“Cresco le bambine in accordo con Alessandra, la mia ex. Ma per lo Stato lei non ha diritti ed è ingiusto. Serve una legge”

Francesca Vecchioni, fondatrice di Diversity e paladina delle battaglie per i diritti civili, racconta la sua vita di madre separata: "Decidiamo tutto assieme, per il loro bene. Ma è indispensabile una normativa in generale e per le coppie in cui non c'è accordo". "Sono una mamma come le altre, ma per la società non è ancora così"

Nel panorama delle mamme che oggi festeggiamo e che vi stiamo raccontando da questo sito, Francesca Vecchioni sicuramente si distingue per la propria storia. È stata la prima iscritta nell’elenco delle unioni civili a Milano. Ha avuto due bimbe, Nina e Cloe, con la fecondazione eterologa assieme alla sua compagna Alessandra, da cui poi si è separata. Nel 2012, fu la prima italiana ad apparire sulla copertina di un giornale per famiglie con la compagna e le loro due figlie che oggi hanno 9 anni. Ha fondato l’associazione Diversity, impegnata nel battere tutte le discriminazioni, che siano di razza, di età, di potenziale economico, di genere, e i Diversity Media Awards, che premiano i personaggi più vicini alle tematiche di inclusione.

Francesca Vecchioni, presidente di Diversity

Eppure, affermi di sentirti una mamma come tutte ed anzi fatichi a capire perché a tutti i costi si vuole farti passare per una mamma fuori dagli schemi…
“Vedendo le altre mamme, quelle che normalmente frequento, mi sembra di essere come tutte le altre. Ho gli stessi sbattimenti di tutte le mamme di figli di 9 anni: la dad, le attività extra scolastiche, la loro educazione quotidiana. Nei confronti delle mie figlie sono un genitore come tutti gli altri. Semmai sono una mamma diversa nei confronti della società, alla quale devo in continuazione dare spiegazioni in merito alla mia storia combattendo purtroppo, contro pregiudizi e luoghi comuni. Io credo che le difficoltà nell’essere genitore nulla abbiano a che fare col fatto che le mie figlie abbiano due mamme. Per loro, la loro famiglia è fatta da due figlie con due mamme; poi hanno un compagno di classe che invece ha due papà, e un’altra compagna che ha i genitori separati. Sono tutte famiglie, e per loro ognuna è comunque solo una famiglia. Nulla di più e nulla di meno”.

Che cosa hai spiegato alle tue figlie? Ci sono state da parte loro domande a cui è stato difficile dare risposte?
“La cosa più bella che si può raccontare ai figli è la loro storia. Non ci sono stranezze, non ci sono segreti, e nemmeno rivelazioni, c’è l’amore che ci ha portati a volerli e la bellezza di poterglielo raccontare, naturalmente con il linguaggio della loro età. La loro storia è stupenda, ed è la loro verità. E non si fa né più né meno di tutte quelle coppie che hanno avuto bisogno di aiuto per realizzare il sogno di far nascere i propri figli. Le domande dei bambini sono sempre semplici, è la nostra paura di non saper rispondere a renderle difficili, e a volte ci dimentichiamo di quanto sia più semplice rispondere la verità. Quando non la si conosce, perché può succedere di non avere risposte per tutto, non serve inventarsi nulla, basta chiedere loro cosa pensino: è quasi sempre la migliore risposta possibile. Non bisognerebbe aver paura delle domande che fanno i figli, ma di quelle che non ci fanno”.

Tu e la tua compagna Alessandra, da qualche tempo vi siete lasciate: avendo avuto le bambine grazie alla fecondazione eterologa fatta da te in Olanda per la legge, le piccole sono praticamente delle perfette sconosciute per Alessandra. Il genitore non biologico, quindi, non ha alcun diritto sui figli?
“Né diritti né doveri. Per il nostro Stato io sono una madre single, la nostra è una famiglia monogenitoriale e Alessandra è un’estranea per le bambine e non, come è, ‘mamma Alessandra’. Nel caso di coppie in cui c’è un solo genitore biologico, i più deboli, i bambini, non hanno tutela dalla legge. E il genitore non biologico – padre o madre – ha diritti e doveri soltanto se nella coppia c’è accordo. Questo però vuol dire che c’è una sorta di obbligo – e non è il nostro caso, visto che stiamo decidendo tutto assieme – a continuare ad andare d’accordo anche quando ci si lascia, perché neanche un giudice può intervenire, non avendo una legge cui fare riferimento”.

