Dalle aragoste a buon mercato all’esultanza per un delfino spiaggiato: i mille modi con cui l’uomo sta uccidendo il mare

Ugo Bardi, autore con Ilaria Perissi de "Il mare svuotato" lancia l'allarme e spiega le ragioni politiche ed economiche di uno sfruttamento senza criteri. Il pesce finirà? "L'allevamento intensivo modifica l'equilibrio del mare. E i tentativi di alimentare con cereali al momento non danno risultati"

Cosa sta succedendo ai nostri mari, ai nostri oceani? Tra isole di plastica, scarsità di pesce, riscaldamento delle acque, eventi estremi, sfruttamento massivo di risorse, turismo subacqueo e crocieristico, navi sempre più numerose e con tonnellaggi sempre più mostruosi, il regno delle acque è sotto attacco. Eppure dell’inquinamento marino si parla poco. E male.

Ne parla molto bene, invece, in maniera estremamente godibile pur nella solidità degli argomenti, e con dovizia di dati ed analisi, il libro Il Mare Svuotato di Ilaria Perissi (PhD in Scienza dei Materiali), e Ugo Bardi (docente di chimica-fisica all’università di Firenze) che abbiamo intervistato.

 

Professor Bardi, da dove nasce l’idea del libro?

“La storia è un po’ strana, ma l’idea nasce dagli attacchi dell’11 Settembre 2001 a New York. E’ stato allora che ci siamo accorti che c’era qualche grosso problema con il modo in cui la nostra società gestiva le risorse naturali. Ho cominciato con il petrolio, poi mi sono accorto che l’approccio era lo stesso per tutte le risorse. Così come il petrolio si esaurisce piano piano, si possono esaurire anche le balene portandole all’estinzione. Da lì, con la mia collaboratrice Ilaria Perissi, abbiamo cominciato a occuparci dell’economia della pesca. Un argomento fonte di infinite sorprese”.

 

Cosa sta succedendo ai ‘nostri’ pesci’?

“Ce ne sono sempre di meno. Avete fatto caso al fatto che una volta i crostacei tipo granchi e aragoste erano un cibo costoso, riservato a chi se lo poteva permettere? Ora non più. Sono diventati un piatto abbastanza comune. La ragione è che il numero di crostacei era tenuto sotto controllo dai pesci che li mangiavano. Ma con la pesca eccessiva, i pesci sono diminuiti di numero e questo ha portato a una vera esplosione nella popolazione dei crostacei. Lo stesso è successo con altre specie, tipo le meduse. Anche quelle erano tenute sotto controllo dai pesci che le mangiavano, ma ora sono diventate una piaga nel mare di fronte alle nostre spiagge. In Asia, le mangiano, e aspettatevi prima o poi che anche da noi venga di moda qualche cosa tipo un sandwich di meduse, o un sugo per spaghetti alle meduse. C’è una storia a fumetti molto bella dello scrittore americano Mark Kurlansky, grande esperto di risorse marine, che segue tutta la storia del declino delle popolazioni marine e che si conclude con una vignetta bella e malinconica dove una bambina del futuro chiede al babbo “ma cosa sono i pesci?” Potrebbe succedere veramente se continuiamo a pescare troppo”.

 

Il mare  è il grande malato ma se ne parla poco, come mai?

“Quando ti metti a studiare certe cose, ti accorgi che il mare è un mondo un po’ a se stante. Sia l’industria ittica che gli istituti di ricerca che hanno a che fare con il mare non hanno molti contatti con il mondo parallelo delle risorse terrestri. Tuttavia, il mare è importantissimo. Pensate che circa la metà dell’ossigeno che respiriamo è prodotto dal fitoplankton marino. Se dovessimo fare dei danni veramente seri all’ecosistema marino, faremmo dei gravi danni anche a noi stessi. Purtroppo, però, la cultura del mare è poco diffusa. Nonostante l’Italia sia un paese con una costa lunga ed estesa, per la maggior parte della gente, quello che sanno del mare sono i pesci che comprano al supermercato e poco più. E pochi si sono accorti che i pesci che si trovano in commercio non sono più gli stessi pesci di una volta. Adesso sono pesci di allevamento, di qualità molto peggiore, e spesso inquinati”.

