione e di risposta al fenomeno.

In Italia oltre un milione e 400 mila donne hanno subito molestie verbali o fisiche sul posto di lavoro (ISTAT)

Il Ddl S. 655 cerca di offrire delle soluzioni. Scritto e promosso dalla senatrice del Pd Valeria Fedeli, già ministra dell’Istruzione nel governo Gentiloni, il testo vede come relatore anche Salvatore Cucca di Italia Viva e, come il titolo suggerisce, dispone sulla tutela della dignità e della libertà della persona contro le molestie sessuali nei luoghi di lavoro. Il disegno di legge cerca di dare risposta ai problemi definendo i comportamenti da punire e proponendo una serie di misure attive di contrasto, in ottemperanza alla Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil).
Il primo passo è di carattere etimologico: nella proposta si precisa che le molestie e le molestie sessuali sono considerate discriminazioni e si definiscono tali gli “atteggiamenti o comportamenti indesiderati e ripetuti, anche verificatisi in un’unica occasione, posti in essere per ragioni connesse al sesso, che hanno lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo”. Una definizione abbastanza larga da poter comprende un’ampia gamma di situazioni, ma criticata dalle forze di destra perché troppo vaga.

 

Nel ddl si definiscono i comportamenti da punire e proponendo una serie di misure attive di contrasto

La novità più importante è l’introduzione dell’obbligo per il datore di lavoro (pubblico o privato), qualora egli venisse a conoscenza di tali offese, “di porre in atto procedure tempestive e imparziali di contestazione e conseguente accertamento dei fatti, assicurando la riservatezza dei soggetti coinvolti”. Nel caso il superiore riscontrasse verità delle accuse, egli “ha l’obbligo di denunciarli entro le successive 48 ore e adotta, nei confronti del responsabile, i provvedimenti disciplinari secondo i relativi ordinamenti”, in una maniera simile a quanto già succede per i pubblici ufficiali, che sono tenuti sempre a sporgere denuncia nel momento in cui vengano a conoscenza di un reato compiuto da terzi.

Per quanto riguarda le misure di prevenzione, il Ddl introduce all’art. 2 gli obblighi per il datore di lavoro, ai quali s’impone di “assicurare condizioni di lavoro tali da garantire l’integrità fisica e morale e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, anche concordando con le organizzazioni sindacali le iniziative più opportune al fine di prevenire le molestie e le molestie sessuali nei luoghi di lavoro”. Il testo impone anche la redazione di un codice di comportamento interno concordato dalle parti. Fino ad oggi una difficoltà che dissuadeva spesso le donne dallo sporgere querela era la possibile ritorsione lavorativa prima del processo, con il rischio di vedersi spostare in altri reparti o sedi, degradare di ruolo o di subire episodi di mobbing. A questo proposito, il testo sancisce che chi denuncia non può essere sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto ad altre misure organizzative che lo danneggino. Qualora poi dovesse presentare dimissioni volontarie, l’Ispettorato nazionale del lavoro può promuovere l’intervento dei sindacati per analizzare il fatto.

Il Ddlè ancora sotto l’esame congiunto della 2° e 11° commissione in sede referente, dopodiché, se approvato, seguirà il voto in Senato. Per capire meglio la portata del fenomeno, secondo uno studio stilato da Ipsos e WeWorld del novembre 2021, quasi il 70% delle lavoratrici dichiara di aver subito almeno una discriminazione sul luogo di lavoro e quasi 3 su 10spiegano di aver ricevuto domande sulla propria intenzione di sposarsi o fare figli durante colloqui professionali. Il 25% afferma di aver ricevuto domande insistenti e invadenti sulle proprie relazioni personali. Una su 5 dice di aver subito battute o offese legate al proprio genere. A ulteriore conferma, dati Istat risalenti al 2016 affermano che in Italia sono un milione e 404 mila le donne che, nel corso della loro vita lavorativa, hanno subito molestie fisiche e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Un problema enorme quindi, che però non si combatte solo attraverso l’introduzione di nuove leggi (giustissime), ma soprattutto con un cambio di paradigma culturale che tutti, personalmente, devono impegnarsi a compiere.