“Contrordine, compagni!”: il ddl Zan non va più approvato “così com’è”. Letta e Pd aprono alla mediazione. Ma il testo rischia di finire nel pantano

Il segretario Pd apre alle mediazioni, dando incarico al suo autore, poco incline al compromesso: metà partito ci resta male perché puntava a tener duro, metà perché l'incarico è andato al "padre del ddl", che al Senato non ha scranno. Mille insidie (in primis la tagliola-Calderoli) e intenzioni di far presto, che incombe il voto sul bilancio

“Zan trovi l’intesa in Parlamento”

Enrico Letta la butta lì, una placida domenica sera di metà ottobre, ospite in studio di Fabio Fazio, nella trasmissione “Che tempo che fa?” (Rai Tre). A sorpresa, il segretario del Pd propone modifiche al ddl contro l’omotransfobia (legge che introduce misure di contrasto alle discriminazioni e alle violenze basate sul sesso, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere). Letta rivolge un appello al deputato dem (in realtà eletto con LeU, viene da Sinistra italiana, poi è passato armi e bagagli al Pd) Alessandro Zan, da cui la legge prende il nome:

Alessandro Zan con il segretario del Pd, Enrico Letta che ha in mano il libro “Senza Paura” del deputato

“Si confronti con le altre forze politiche. Si faccia carico del tentativo di trovare una intesa in Parlamento, poi ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Sulla base di quello che Zan dirà, sono sicuro si potrà approvare il testo in tempi rapidi. Abbiamo un dovere nei confronti della nostra società, dobbiamo portarla avanti e approvarla”.
Subito sui social, parte una lunga serie di sfottò, del tipo: “Ma come? Non avevate detto che il ddl Zan andava approvato così com’era, senza se e senza ma? Quando, perché avete cambiato idea?”. Ecco, come il sole che spunta all’improvviso, torna d’attualità il ddl Zan, su cui destra e sinistra (con i 5Stelle, tiepidi, nel mezzo e i centristi pure) si sono accapigliati per mesi. Per non dire delle ‘intemerate’ social di cantanti, vip, attori, che sembravano dover dire tutti la loro, sullo Zan e sulla necessità – urgente, impellente, apodittica – di una legge contro l’omotransfobia che ora, ma solo ora, vede il Pd ‘disponibile’ a un compromesso, cosa che, fino a ieri, non era.

La gaffe del segretario

Simona Malpezzi, capogruppo Pd al Senato

Compromesso che viene ‘affidato’ allo stesso padre dell’omonima legge, con una piccola gaffe che, però, compie lo stesso Letta: Alessandro Zan sta alla Camera, fa il deputato, e la mediazione, invece, occorre che si faccia tra i severi busti del Senato. Soprattutto, dovrebbe partire da quelli del Pd che, in primis, dovrebbero essere loro i ‘deputati’ ad avanzarla agli altri gruppi. E così, quando i senatori leggono, sulle agenzie – cioè senza essere stati avvertiti prima e per tempo – le parole di Letta, trasecolano e trangugiano, amara, la pillola, offesi per “il mancato rispetto delle nostre prerogative”. Voce di corridoio vuole che la stessa capogruppo, Simona Malpezzi (voluta sì, da Letta, a quel ruolo, ma pur sempre esponente dell’area di Base riformista, gli ex renziani rimasti dentro il Pd) ci sia rimasta, per usare un eufemismo, “un pochino male”. Traduzione dal politichese: si è di molto adontata, come pure molti senatori dem che, in pratica, ora accusano Letta di “mancanza di rispetto”.

Renzi: “Non faremo polemiche ideologiche”

Com’è come non è, ora toccherà a Zan mediare. Il quale, però, già mette su diversi ‘paletti’ e dice che “il cuore della mia legge non si tocca, resta così com’è. Non accetterò mai mediazioni al ribasso”. Ecco, difficile che, così, si possano fare passi in avanti, anche se Matteo Renzi fa sapere, via Enews, che “noi di Iv non facciamo polemiche ideologiche. Cerchiamo una mediazione, vediamo di trovarla”. Al netto del fatto che se una legge cambia anche di una sola virgola, bisogna ‘rimandarla’ indietro alla Camera che l’ha approvata in prima lettura (Montecitorio, in questo caso), e poi bisogna rispedirla nella seconda Camera (il Senato), cioè esattamente quello che il Pd fino a ieri si rifiutava di fare, per gli oltranzisti dello Zan resta, agli atti, lo smacco. E masticano amaro pure loro, mica solo i senatori del Pd.

