Da “dovere” familiare a professione: sempre più italiane (e italiani) accudiscono anziani. “Per me è molto più di un lavoro”

Gli assistenti familiari nel Paese sono in costante aumento: nel periodo 2011-2020, l’Inps certifica una crescita complessiva da 310 mila a 438 mila (+41%). OLtre la metà della nuova forza lavoro è rappresentata (specie al Sud) da persone di origian italiana

Gli anziani: una volta si accudivano in famiglia. Erano gli anni in cui la struttura sociale e le caratteristiche stesse dei legami intergenerazionali determinavano il fatto che i ‘nonni’ fossero spesso la spina dorsale della casa. Il perno della vita domestica, consolidato dal prestigio e dall’esperienza. Poi la cosiddetta modernità ha cambiato tutto, espellendoli via via dai nuclei ristretti, di famiglie sempre più piccole, domiciliate in case sempre più ridotte, abitate da persone abituate a dover fare i conti con tempi sempre più ristretti.

E così il mestiere della cura da familiare è diventato salariato, con un ampio ricorso alla manodopera migrante.

Ucraine, Romene, Moldave, Filippine, Bengalesi: a loro gli italiani per anni hanno affidato i propri ‘vecchi’ per accompagnarli nell’ultima fase della loro vita, spesso lunga ma costellata da malattie sempre più invalidanti che ne compromettevano l’autonomia. Ed infatti, a causa dei mutamenti socio-economici e demografici in corso, gli assistenti familiari in Italia (c.d. “badanti”) sono in costante aumento: nel periodo 2011-2020, l’Inps certifica un aumento complessivo da 310 mila a 438 mila (+41%).

 

Avanzano le italiane (e gli italiani)

La novità è che, nel frattempo, assistiamo ad un aumento consistente delle italiane, ed anche degli italiani, che si dedicano a questo mestiere. Da un’anticipazione del Rapporto 2021 sul lavoro domestico redatto dall’Osservatorio Domina emerge infatti che, se le donne straniere rappresentano ancora la componente più numerosa (67,5%), negli ultimi anni sono cresciute sensibilmente le donne italiane (triplicate, da 36 mila a 106 mila) e oggi rappresentano il 24,3% del totale “badanti”.

In particolare, se consideriamo l’incremento di badanti registrato tra il 2011 e il 2020 (+127 mila), esso è dipeso per oltre la metà dalle donne italiane (+70 mila), mentre le donne straniere hanno contribuito all’incremento per il 33,4% (+43 mila).

Una mutazione sociale e culturale che sta assumendo le connotazioni sempre più marcate di una vera e propria rivoluzione copernicana. “La professionalizzazione del lavoro domestico, in particolare dell’assistenza familiare, entra piano piano tra le scelte occupazionali delle famiglie italiane” dice Lorenzo Gasparrini, segretario generale di Domina. Che sottolinea come “oggi in Italia oltre 100 mila badanti italiane, e che questa componente risulta maggioritaria in molte Regioni, specie al Sud. Negli ultimi dieci anni la componente di donne italiane è triplicata, sia per ragioni socio-economiche che per una nuova organizzazione del lavoro e della famiglia”.

Per quanto riguarda la classe d’età, le italiane risultano mediamente più giovani (48,7 anni, rispetto ai 51,8 delle straniere). In particolare, tra le straniere, il 27% ha più di 60 anni, mentre tra le italiane questa quota scende al 17%. Le badanti con meno di 30 anni, invece, rappresentano il 9% tra le italiane e solo il 3% tra le straniere.

 

Straniere, orari massacranti

Particolarmente significativo è il divario tra badanti italiane e straniere relativamente all’orario medio settimanale: le italiane lavorano mediamente 22,7 ore settimanali, contro le 38,3 ore delle straniere. In particolare, tra le straniere il 48,2% lavora più di 40 ore settimanali, mentre tra le italiane si scende al 12,0%. Al contrario, tra le italiane il 44,4% lavora meno di 20 ore settimanali, contro l’8,3% delle straniere.

 

Sud e isole, prevalenza locale

L’analisi per Regione effettuata dall’Osservatorio Domina evidenzia infine una forte eterogeneità sul territorio nazionale: in otto Regioni (tutte del Sud e Isole) le donne italiane rappresentano più del 30% del totale “badanti”, e raggiungono addirittura il 72,4% in Sardegna.
“Alla base di questa situazione -analizzano i ricercatori di Domina- possono esserci diversi fattori: innanzitutto al Sud vi è una minore presenza straniera, per cui l’offerta di manodopera per quel tipo di mansione è ricoperta maggiormente dagli autoctoni. Inoltre, vi sono evidentemente meno opportunità di lavoro per le donne italiane, per cui il lavoro domestico diventa uno sbocco preferenziale. Infine, evidentemente giocano un ruolo anche la struttura demografica e l’organizzazione familiare” .

 

La storia: “Per me, ex impiagata, è molto più di un lavoro”

Cinzia, 56 anni, italiana, rimasta senza occupazione dopo il fallimento dell’azienda dove lavorava come impiegata: “Mi sono avvicinata con naturalezza,  dal volontariato in parrocchia. Guadagno 800 euro al mese più vitto e alloggio. Sì, la retribuzione conta, ma per me questa attività è molto, molto più di un lavoro”. Leggi l’articolo