Da Bernini che sfigurò Costanza alle violenze di oggi: “La mano degli aggressori si arma delle stesse motivazioni”

Nelle Gallerie degli Uffizi dal 2 novembre al 19 dicembre il "no" alla violenza contro le donne diventa arte. In un'unica sala il busto di Costanza Piccolomini Bonarelli dialoga con gli scatti della fotografa Ilaria Sagaria che ritraggono donne sfigurate con l’acido: "oltre alla brutalità fisica causata da un gesto inumano, c’è il trauma psicologico da affrontare: la perdita dell’identità, la depressione e l’isolamento"

La violenza sulle donne è un dramma senza tempo e nelle Gallerie degli Uffizi di Firenze questo assunto diventa arte. Al secondo piano del museo, tra le sale dedicate a Leonardo e Michelangelo, dal 2 novembre al 19 dicembre prende infatti vita la mostra Lo sfregio, che mette in dialogo il busto di Costanza Piccolomini Bonarelli, scolpito nel marmo tra il 1637 e il 1638 da Gian Lorenzo Bernini, che prima la omaggiò poi ne deturpò il volto, con gli scatti contemporanei della fotografa Ilaria Sagaria, che ritraggono donne sfigurate con l’acido, dal volto invisibile, bendato, protagoniste del ciclo Il dolore non è un privilegio. In un’unica sala, immagini divise da quasi quattro secoli di distanza che però ritraggono la medesima tragedia.

Passano i secoli, le motivazioni non cambiano

Siamo infatti nel 1638 quando Bernini, dopo aver realizzato il busto della sua amante, ordina di farle sfregiare il volto con l’acido, dopo aver scoperto il legame che Costanza intratteneva con il fratello Luigi. Lo scultore, come disse sua madre Angelica Galante, si comportò come uno “che si sentiva il padrone del mondo” e in fondo Bernini lo era davvero. Come racconta la curatrice della mostra Chiara Toti: “La sua fama e il suo ruolo di artista di punta nel pontificato di Urbano VIII gli garantirono infatti la totale impunità per l’atto compiuto. E, mentre Bernini proseguiva la sua brillante carriera senza conseguenze, la sua amante sfigurata venne reclusa in un monastero, dove venivano confinate le donne di dubbia reputazione, per quattro mesi”. La storia di Costanza, però, rappresenta anche un esempio di riscatto: dopo la clausura la donna fece ritorno dal marito, Matteo Bonarelli, con il quale dette vita a un fiorente commercio di sculture, tant’è che nell’ambiente iniziò a essere conosciuta come “la scultora”.  “In questo ponte temporale, dal Seicento a oggi, notiamo il persistere di alcune dinamiche, che non sono state scalfite dal cambiamento della società”, spiega ancora Toti. “Le motivazioni che armano la mano degli aggressori sono infatti le stesse: non vogliono uccidere le vittime, ma disonorarle. In più, come Bernini al tempo, gli aggressori trattano le loro vittime come fossero un loro possesso e molti di loro rimangono impuniti, o perché non vengono denunciati dalle vittime per paura di ritorsioni o perché vengono puniti con pene irrilevanti”.

Filomena Lamberti, sfregiata nel corpo e nell’anima

In questo senso la storia di Filomena Lamberti, sfregiata con una tanica di acido dal marito nel 2012 a Salerno, è emblematica. “Il marito di Filomena ha ricevuto una pena carceraria di soli 18 mesi, una pena che definire ingiusta non basta, perché si trattò a tutti gli effetti di tentato omicidio”,  interviene alla presentazione della mostra l’avvocata Adele De Notaris di ‘Spaziodonna’, che assiste Lamberti dal punto di vista civilistico, perché sul piano penale “dopo la sentenza della Cassazione non si può più fare niente. La mia assistita – continua l’avvocata – ha subito oltre 30 interventi di ricostruzione delle parti possibili, dopo che venne sfigurata con una tanica di acido: una sostanza gelatinosa che le si è attaccata al corpo e forse anche all’ anima. Filomena ha vissuto trent’anni di inferno con il suo aggressore e oggi, nonostante quanto le è capitato, dice di essere finalmente libera di vivere la sua vita”.

Attacchi con l’acido: un fenomeno globale per controllare le donne

Le prime registrazioni di attacchi con l’acido contro le donne, in Europa, risalgono al Settecento, quando “la prima industrializzazione portò alla produzione su larga scala di sostanza corrosive”, racconta Jaf Shah direttore esecutivo di Acid Survivors Trust International, intervenuto all’incontro. “Già al tempo gli attacchi furono trasversali tra le classi sociali e non risparmiarono nemmeno i regnanti, come il principe Leopoldo d’Austria che nel 1916 fu sfregiato da un’amante ripudiata e che in seguito si suicidò”. Duecento anni dopo, gli attacchi con l’acido sono diventati un fenomeno globale: il loro aumento, secondo Shah, è strettamente legato alla produzione su larga scala di sostanze corrosive (acido solforico, soda caustica, acido cloridico, acido nitrico) e alla possibilità per chiunque di acquistarle a basso costo. “È probabile che ci siano decine di migliaia di attacchi con l’acido ogni anno, in tutto il mondo: soltanto nel Regno Unito nel 2017 si sono registrati 949 aggressioni con l’acido, dietro cui si nascondono dolori strazianti, omicidi di identità, come mette nero su bianco un disegno legge proposto per contrastare il fenomeno”. In Italia da luglio 2019, con l’introduzione della legge sul Codice rosso, la “deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso” non è più un’aggravante, ma un reato di per sé. “La violenza tramite acido è un fenomeno globale che non è legato all’etnia, alla religione e tantomeno alla posizione sociale e geografica”, spiega la fotografa Ilaria Sagaria. “Nonostante siano stati registrati casi di aggressione anche ai danni di uomini (abbiamo raccontato uno di questi, leggilo qui), rimane una forma di violenza con un impatto maggiore sulle donne. Oltre alla brutalità fisica causata da un gesto inumano, c’è il trauma psicologico da affrontare: la perdita dell’identità, la depressione e l’isolamento. Dopo la fase di ospedalizzazione, le vittime sono costrette a passare lunghi periodi chiuse dentro casa e, anche quando potrebbero uscire all’aperto, rifiutano di mostrarsi in pubblico e di affrontare lo sguardo degli altri. Mettono via gli specchi e le loro fotografie, eliminando qualsiasi cosa che possa mostrare quello che erano prima e quello che sono diventate in seguito, diventando così prigioniere di una casa privata di memoria e identità. Attraverso le loro testimonianze, ho ricostruito un racconto, una mise-en-scène fotografica che potesse restituire questi momenti senza spettacolarizzarne il dolore, concentrandomi sull’aspetto psicologico e sul concetto di identità”.