Dacia Maraini: “Siamo tutti parte di una comunità. Serve creare consapevolezza partendo dall’educazione dei giovani”

Scrittrice di successo, è da tempo impegnata anche sul fronte scolastico: "A scuola i ragazzi imparano a confrontarsi con gli altri, ad uscire dalla nicchia familiare. Per questo deve essere fatta in presenza, è un esercizio di civiltà"

“Tantissime volte, come donna e come scrittrice, mi sono sentita discriminata. Ma non mi sono mai messa a piangere o a lanciare grida di lamento. Mi sono rimboccata le maniche e ho affrontato le difficoltà a testa alta”. I suoi personaggi sono diventati presenze: li abbiamo ascoltati, ci hanno sorpresi, forse anche spaventati. Poi sono diventati parte di noi. Scrittrice di enorme successo, Dacia Maraini, che scrive da quando ha memoria, è sempre alla ricerca di un senso, e sempre lo trova regalando una pace senza gerarchie nel raccontare.

 

Dacia, nel nuovo romanzo, “Trio”, racconta di giornate monotone e di peste: cosa le ha dato più noia della pandemia?

“La pandemia, capitata tra capo e collo come inaspettatamente, ha fatto tanti danni, in tutto il mondo. Per quanto mi riguarda, non ha inciso sul mio lavoro perché ho continuato, come prima, a scrivere chiusa in casa, ma mi sono molto mancati il teatro, i viaggi, le cene con gli amici, le gite in montagna. Ho sopportato tutte le restrizioni, attenendomi alle regole, per rispetto verso i tanti che hanno sofferto e che sono morti. Non si può pensare solo al proprio ombelico. Più che mai la pandemia ci fa capire che facciamo parte di una comunità che va amata e difesa nel suo insieme, oltre che nel particolare del proprio io”.

La scuola, che lei frequenta da sempre, ha un ruolo cruciale nell’integrazione?

“Certo. A scuola si impara a confrontarsi con chi non è della stessa famiglia, della stessa cultura, della stessa religione. È un esercizio di grande civiltà che può essere fatto solo in un ambiente neutro e paritario, democratico e gratuito come la scuola”.

Cosa pensa della prova che hanno dato gli studenti con la famosa Dad?

“In linea generale gli studenti hanno risposto con bravura e responsabilità. Certo, bisognava tenere conto di quei ragazzi di famiglie indigenti che non disponevano di computer o di spazi silenziosi. Ma penso che la scuola debba essere fatta in presenza. Soprattutto in un Paese come il nostro in cui i giovani tendono a rimanere in famiglia fino al matrimonio, e quindi manca il confronto con l’altro che non sia la famiglia”.

Sostiene che per migliorare la scuola occorra partire dagli insegnanti. Perché, ci sono insegnanti non vanno bene?

“Non ho detto che gli insegnanti non vanno bene, al contrario, dico che la scuola oggi si regge sulla buona volontà degli insegnanti perché come istituzione è stata trascurata. Sono tanti anni che non si investe sulla scuola. Non solo investimenti economici ma anche culturali ed etici”.

Signora Maraini: chi sono i giovani di oggi?
“Sono contraria alle generalizzazioni. Ci sono giovani viziati, narcisisti, predatori che credono di essere il centro dell’universo e fanno i bulli con grande chiasso, ma ci sono giovani – e sono la maggioranza – che studiano, si preparano, prendono sul serio la vita e si comportano da responsabili. I giornali spesso danno troppa importanza a quelli che fanno rumore e non si occupano dei tanti altri che, con lealtà e intelligenza, studiano e si comportano civilmente”.

È tollerabile che, in nome dell’integrazione, si accettino tradizioni che vìolino i diritti dei bambini?

“No, sinceramente non lo credo affatto. Chi vuole stare nel nostro Paese deve accettare le nostre regole e le nostre conquiste. Se vogliono tenere le loro abitudini religiose, benissimo, ma per quello che riguarda la preghiera e la fede. Per quanto riguarda le abitudini non possiamo accettare che si pratichino alcune tradizioni come quella della mutilazione sessuale, delle violenze, come la lapidazione –ancora praticata in certi Stati– contro le adultere, la discriminazione degli omosessuali, la poligamia…”.

E quali sono i princìpi su cui deve fondarsi il lavoro di integrazione?

“Per me una buona accoglienza deve essere accompagnata dalla richiesta del rispetto per le nostre leggi, per la nostra Costituzione e le nostre conquiste che riguardano i diritti civili”.

In questo periodo si sono verificati casi di violenza domestica sulle donne. Cosa fare?

“Creare consapevolezza. Per questo bisogna cominciare dalle scuole elementari a insegnare diritti civili e educazione agli affetti».

E gli uomini, oggi, secondo lei sono migliori o peggiori di ieri?

“Anche su questo non me la sento di generalizzare. Ci sono uomini impauriti dalle nuove libertà femminili, che si rifugiano nella arroganza e nella violenza. E ci sono uomini leali, coraggiosi e saggi che capiscono e accettano i cambiamenti e non si sentono offesi per la perdita di alcuni privilegi storici”.

Ha senso essere idealisti oggi?

“Più che mai. Il Paese soffre di sfiducia nel futuro e depressione, ha bisogno di un poco di autostima e di entusiasmo”.