Riavvolgiamo il nastro: da un anno Zan ‘parcheggiato’ al Senato

Ma prima di affrontare il punto della questione, come nei romanzi gialli, bisogna fare non uno, ma due passi indietro. Il ddl Zan, infatti, sono mesi che è finito nei cassetti del Senato e lì, per fin troppo tempo, è rimasto. Prima in quelli della commissione Giustizia, presieduta dal leghista Andrea Ostellari (assurto, più nolente che volente, a gloria imperitura grazie alle pesanti accuse che gli hanno rivolto, sui social, il cantante Fedez e molti altri), poi pure nell’Aula.

Andrea Ostellari (Lega)

Già il tempo di trasmissione, tra una Camera e l’altra (la famosa ‘navetta’ parlamentare) era stato lunghissimo: il ddl era stato ‘licenziato’ da Montecitorio a novembre del 2020 (quindi, a partire da oggi, è passato quasi un anno). Poi, è rimasto cinque mesi dentro la Commissione Giustizia (da dicembre 2020 a giugno 2021), ce ne ha messi due per andare in Aula (del Senato, luglio 2021) e lì, a fine luglio, si è fermato l’ennesima volta.
In pratica, prima ancora della discussione generale e dopo lunghe – e inutili, ma infuocate – riunioni della conferenza dei capigruppo, i quali insieme alla presidente del Senato decidono in maniera insindacabile sui lavori dell’Aula (di solito all’unanimità, sul ddl Zan a maggioranza), stante anche i tempi ‘tiranni’ dovuti alla consueta mole di lavoro che ingombra l’aula di Palazzo Madama, non si riusciva proprio a venirne a capo. C’era stato, a luglio, giusto il tempo di effettuare e chiudere la discussione generale. Si doveva, dunque, passare alla discussione dell’articolato di un ddl, emendamento per emendamento, peraltro arrivato ‘senza’ relatore (che doveva essere Ostellari, ‘nemico’ giurato dello Zan).

 

Mancano i numeri. Iv lo ripete, il centrodestra pure, il Pd va avanti 

Il motivo è presto detto. “Non ci sono i numeri” ripetevano, come in un mantra auto-assolutorio, i centristi (Iv in testa a tutti), scettici su alcune – sostanziali – parti dello Zan (gli articoli 1, 4 e 7 in particolare), che continuavano a chiedere una “mediazione”, ovviamente ‘alta’ e che puntavano apertamente a cambiare il disegno di legge, ma per il Pd (e per Zan medesimo) voleva dire soltanto che puntavano, surrettiziamente, a stravolgerlo. Ma pure il centrodestra, del tutto ostile al ddl in quanto tale, chiedeva “sostanziali modifiche”, appoggiandosi proprio ai centristi.
Ma anche diversi senatori del Pd, nelle loro riunioni interne, osavano dire al Nazareno quello che il Nazareno, Letta in testa, non voleva sentirsi dire. Non ci sono i numeri, appunto, per approvare lo Zan “così com’è”, ma il Pd accusa i centristi, soprattutto Iv, di avere “faccia e lingua biforcuta” perché alla Camera lo avevano votato e poi, al Senato, avevano cambiato idea.
A tal punto –  veniva un po’ da tutti quel grido “guardate che non avete/abbiamo i numeri” – che alcuni senatori, quelli che fanno capo a Base riformista (con il vice-capogruppo Alan Ferrari) avevano persino proposto una mediazione last minute: approvare un ordine del giorno (nella tattica parlamentare ‘preclusivo’ rispetto alla discussione generale) che, fatti salvi i “principi ispiratori dello Zan, lo modificasse, anche perché pendeva – e pende – la tagliola regolamentare della destra, come richiesto anche da quei ‘cattivoni’ di Iv e della destra. Risultato ottenuto fino ad agosto: meno di zero. Il Pd – con i 5Stelle a rimorchio, ma tiepidi, e ovviamente LeU – andavano avanti, tetragoni, senza voler deflettere neppure di un solo passo.

