Cultura patriarcale ieri e oggi. Monica Guerritore: “Aiutare gli uomini per salvare le donne”

L'attrice e regista, molto attiva sul piano sociale soprattutto per la questione di genere, propone di tracciare un nuovo 'paradigma culturale'. "La rivoluzione comincia da raccontarci maschi e femmine per come siamo e quanto dei due aspetti coesistono in un io"

“È sempre lo stesso modello sentimentale: le donne abbassano le difese, non guardano con i mille occhi dei lupi, credono nell’amore come lo vedono i bambini e tentano la via nuova con quello stesso sguardo e quello stesso cuore. Ma troppo spesso vengono ancora uccise da uomini che ne spezzano il volo. Inadeguati a vedere la loro donna che cambia”.
Monica Guerritore debutterà al Teatro della Pergola di Firenze martedì 11 gennaio e resterà in cartellone fino a domenica 16 con uno spettacolo straordinario L’anima buona di Sezuan di Bertolt Brecht. L’attrice, che è anche regista, si è ispirata all’edizione diretta da Giorgio Strehler nel 1981. Mai stata scollata dalla vita quotidiana, nonostante il lavoro artistico, anzi. È da sempre impegnata nella vita sociale, prendendo spesso posizioni dalla parte delle donne, del lavoro, per la parità di genere.

Monica Guerritore torna in teatro con “L’anima buona di Sezuan” di Bertolt Brecht, alla Pergola di Firenze da martedì 11 fino a domenica 16 gennaio

Monica vede molti uomini inadeguati?

“Inadeguati a vedere la loro donna che cambia, sono marionette i cui fili emotivi sono manovrati da esperienze passate. Non è l’uomo a subire l’offesa ma è quello prima di lui: è quella biografia creata nei secoli da storie che si rifanno alla cultura patriarcale”.

Per esempio?

“Pensiamo a quanto è stato forte l’imprinting culturale nella tragica vicenda della giovane Saman. La notte della sua sparizione, e del probabile figlicidio, il padre rientrando a casa piangeva. La sua ‘cultura’ aveva avuto il predominio sulla sua ‘natura’ paterna. Ci siamo scagliati, giustamente, contro quella culturale tribale che assegna al capofamiglia potere di vita e di morte in una società arcaica, lontana nel tempo, e non riusciamo a riconoscere lo stesso imprinting nel nostro mondo maschile”.

Ancora il delitto d’onore?

“Esatto: non è ancora la eco del delitto d’onore a non lasciare scampo a uomini fragili, che sono così come gli hanno raccontato di dover essere? È all’uomo di oggi che dobbiamo parlare, è lui che dobbiamo aiutare a liberarsi da meccanismi automatici di reazione che non hanno nulla a che fare con l’azione in sé, con un rifiuto, un no. Dobbiamo rivolgere il nostro sguardo attento e lavorare tanto per rimuovere, far scivolare via dalle spalle dei maschi incrostazioni culturali che pesano”.

E come secondo lei?

“Liberando l’immaginario maschile da stratificazioni culturali che hanno forse avuto ragione d’essere in civiltà o società con ruoli definiti in quel contesto e per quel contesto storico. Dobbiamo aiutare i nostri uomini a fare un salto in un mondo che loro temono ‘sconosciuto’ ma che possono comprendere, aprendo il proprio cuore e la mente al meraviglioso e  sfuggente mondo del ‘femminile’. Aiutarli ad abbandonare l’idea di poterlo padroneggiare: è fuggevole per natura perché continuamente in divenire, si adatta e muta con le epoche, come le lune sia nella psiche sia nel corpo”.

Da sempre impegnata nella vita sociale, Guerritore si è sempre schierata dalla parte delle donne, del lavoro, per la parità di genere

E se questo fosse inquietante?

“In un mondo dove tutto sembra visibile, con due dita puoi allargare un puntino e vedere all’interno della foresta amazzonica e scoprire il ghiaccio su Marte, il corpo femminile, la donna, resta il simulacro di un mistero impossibile da dominare. Allora si smonta, si rompe, si ferisce, si scempia, si uccide. È il sonno della commozione che genera mostri”.

Allora bisogna commuoversi insieme.

“Ma anche muoversi insieme: è questo che manca e su cui dobbiamo lavorare. Solo intenerendosi, muovendosi verso l’altro, aprendo il cuore e la mente a un mondo altro da te e accogliendo la diversità si muta. I racconti, le storie, i romanzi di avventura, la buona letteratura, i grandi classici, i buoni film dovrebbero essere sostenuti anche economicamente e trovare accesso nella televisione pubblica. Così come dovrebbe essere sostenuto il teatro”.

Dovrebbe esistere una formazione culturale allora?

“Strumenti di formazione e scelta dei testi potranno aiutare a familiarizzare con una immagine dell’uomo che comprenda il maschile e il femminile in ogni essere umano. Non sono in noi le qualità dell’uno e dell’altro? E allora cosa fare? Dare riparo nel tempo della paura, aiutare la donna a guardare al proprio uomo con i mille occhi dei lupi al primo sospetto. Chi ha alzato le mani può uccidere. Non cerchiamo alibi a chi è incapace di contenersi, anche se fa male vedere un passato che si colora dal rosa al nero. Saniamo la voragine che lascia le donne che hanno denunciato prede di una furia ancora più vendicativa, una strage annunciata”.

Si può quantificare in denaro?

“Come scrive la Questora di Milano, Alessandra Simone, è l’uomo che va aiutato altrimenti salvi una donna ma quell’uomo può ucciderne altre. Dobbiamo cambiare paradigma e sostenere tutte le forme di una nuova narrazione. Questo vuol dire fare cultura, parola attiva non bagaglio di nozioni. Ma parola che coltiva, trasforma: raccontare, intenerire, commuovere con le parole di altri, dei grandi poeti, con le immagini, i film. Cinematografia o la letteratura: un ragazzo che si commuove, si intenerisce perché si immedesima nell’altro guardando un film, leggendo un romanzo o venendo a teatro è un uomo che non alzerà mai le mani su una donna”.

Monica Guerritore

Monica Guerritore sulla violenza di genere: “Saniamo la voragine che lascia le donne che hanno denunciato prede di una furia ancora più vendicativa”

La cultura sta alla base.

“Sì perché ha accolto il femminile in sé. Io chiedo: aiutate con un sostegno noi artiste che cerchiamo di raccontarci per come siamo, combattendo e sfuggendo alla cattura di una immagine del femminile stereotipata, senza spessore e profondità, a uso e consumo di pubblicitari senza fantasia. La rivoluzione comincia da raccontarci maschi e femmine per come siamo e quanto dei due aspetti coesistono in un io. Non c’è contrapposizione. Solo inclusione. Se l’uomo deve liberarsi da un cultura del possesso, la donna deve fare un salto fuori dalla narrazione ottocentesca che avvolge di romanticismo la sudditanza, da un modello letterario che mette insieme amore e morte. Esiti tragici letti come inevitabili e conseguenza di temperamenti passionali”.

Ma c’è molto altro nel rapporto tra maschio e femmina.

“Il ‘no’ di Carmen non è solo un mezzo per far sussultare il cuoricino degli spettatori, ma l’inizio dei ‘no’ come liberazione da quegli stessi racconti. L’esito non può restare la morte”.