A casa, coi figli in dad, cercando di lavorare in smart. Quando si diventa supermamme

Dai genitori operai ignari di didattica a distanza, che devono farsi prestare il pc dal fratello e la freelance che allo smart era "condannata" da sempre

In italiano significa letteralmente “intelligente”, ma il termine “smart” racchiude in sé un numero di sfumature illimitate. Così come illimitate sono le sfumature delle mamme in questa pandemia. Mamme diventate “4.0” a causa del covid-19. Proprio per questo motivo la Festa della mamma quest’anno ha un sapore particolare per molte donne. Donne che non si sono arrese alle difficoltà del momento, donne che non hanno potuto farlo. Superdonne, verrebbe da pensare. Ma in realtà donne che hanno dovuto e saputo cambiare pelle. “Cosa è cambiato per me con la pandemia? Praticamente tutto – racconta Annalisa, madre di Legnano in provincia di Milano che ha vissuto la pandemia con il marito e i tre figli: uno di 9, uno di 7 e uno di quattro anni. “Mio marito ed io siamo operai e non sapevamo nulla di didattica a distanza – racconta -. Abbiamo imparato insieme ai nostri bambini”. Fino all’inizio del 2020 il termine “dad” evocava per gli anglofili il termine “papà” tradotto in inglese. Oggi la stragrande maggioranza degli italiani leggerebbe in ogni caso il termine come scritto, ovvero “dad”, e non “ded” come sarebbe in inglese. “Con il passare del tempo la didattica a distanza è entrata nel nostro quotidiano, ma all’inizio è stata dura – ricorda Annalisa -. Gestire le lezioni di tre bambini non era facile: uno usava il mio cellulare, un altro computer di casa e per il terzo abbiamo chiesto a mio fratello di prestarci il suo pc”.

Dopo l’organizzazione pratica, si è dovuti passare al cambio di mentalità. “Le prime settimane sono state disastrose – spiega la 42enne legnanese -. Io ero in cassa integrazione, per fortuna mio marito ha ripreso a lavorare presto. Praticamente non avevo il tempo neppure di fare la doccia. Avere tre bimbi in casa tutto il giorno ha richiesto pazienza e tanta fantasia. Ho dovuto inventarmi di tutto per tenerli impegnati”.

Lo smartwork, da opportunità ad obbligo

Anche chi è più tecnologico e ha fatto della flessibilità la propria cifra distintiva ha dovuto cambiare parte della propria natura. “Non siamo supermamme – commenta Erika -. Siamo mamme. Le mamme hanno sempre risorse nascoste, risorse che riescono a tirare fuori nei momenti difficili. In questo anno e mezzo il mio compagno mi ha aiutata molto, ma inevitabilmente nostra figlia si è affidata molto a me. Ho dovuto modificare i ritmi delle mie giornate: con la bimba a casa e le lezioni in didattica a distanza, tutto è cambiato. Essendo una freelance, lo smart working rappresenta la mia quotidianità ormai da oltre dieci anni. Non è stato facile e non lo è tutt’oggi, ma con un po’ di organizzazione ci si riesce”.

“Lo smart working? All’inizio per me ha rappresentato una vera svolta, poi però ho sentito la necessità di evadere – racconta Cristina – Però non lo potevo fare. I miei due figli, Letizia di 8 anni e Paolo di 11, ne avrebbero risentito. Ho imparato la dad insieme a loro, ho cercato di portare avanti il mio lavoro dando ai bimbi la massima attenzione”.