Il Pd arroccato: “Il testo non si cambia”

Monica Cirinnà e Alessandro Zan

Il Pd, però, si era intestardito e (quasi) tutti i suoi esponenti, dalla capogruppo al Senato Malpezzi, a quella alla Camera Serracchiani, dalla pasionaria dei diritti Lgbt+ Cirinnà, fino alle associazioni gay, continuavano a dire, proprio come il padre della legge Alessandro Zanche “il ddl non si cambia, va approvato così com’è”, senza voler sentir parlare di mediazioni che, ovviamente, sarebbero state tutte solo ‘al ribasso’. Insomma, un vicolo cieco.
Ovviamente, l’esito del ddl, già finito su un binario morto per mesi, sembrava scontato: ai primi appelli in Aula sarebbe ‘finito sotto nei voti, specialmente nei molti, già prevedibili e previsti, a scrutinio segreto, come è possibile sempre quando si tratta sui diritti individuali. In effetti, il primo – e unico, finora – voto che si è tenuto dentro l’Aula del Senato, quello sulle pregiudiziali di costituzionalità, peraltro a scrutinio palese, era passato per un puro soffio (due voti), solo grazie al sì del gruppo Autonomie che però, a sua volta, nutriva molti dubbi sul ddl. Tutto questo solo fino all’altro giorno, prima della pausa estiva, quando erano stati tutti respinti i vari tentativi di mediazione avanzati da Iv, come da FI, come pure da altri. Poi, appunto, ecco arrivare a sorpresa le parole di Letta, che creano rumore tra tutti i partiti e scompiglio dentro il Pd, ma muovono le acque.

Pende ancora la tagliola ideata da Calderoli

Dopo mesi di muro contro muro, dunque, si riaprono al Senato le trattative sul ddl Zan. Martedì 26 ottobre proprio il relatore del testo alla Camera, insieme alla presidente dei senatori dem, Simona Malpezzi, terrà una serie di incontri con i capigruppo di tutti i partiti a Palazzo Madama, per verificare se ci sono le condizioni per una mediazione “che non sia al ribasso” (sic). Parallelamente, il presidente della commissione Giustizia, Andrea Ostellari (Lega), ha convocato alle 17 un tavolo politico sulla legge che, in teoria, è attesa per il giorno successivo in Aula. Sul testo, però, pende la richiesta di Fratelli d’Italia e Lega di “non passaggio” agli articoli su cui l’assemblea si esprimerà mercoledì con il voto segreto. Una sorta di tagliola – escogitata dal ‘solito’ Roberto Calderoli, mago di regolamenti – che, se approvata, affosserà la legge, e amen. “Se Fdi e Lega volessero partecipare all’interlocuzione devono ritirare questa tagliola. Io ascolterò tutti perché nel mio atteggiamento non c’è pregiudizio di fondo, ma Fdi e Lega hanno fatto di tutto per ostacolare la legge”, dice Zan, investito dal segretario Letta in diretta tv, del compito “di un’esplorazione con le altre forze politiche per cercare di capire le condizioni che possano portare a un’approvazione del testo rapida, anche con modifiche non sostanziali”.

“Approvare prima delle leggi di bilancio”

Alessandro Zan al Milano Pride

A fare la prima mossa per sbloccare la legge dunque è stato il Pd che, prima della pausa estiva, invece, aveva ribadito più volte, sempre per bocca di Letta, di voler tirare dritto e portare a casa il testo così come uscito dalla Camera, nonostante la maggioranza risicata – 12 voti di scarto – con cui il ddl aveva superato i primi voti sulle pregiudiziali di costituzionalità al Senato. “La partita è complicata, lo sappiamo, ma sono fiducioso che alla fine si troverà un punto di incontro anche perché l’Italia è l’unico Paese in Europa a non avere una legge contro i crimini d’odio. Non si scherza sui diritti umani“, ammonisce severo Zan (qui, in realtà, si tratta di diritti della persona e della loro sessualità, i ‘diritti umani’ sono altro, ma non sottolizziamo). Poi Zan dice che “le affermazioni di Letta sono molto chiare: abbiamo la necessità di fare presto perché nei prossimi due mesi il Parlamento sarà impegnato sulla legge di Bilancio, poi sull’elezione del Capo dello Stato. È importante fare tutto il possibile per l’approvazione rapida del ddl”. Il che, però, volendo sottolizzare, si sapeva pure prima.

