Dal Sud Sudan a Maebashi: una storia di integrazione nata sotto il segno dei Giochi olimpici di Tokyo

La delegazione olimpica sud sudanese è rimasta bloccata in terra nipponica a causa della pandemia. Dalla disperazione alla nascita di un nuovo gemellaggio con la città di Maebashi, il Giappone e il Sud Sudan non sono mai stati così vicini.

Anche un sogno che all’improvviso si trasforma in un incubo può avere un lieto fine. La storia è quella della delegazione olimpica del Sudan del Sud, bloccata per due anni in Giappone e in attesa di poter gareggiare ai Giochi di Tokyo.

Gli atleti del paese africano avevano raggiunto la terra del Sol Levante con grande anticipo su quella che avrebbe dovuto essere la data di inizio delle gare, per potersi ambientare a clima e fuso orario giapponese e rendere al massimo durante tutto l’arco della manifestazione. La partecipazione a queste Olimpiadi è motivo di grande orgoglio per tutti i sud sudanesi, abitanti di un paese straziato da guerre, povertà e una situazione socio-politica molto complessa.

I sogni di una nazione intera, però, si sono infranti con l’ineluttabile arrivo della pandemia e il relativo rinvio della 32^ edizione dei Giochi olimpici. Gli atleti si sono dunque trovati bloccati in Giappone e, nel momento del massimo bisogno, quando non sembravano esserci speranze né per tornare in patria né per sopravvivere nel Paese che li stava ospitando, un’ancora di salvezza è arrivata in aiuto: la comunità di Maebashi li ha accolti, offrendo loro vitto e alloggio oltre a farli sentire a casa.

La città, nell’area settentrionale di Tokyo, ha organizzato un vero e proprio programma di integrazione per questi ragazzi: oltre a garantire loro le strutture adeguate per l’ allenamento, sono state organizzate delle classi per permettere loro di imparare la lingua. Il risultato di queste azioni di inserimento è stato un record: lo scorso aprile infatti, il 22enne Abraham Guem, dopo essersi allenato e aver frequentato l’università Ikuei, ha stabilito il primato sud sudanese sui 1500 metri in una gara tenutasi a Tokyo con il tempo di 3’42”.

“Prima che venissimo qui, la vita era molto dura. Il campo di allenamento distava 17 km da casa mia e recarmi lì era molto difficile. A volte mangiavo una volta al giorno o ogni due – racconta Guem – L’allenamento con gli studenti, invece, mi ha aiutato molto. Nelle lunghe distanze, tenere il passo da soli in allenamento non è semplice. Ma quando corri in gruppo è molto più facile”.

Abraham e i suoi compagni devono ancora gareggiare per regalare gioia e spensieratezza ai loro compatrioti ma il primo successo è già arrivato: visto lo stretto legame che in questi mesi si è creato tra la delegazione e Maebashi, la città nipponica ha deciso di ospitare un’atleta sud sudanese ogni sei mesi in preparazione delle Olimpiadi di Parigi 2024. Un esempio di accoglienza e di integrazione che, anche in questo caso, valgono come una medaglia d’oro.