 

Quali sono le attività, i comportamenti umani, che stanno ‘svuotando’ il mare?

“La storia è un po’ triste: diciamo che i decisori politici e i pescatori non sono riusciti a parlarsi e non ci riescono tuttora. E’ un problema planetario, ma lo si vede anche in Italia. I pescatori professionisti italiani sono poco finanziati e hanno attrezzature obsolete, non riescono a reggere la concorrenza con i Francesi e gli Spagnoli, ben più attrezzati. Il risultato è che i nostri pescatori sono in perenne affanno danno la colpa alla politica. L’Europa è un bersaglio favorito, accusata di mettere quote di pesca troppo basse per pura malvagità”.

 

E non è vero?

“In realtà i pescatori non si rendono conto che è la loro inefficienza a costringerli a pescare troppo per avere un minimo di profitto. Ed è anche una questione culturale. Basta vedere come i pescatori, sui loro siti, commentano con gioia quando leggono la notizia di un delfino spiaggiato. E’ perché pensano che il delfino, che mangia pesce, sia un concorrente. Ma non si rendono conto che tutto l’ecosistema marino funziona anche perché ci sono i delfini che fertilizzano la superficie del mare favorendo la crescita del plankton, che poi è quello che nutre i pesci. Ma non c’è niente da fare, siamo rimasti alla favola del lupo cattivo in tanti campi, non solo quello della pesca”.

 

Cosa possiamo fare per invertire la tendenza?

“Poco. Il sistema sta evolvendo da solo. Con la graduale calo degli stock ittici, si pesca sempre meno. Ne consegue che, prima o poi, bisognerà smettere di pescare troppo. Purtroppo, quando si arriverà a questo punto i danni potrebbero essere irreparabili. Ma non disperiamo. L’ecosistema marino è molto resiliente, e può ancora riprendersi se smettiamo di maltrattarlo”.

 

Quale dovrebbe essere il ruolo dei decisori politici?

“In tutto il mondo, i decisori sono presi fra due fuochi: le agenzie che si occupano di conservazione dell’ecosistema marino e i pescatori. I primi vogliono che si peschi poco, i secondi che si peschi tanto. I politici sono esseri umani e sono sensibili alla loro immagine, per cui succede che cerchino di farsi belli come paladini dei pescatori. Ma succede di rado, come spieghiamo nel libro, i pescatori sono sempre stati una categoria con scarso peso politico, maltrattata un po’ da tutti. E’ quello che chiamiamo la ‘maledizione del pescatore’ che ha origini storiche remote e che deriva dalla difficoltà che avevano i pescatori di accumulare capitale in forma di pesce che, notoriamente, dopo tre giorni puzza (questo non succede al capitale finanziario)”.

 

C’è il rischio che il pesce finisca?

“Sulla possibilità che il pesce finisca ho già risposto. Incidentalmente, c’è chi ha detto che l’acquacoltura (l’allevamento del pesce) ha risolto il problema dell’esaurimento degli stock ittici. Questo non è vero perché i pesci di allevamento vengono nutriti con pesce di minor valore commerciale. Si parla di poterli nutrire con mangimi ottenuti con cereali, ma per il momento questa non è una possibilità pratica”.

 

E più in generale, c’è il rischio che il cibo finisca? 

“Il pesce rappresenta una piccola frazione del cibo dagli esseri umani, in media. La parte principale viene dall’agricoltura in forma di vari tipi di cereali. Ma ancora oggi il pesce rappresenta una sorgente di proteine fondamentale per le popolazioni costiere dei paesi poveri – incidentalmente, questa era la situazione dell’Italia fino a non moltissimi anni fa. Se vedessimo un collasso della pesca, questo non significherebbe che non avremmo più da mangiare. Ma una dieta di soli cereali non è certamente raccomandabile e, in ogni case, i danni fatti dal sovrasfruttamento si vedono ovunque, non solo nella pesca e nel caso di un collasso economico, o peggio ecosistemico, il problema del cibo potrebbe farsi importante (per non dire di peggio!)”.