“Fare presto”? Mica tanto facile

Ma fare presto, quando si riapre un cantiere come quello della legge Zan, già frutto di una lunga e faticosa mediazione a Montecitorio, non appare un obiettivo a portata di mano. Anche perché all’esplorazione di Zan si è subito sovrapposto l’attivismo di Ostellari, il leghista che non ha reso la vita facile al testo in Commissione. “Anche Letta – dice, contento, Ostellari – si è arreso all’evidenza: il ddl Zan ha bisogno di modifiche migliorative. Serve una mediazione di buonsenso per fare una legge giusta ed efficace. Senza limitare le libertà e lasciando fuori i bambini. Il percorso di collaborazione era già stato avviato e aveva dato frutti, apprezzati anche da Autonomie e Italia Viva”.

Il duello sulla scuola

Un’attivista Lgbt+

Il partito di Renzi, che alla Camera aveva votato il ddl, ora chiede di modificarlo con gli emendamenti presentati a luglio per stralciare dal testo l’espressione “identità di genere” e per rimarcare l’autonomia scolastica nell’articolo 7 che istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia su cui, a giugno, erano suonate anche le sirene d’allarme del Vaticano che, con un gesto senza precedenti, aveva presentato richiesta formale al governo italiano perché si modificasse questa parte della legge. Per Zan sull’articolo 7, però, “abbiamo già mediato alla Camera: è una giornata che per prassi viene già celebrata nel nostro Paese con interventi del presidente della Repubblica. Di fatto già esiste e richiama un articolo della “Buona scuola” che prevede percorsi di formazione contro le discriminazioni. Se si vuole cambiare bisognerebbe cambiare a monte la legge sulla Buona scuola”. Morale, non si tocca.

Sull’articolo 1 in cui si definisce l’identità di genere, invece, apre: “Non è un articolo che contiene l’identità di genere, ma contiene le definizioni, compresa quella dell’identità di genere. L’articolo 1 non era presente nella legge presentata alla Camera, prima dei successivi emendamenti, per cui l’articolo 1 non è sicuramente uno degli articoli centrali di questa legge, mentre l’identità di genere è presente negli articoli due e tre, cioè nell’estensione della legge Mancino (del 1991, che punisce l’odio razziale, ndr)”. Sull’articolo 4, invece, per ora Zan tace, ma è un altro punto controver

Il Milano Pride

so: riguarda la libertà di un prete, o di un commentatore, o di normale cittadino, di usare parole antipatizzanti, se non ‘d’odio’, nei confronti delle persone omosessuali o transessuali: lo Zan ‘punisce’ chi lo fa, anche con pene severe, gli oppositori si oppongono reclamando la libertà di espressione. FdI, il partito di Giorgia Meloni, invece, chiude su tutta la linea: “Il ddl Zan è un attacco frontale alla libertà di educazione, alla libertà di espressione, alla libertà religiosa, introduce l’indottrinamento di bambini e ragazzi con la teoria gender. Anche se fosse leggermente modificato resterebbe inaccettabile”, dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Lucio Malan (valdese, ex azzurro, liberal…). La richiesta di non esaminare il testo, quindi, per ora resta in piedi e l’aula la voterà mercoledì. Se lo scoglio del voto segreto fosse, per ventura, superato, la strada del ddl non sarebbe comunque in discesa.

Mille emendamenti

Ci sono mille emendamenti da votare, 700 solo della Lega, che per ora tace. E se la posizione di Alessandro Zan, cui spetta la mediazione, resta questa, cioè assai intransigente, solo i voti di Iv potrebbero ‘salvare’ la legge. L’odiato Renzi, dunque, anche stavolta, farà da ago della bilancia. A decidere la vita o la morte dello Zan resta lui. E anche queste, sullo Zan e non solo sullo Zan, sono le contraddizioni che si vivono, oggi, nel Pd.