Parliamo ora di Diversity, la tua associazione, come è nata e di cosa vi occupate esattamente?
“Diversity è nata nel 2013 su un terrazzo, durante una chiacchierata tra amiche. Volevamo riuscire a dare un contributo alla diffusione della cultura dell’inclusione che fosse però diverso da quello, poco a dire il vero, che già si faceva in giro. Ci siamo subito tutte trovate d’accordo nel cercare di abbattere i troppi stereotipi che ci sono nella nostra società; nel pensare a un progetto che servisse a cambiare l’immaginario collettivo ed aiutasse le persone ad avere gli strumenti per smontare alcune errate convinzioni che poi portano alle discriminazioni di ogni genere. Quindi la prima cosa che ci è venuta in mente è stato cercare di influenzare positivamente la rappresentazione delle persone nei media. Da lì siamo partite con la nostra avventura: ci occupiamo di comunicazione, ricerca, monitoraggio, formazione, consulenza e advocacy in collaborazione con un’ampia gamma di partner, tra cui università, istituti di ricerca, istituzioni, aziende e organizzazioni non governative nazionali e internazionali”.

L’attività forse più conosciuta della tua associazione è i “Diversity media awards”. Ci spieghi cosa sono esattamente?
“Sono una sorta di ‘Oscar’ con l’obiettivo dichiarato di valorizzare le diversità nel mondo del cinema, della televisione, della radio e della comunicazione in genere. I Diversity Media Awards, sono l’atto finale più pop, più glam di un progetto molto più complesso che prende il nome di “Diversity Media Report“: dietro c’è un lavoro complesso, realizzato su basi scientifiche da quindici docenti ed esperti di tematiche di genere, che va sistematicamente a scandagliare in modo quantitativo la comunicazione sulle tematiche LGBT e qualitativamente le trasmissioni radio e tv, le serie italiane e straniere, i film e le pubblicità. L’esito di questo complesso lavoro, ogni anno approda poi alle nominations. Nella comunicazione si trasmette spesso un’immagine che tende più a fare opinione piuttosto che a raccontare le storie di vite vere, gli affetti ed i legami. Ci dimentichiamo che a volte le altre persone non conoscendo alcune cose in effetti hanno bisogno che noi ripartiamo dalle basi e le raccontiamo di nuovo: a volte basta farle notare in maniera semplice: il progetto vuole quindi premiare in positivo le “best practices” nei settori della comunicazione  che anche nel nostro paese vengono realizzate”.

La pandemia e il lockdown, che impatto hanno avuto secondo te sulla nostra società e sulla cultura della diversità di cui parlavi prima?
“Nella nostra società ci sono fratture che non possiamo ignorare. Il covid le ha rese ancora più profonde, e ora per ripartire non dobbiamo tralasciarle. Il coronavirus ha colpito duramente chi era già in difficoltà. Anziani, ma anche le donne, tra gender gap e smart working che ha sommato il peso del lavoro a quello della vita familiare. E poi le discriminazioni sulla base di età, etnia, disabilità e orientamento sessuale. La distanza fisica del lockdown ha comportato una serie di conseguenze che potevamo intuire: distanza sociale, emotiva, un tasso di esclusione mai stato così alto. Siamo stati immersi in mesi di emergenza in cui ogni notizia o immagine che ci passava davanti era veicolata dalla paura. Volevamo parlare solo dell’emergenza. Ora invece, in questo momento di passaggio, ci sono fratture che non possiamo più ignorare. Le minoranze dobbiamo considerarle come risorsa, la nostra economia non può prescindere dal colmare queste ferite”.